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Il vocabolorario della politica: tra intersezionalità e interclassismo

Ci sono delle parole nel vocabolario politico che assumono in un determinato momento una forte rilevanza e contemporaneità, banalmente si potrebbe dire che “vanno di moda”, in realtà non è proprio così, ma quasi.

Accade in questi ultimi tempi che nel linguaggio politico, a sinistra, ritorna frequentemente il termine intersezionalità, a significare l’intersezione di soggetti sociali, portatori di rivendicazioni di diritti diversi mossi ad interagire, superando una precedente dicotomia. Quindi il termine esplicita un processo politico di evoluzione di lotte sociali in una prospettiva più unificante.

Il termine ha origini abbastanza recenti nei movimenti femministi e neri americani degli anni sessanta e settanta, in particolare il rapporto tra genere, etnia e classe: le “tre grandi” categorie.

Ha però anche una genesi ancor più lontana nella formazione del pensiero sociologico. In particolare tra i primi ad usare il concetto di intersezionalità fu il tedesco George Simmel (1858-1918), uno dei padri della sociologia moderna. Egli interessato ai fenomeni di identificazione sociale, sosteneva che nelle società premoderne, soprattutto in quelle più remote, l’individuo si trova inserito in una serie di cerchie concentriche: la famiglia, il vicinato, il luogo di culto, la scuola, il lavoro in cui svolge la sua vita in modi tutto sommato prevedibili e costanti. Invece nella società moderna le appartenenze, non si dispongono in maniera coerente e prevedibile, ma si accavallano, si sovrappongono, si attraversano casualmente. In questo senso le cerchie sociali si intersecano, e potenzialmente ogni punto di intersezione tra le varie cerchie è occupato da un individuo diverso, poiché ognuno ha un pacchetto di appartenenze che gli è proprio ed esclusivo (incontri con il pensiero sociologico – Poggi e Sciortino, Il Mulino).

Come possiamo notare è con l’avvento della prima rivoluzione industriale che molte forme della modernità sociale si sono messe in movimento ed oggi, in epoca definita post-industriale siamo ad un’ulteriore fase di evoluzione.

In altro senso e in altri tempi, in particolar durante il fascismo, il termine interclassismo assurto agli onori politici indicava la collaborazione tra le classi in opposizione alla lotta di classe di matrice socialcomunista. In seguito tornò in auge durante la di prima repubblica, adottato dalle componenti politiche cattoliche moderate, a rappresentare il rifiuto del “mito della classe” ed il solidarismo interclassista in chiave democristiana. In tutte e due le epoche il termine aveva lo scopo di confutare la teoria e l’oggettività del conflitto tra capitale e lavoro.

Non c’è alcuna analogia tra i due termini intersezionalità ed interclassismo, se non altro perché la “lotta di classe” si può dire che sia sostanzialmente finita con la vittoria del capitalismo in tutte le sue forme.

E però non è finito lo sfruttamento del lavoro, che proprio a causa della sconfitta storica del movimento operaio internazionale e nazionale, ha determinato uno sviluppo impetuoso di tutte le possibili forme di sfruttamento e di precarietà, a danno di lavoratrici e lavoratori, non più riuniti in classi per contrastare l’egoismo capitalista, bensì frammentati, atomizzati e individualizzati ognuno nella propria singola condizione (molte volte anche precaria) di sfruttato.

Ecco perché, quando a sinistra pronunciamo a volte con giusta enfasi il claim “intersezionalità” dobbiamo sempre ricordarci che questa parola avrà un significato vero per molti milioni di individui se sarà interpretabile come un metodo ed un obiettivo per unificare la lotta per condizioni di vita dignitose nel lavoro e nei diritti sociali così come nei sacrosanti diritti civili.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 10 settembre 2021

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