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Amat, ovvero voce del verbo amare la pratica teatrale

Mentre si è appena conclusa una intrigante edizione del premio Scenario, dedicato all’innovazione dei linguaggi teatrali e ai teatri a forte ispirazione inclusiva su base nazionale, di cui ci apprestiamo a riferirvi, mentre fioccano le conferenze stampa e si aprono a brevissimo festivals fortemente connotati come Gender Bender a Bologna, Short Teather a Roma, la venticinquesima edizione di Danza Urbana, sempre a Bologna, i quasi gemellati Ammutinamenti a Ravenna, riprendono le programmazioni in sede al Teatro delle Ariette di val Samoggia e si annuncia a breve la ripartenza delle stagioni ERT(Emilia Romagna Teatri) in verità ininterrotte, mi piace riferirvi di qualcosa che ha accompagnato la mia personale stagione estiva dopo Santarcangelo.

Mi riferisco ad una peculiare esperienza di festival itinerante e continuo che è nelle sue diverse articolazioni la programmazione di AMAT, acronimo particolarmente calzante e significativo che sta ad indicare la Associazione per le Attività teatrali della Regione Marche che esprime peraltro diversi legami quantomeno con la limitrofa scena romagnola, tanto da avermi consentito di vedere una chicca quale l’anteprima dello spettacolo di Motus, Tutto brucia, riscrittura ispirata dalle Troiane nella versione Sartre, dunque una vertigine negli anacronismi e nelle visioni distopiche da un secolo all’altro su cui tanto potremmo discutere. 

Ma, procediamo con ordine e per chiarire meglio il senso di una attività complessa e di un modello organizzativo interessante, ci rifacciamo anche ad una chiacchierata con Gilberto Santini, direttore dell’Ente Amat da diverso tempo, dopo esserne stato un curatore, un collaboratore, un fiancheggiatore, stante la sua formazione accademica la sua attitudine di studioso, i suoi legami con la prestigiosa sede Universitaria Carlo Bo di Urbino, a sua volta legata al festival di Santarcangelo tramite la figura del presidente Giovanni Boccia Artieri.

“Le origini di Amat, datano agli anni 80 e sono una sorta di articolazione in senso più ampio e istituzionale  dei fermenti fecondi seminati dall’esperienza internazionale e gloriosa di Inteatro di Polverigi, tanto ricordato anche negli scritti di Silvia Ballestra .Oggi diciamo che Amat, da quella antica proposta che poneva i territori al centro, in una epoca in cui non si era ancora sviluppata una certa retorica su questo, è una entità catalizzatrice di esperienze storiche come Civitanova Danza, per esempio, che ha un profilo alto e internazionale e di mille altre sinergie e collaborazioni con festival, rassegne, programmazioni a target anche giovanile estive e non solo che ci vedono protagonisti insieme alla Regione. Sono un biglietto da visita certamente anche turistico  per la nostra terra, così duramente messa alla prova in questi anni da catastrofi naturali, ma escono completamente dalla logica di puro richiamo e intrattenimento perché ritagliate sulle comunità, sui bisogni culturali che esprimono, anzi, potremmo meglio dire, sulle curiosità ed esigenze che portano esse stesse avanti. Perché in effetti, Amat rispecchia e porta a valore la natura geografica e sociale da cui nasce, essendo in effetti una associazione dei comuni marchigiani e delle loro politiche culturali sullo spettacolo . questo perché ci è sempre sembrato un modello più confacente ad una regione fatta di tanti piccoli medi comuni, con caratteristiche molto diverse tra loro, aree vere e proprie diversificate con poche preminenze a carattere accentratore e molte intelligenze diffuse con un grande patrimonio di teatri all’italiana di cui pochi sono a conoscenza. In altri casi la Fondazione può essere una soluzione ottimale, per noi questa formulazione che ci svincola dall’obbligo della produzione, ci rende ricettivi per una capillare opera di diffusione, di distribuzione di prodotti, se così vogliamo definirli, di eccellenza e ci rende agili appunto nell’opera di accompagnamento di tante realtà che altrimenti stenterebbero ad avere promozione, comunicazione e visibilità adeguate.

Così Amat sostiene le tantissime programmazioni di tipo musicale, ballettistico, ma anche divulgativo e sociale di comuni meravigliosamente attivi e partecipi. Devo dire che la mia principale preoccupazione in questa stagione che si annunciava di riaperture, è stata quella di dare continuità al lavoro di tanti giovani che lavorano nel settore spettacolo dal vivo, le varie maestranze, soprattutto. Lo dico perché, in realtà è vero che le Marche, già svezzate brutalmente dall’esperienza terremoto, si sono dimostrate particolarmente resilienti dopo aver sviluppato tante esperienze di successo anche in quel drammatico frangente, anche rispetto all’emergenza pandemica e abbiamo elaborato tramite collegamenti virtuosi, diverse esperienze interessanti con addentellati internazionali, a forte carattere progettuale in senso innovativo,  di cui ti parleremo a breve. Le nuove tecnologie, i contatti socials, non vengono sempre per nuocere, ma possono anche aiutare ad economizzare. Nello stesso tempo, è vero che tantissimi giovani tecnici molto bravi, si sono persi per via e messi a fare altro: il mio obiettivo prioritario è in questo momento cercare di fare contratti a molte competenze giovani e spero proprio di riuscirci, anche se il nostro settore in linea generale, viene sempre penalizzato moltissimo nel quadro delle priorità generali.

Ma tu mi chiedi in quale contesto è stato possibile assistere nello splendido teatro di Fabriano, ad un pre debutto come quello di Motus, davvero emozionante in una cornice di stucchi e velluti, oltretutto nella assoluta sintonia che oggi tutte le avanguardie o punte di diamante culturali esprimono, di trovare punti fermi nella culla del pensiero classico, sorprendentemente così attiguo alle ansie e interrogazioni di noi contemporanei. Ebbene la risposta è ancora una volta nella natura profondamente riflessiva e filosofica, come già il pensiero leopardiano mise in luce, dei nostri territori. Ovvero la piccola provincia da cui nascono talenti musicali, letterari, infine anche politicamente e industrialmente innovatori proprio dal paradosso di un attaccamento alle radici identitarie molto forte”.

Va da se che stiamo alludendo ora ad un fiore all’occhiello delle programmazioni Amat di questa lunga prolungata estate, non tanto in senso climatico, quanto culturale, ovvero Tau, festival dei Teatri Antichi Uniti, che in sinergia con le Soprintendenze archeologiche e monumentali della Regione, valorizza con sorprendente puntualità, oltre il modello siciliano, siti archeologici e di interesse architettonico di cui la regione abbonda: scavi, anfiteatri, chiese, pievi, teatri naturali in cui ambientare il meglio della riproposizione e rivisitazione delle tragedie della classicità, di cui ripeto, continuiamo ad aver incessante. Ci stiamo riferendo per quest’anno a ben 18 diverse sedi dalla costa, alla collina, al più impervio interno, in cui diversi temi topici quali il nostos, la profezia, la sepoltura, le figure tragiche femminili sono stati trattati a più riprese da diverse compagnie e in taluni casi con repliche, sempre con recuperi nel caso di sfortunate disdette, con grande partecipazione.  I nomi cui fare riferimento, fanno parte di una sorta di Gotha interpretativo, quali Massimo Popolizio, Elisabetta Pozzi, Laura Morante, gli amici Elena Bucci e Marco Sgrosso. A questo proposito, siete ancora in tempo. almeno mentre scrivo per partecipare ad un recupero che si annuncia particolarmente interessante, ovvero una originalissima rivisitazione della tragedia di Antigone targata Roberto Tarasco e Anita Caprioli, secondo la visione della scrittrice scozzese Ali Smith. Lo spettacolo sarà in scena infatti il primo settembre alla Rocca Tiepolo di Porto S Giorgio e propone una prospettiva decisamente altra: quella delle cornacchie del malaugurio che sovrastano Tebe. Di questi tempi, tra guerre e pandemie, sentiamo un disperato bisogno di riferirci a chi, non solo aveva esperienza di queste tragiche evenienze da cui in parte noi contemporanei forse pensavamo di essere immuni, ma soprattutto a coloro i quali avevano saputo trarre una elaborazione, una narrazione, un rito collettivo efficace e catartico.

In questo senso, il suggestivo e vibrante lavoro di Motus, che pone al centro una triade femminile, vinta, sconfitta, ma non battuta e di cui parleremo a lungo, pur presentandosi come raffigurazione di un cupo scenario apocalittico, tra il primitivo e il Blade runner, tra  catastrofe ambientale e post atomica, nelle note dolenti e martellanti della cantastorie rockeuse, rapita da Mutonia, nella danza conturbante di Cassandra, nella lamentazione affatto rassegnata di Ecuba – Calderoni che pone il suo corpo vessillo a suggello di una scena sempre e comunque ribelle , indica la strada di una lotta all’estinzione globale che parte dalle periferie del nostro martoriato mondo e dunque, perché no, anche da una provincia sorprendente e forse meno sonnolenta di come ce la rappresentiamo.

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