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Il ruolo del femminismo bianco nell’invasione dell’Afghanistan

Una sera di marzo del 1999 Marvis Leno, una ricca esponente della vita mondana di Hollywood e moglie della superstar dell’intrattenimento serale Jay Leno, organizzò una raccolta fondi a cui erano invitati i suoi amici ricchi e/o famosi. L’evento era a beneficio della campagna della fondazione Feminist majority e aveva l’obiettivo di “mettere fine all’apartheid di genere in Afghanistan”, evidenziando così le barbare condizioni delle donne che vivevano sotto il dominio dei taliban (nessuno, naturalmente, sottolineò in alcun modo che i taliban dovevano almeno parte della loro forza alla politica estera degli Stati Uniti). In breve tempo attrici come Susan Sarandon e Meryl Streep aderirono alla campagna, facendone un tema caldo.

Poi venne l’11 settembre 2001 e la rivelazione che l’organizzazione dietro l’attacco, Al Qaeda, era rintanata in Afghanistan. L’amministrazione di George W. Bush, sempre alla ricerca di giustificazioni per la guerra, trovò nella campagna di Feminist majority proprio quello che voleva. A novembre la first lady Laura Bush sosteneva ormai che il motivo per fare la guerra era “liberare le donne afgane”.

Il 20 novembre le leader di Feminist majority – tra cui Ellie Smeal, l’ex direttrice dell’Organizzazione nazionale per le donne – partecipavano a eventi al dipartimento di stato e incontravano funzionari dell’amministrazione. Il numero della primavera 2002 della rivista Ms. definì l’invasione una “coalizione della speranza”, aggiungendo le bombe al kit del femminismo.

Dichiarazioni appassionate
Il genere di femminismo che queste donne hanno sostenuto collettivamente è quello che io chiamo “femminismo bianco”, nel senso che si rifiuta di considerare il ruolo che giocano l’essere bianche e il privilegio razziale nell’universalizzare le preoccupazioni delle femministe bianche, i loro programmi e le loro convinzioni come se coincidessero con quelle di tutto il femminismo e di tutte le femministe. Naturalmente, non tutte le femministe bianche appartengono al femminismo bianco. Indipendentemente dal colore della pelle e dal genere della persona, un femminismo antirazzista e anticapitalista è una minaccia per il femminismo bianco.

Eppure, sia all’interno sia all’esterno del governo degli Stati Uniti, le donne del femminismo bianco hanno deciso che la guerra e l’occupazione erano essenziali per liberare le donne afgane. Tra gli esempi più rilevanti ci fu l’allora senatrice Hillary Clinton, che votò entusiasticamente a favore della guerra, definendola il “ripristino della speranza”. E anche la rappresentante dello stato di New York, Carolyn Maloney, la quale, indossando un burqa blu alla camera degli Stati Uniti, fece alcune appassionate dichiarazioni su quanto fosse claustrofobico quell’indumento. La logica più generale era che, se loro pensavano che l’intervento militare fosse una buona cosa, valeva lo stesso anche per le donne afgane.

Le femministe afgane non hanno mai chiesto l’aiuto di Meryl Streep, figuriamoci gli attacchi aerei statunitensi

Ma gruppi come l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, un’organizzazione politica che aveva denunciato il fondamentalismo religioso fin dalla sua nascita nel 1977, si erano opposti agli attacchi degli Stati Uniti e al governo sostenuto da Washington. Le femministe afgane non hanno mai chiesto l’aiuto di Meryl Streep, figuriamoci gli attacchi aerei statunitensi.

La convinzione che le donne bianche sapessero cosa fosse meglio per le donne afgane va oltre Hollywood e il desiderio di mettersi in mostra politicamente. Le centinaia di milioni in aiuti allo sviluppo che gli Stati Uniti hanno riversato nel loro complesso industriale-salvifico si basavano sul presupposto delle femministe della seconda ondata che la liberazione delle donne sarebbe stata la conseguenza automatica della partecipazione femminile a un’economia capitalista.

Uno dei programmi di sviluppo più costosi che gli statunitensi hanno portato in Afghanistan è stato Promote, che è costato 418 milioni di dollari e doveva fornire a 75mila donne afgane formazione, tirocini e lavoro. Quando il programma è stato sottoposto a verifiche nel 2016, è stato quasi impossibile rintracciare dove fosse finito tutto il denaro. Quei soldi non sono solo stati sprecati; hanno contribuito a uccidere i femminismi locali, che avrebbero potuto contribuire a raggiungere obiettivi culturalmente più rilevanti. L’economia degli aiuti ha fatto sì che le attiviste afgane abbandonassero i loro programmi e si precipitassero verso quelli statunitensi.

Il rifiuto del femminismo bianco di separare l’essere bianchi – e le sue implicazioni colonialiste e oppressive – dal femminismo ha significato che il modello di rafforzamento dell’autonomia femminile si basasse sulle donne bianche. Il risultato è stato che chi si è opposto alla presenza statunitense ha quasi automaticamente rifiutato tutto quello che arrivava attraverso il femminismo bianco, contribuendo a screditare tutte le idee femministe.

Il femminismo bianco è un femminismo calato dall’alto, e non tratta con sufficienza solo le donne afgane: le nere, le latine, le asiatiche e altre donne non bianche hanno difficoltà a entrare nei circoli dove si prendono le decisioni politiche perché le loro esperienze femministe – sopravvivere come madri single, lavorare in fabbrica o sopportare anni di discriminazione razziale – sono considerate irrilevanti. I ruoli preminenti vanno a donne bianche d’élite che hanno fatto carriera, ed escludono quelle stesse donne che in teoria vorrebbero aiutare.

Molti degli aspiranti salvatori bianchi delle donne afgane stanno ora affermando, con la stessa ostinata e deliberata cecità che li ha portati a sostenere l’imperialismo statunitense, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto mantenere i loro militari nel paese per proteggere le donne afgane. Ma un progetto mal concepito non può essere aggiustato continuando a prendere decisioni disastrose. Il miglior risultato sarebbe che le femministe bianche che hanno contribuito alla distruzione di un paese rinunciassero per sempre a questa letale intromissione.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 9 settembre 2021

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