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Ci vorrebbe Nanni Balestrini per raccontare questa lotta operaia

Un testo working class di mezz’estate di Alberto Prunetti direttamente dalla fabbrica Gkn. Per proiettarci nel prossimo autunno caldo

Ci vorrebbe Nanni Balestrini per raccontare questa lotta operaia per far sentire l’odore dei fumogeni il sibilo dei fischi il ritmo dei tamburi il sudore dei corpi di questa estate calda in cui non si va in vacanza ma a presidiare la fabbrica perché i padroni volevano rovinare le ferie degli operai la vita degli operai così come hanno rovinato la vita di tutti quelli che lavorano ma non hanno fatto i conti con gli operai 

pensavano che fosse come coi precari o col ceto medio proletarizzato che bastasse una mail che bastassero quattro mastini mandati della security a tenere lontani gli operai dai mezzi di produzione pensavano che bastasse a liquidarli una fottuta mail del cazzo una fottuta mail che diceva grazie ma non ci servite più

agli operai a quelli che un tempo dicevano vogliamo tutto hanno mandato una mail ma loro gli operai non hanno risposto con una mail ma si sono raccolti in qualche centinaio davanti alla fabbrica e hanno fatto correre via i cani da guardia e si sono presi la fabbrica e poi hanno chiamato tutti e tutte a raccolta tutti e tutte dicendo venite ci siamo presi la fabbrica la fabbrica che è nostra ci lavoriamo da anni qui dentro se proprio se ne deve andare via qualcuno che se ne vada il padrone ma da qui non esce neanche una vite

e allora è stata indetta dalla Rsu un’assemblea che ha indetto uno stato di assemblea permanente che ha indetto una manifestazione a Santa Croce che faceva un caldo che si moriva e c’erano i fumogeni viola e siamo andati tutti sul lungarno fino a un parchino per poi risalire sui pullman e 

è stata indetta una nuova assemblea e sono cominciate le pastasciuttate operaie e antifasciste in fabbrica e invece di fabbricare semiassi quella fabbrica ha invertito il tempo morto con il tempo vivo e ha cominciato a fabbricare solidarietà e conflitto sociale anche gli studenti si sono uniti al presidio permanente e le donne e gli attivisti e i pensionati e tutti hanno indetto l’assemblea permanente di questa estate calda in cui si è detto non esce una fottuta vite di qui ma usciamo noi per fare una manifestazione nazionale

e da tutta Italia ci si mette dietro allo striscione rosso con lettere gialle che dice collettivo di fabbrica lavoratori Gkn Firenze e arrivano altri lavoratori e sindacati e collettivi e lavoratori migranti e collettivi di donne e di persone Lbtq e trovo anche un mio amico che è nato in America Latina e adesso lavora come operaio nella manutenzione di una grande firma della grande moda e lui dice sto tutto il giorno con il trapano in mano ma non mi inquadrano come metalmeccanico mi inquadrano come multiservizi 

e questo è il volto della nuova classe operaia che è intersezionale è il volto di questa persona Lgbt nata in America Latina che ha superato ogni confine di genere e di passaporto e oggi è un operaio manutentore e io dico che i canti di protesta nelle manifestazioni in italia sono spesso tristi non ritmati e non sono felici e cantati come in Argentina e anche lui mi dice questo ma intanto scoppia un petardo e tutti applaudono perché sono usciti dal capannone di questo quartiere di capannoni industriali altri operai che hanno disertato il posto di lavoro e sono tutti operai razzializzati afrodiscendenti che ci vengono incontro e ci divide solo il cancello del padrone ma ci uniscono gli applausi e i cori e a quel punto

a quel punto erompe come un grido un canto e questo canto lo sento per la prima volta ma lo sentirete per tutta l’estate questo canto di protesta che è un canto di allegria e di vita come un tormentone che nasce non so dove forse in una serata dentro alla Gkn ma dice ooooo ooo ooo ooooo come allo stadio ooooo come in una curva ooooo

ooooooocccupiamola fino a che ce ne sarà

e tutti e tutte si mettono a saltare e la febbre fa quaranta e non è il virus è la lotta operaia e quest’anno non andare al mare vai in vacanza su quell’asfalto incendiato dove passano i camion della logistica ma che se lo sollevi sotto l’asfalto trovi la spiaggia della gioia e delle rivolte e un operaio magro e innervato di muscoli con la cannottiera bianca incollata alla pelle dal sudore sale sulla schiena di un altro e lo portano in un panico trionfo metalmeccanico in un’apoteosi di rivolta che urla insorgiamo e a quel punto sì davanti al cordone delle femministe e tutte e tutti cantano che fatica che ti chiedoooo oggi devi sciopera’ e avanti insieme uniti a lottare tutta la settimana la passo qui con te e non c’è resa non c’è rassegnazione ma solo tanta rabbia che cresce dentro me

e poi si ritorna alla fabbrica mentre si scioglie il fiume rosso della manifestazione che sembra di stare ad Anfield nella curva del Liverpool a cantare You’ll Never Walk Alone perché davvero non camminiamo da soli ma siamo in tanti e con noi camminano quelli che devono ancora nascere e gli operai d’un tempo  che non ci sono più ma volevano tutto e sembra che anche l’asfalto della strada e l’acciaio della fabbrica iniziano a sussurrare nonostante tutto vogliamo ancora tutto

e gli operai parlano al megafono e ci chiedono come stiamo perché loro stanno bene loro hanno solidarietà hanno la lotta ma noi siamo precari del cazzo divisi incapaci di fare fronte comune contro i padroni di fare un picchetto con i nostri colleghi e ci dicono che questa lotta operaia è anche per voi è anche con noi è per questo che siamo qui perché loro c’erano sempre e sempre ci saranno quando c’è da 

difendere i salari difendere la fabbrica picchettarla indire l’assemblea preparare i turni per presidiarla di notte e queste cose vanno fatte subito nella prima assemblea e da ogni assemblea nasce una nuova assemblea e serve solidarietà centrale e periferica nella fabbrica e nel territorio ma anche tanta birra e acqua e pastasciutta e tortelli e l’estensione nazionale delle lotte è fondamentale tanto quanto reggere qua dentro ai cancelli e servire maccheroni nei piatti a questi cancelli ma bisogna ricordare che è sovrana l’assemblea dei lavoratori e poi c’è la Rsu e poi il comitato di assemblea permanente e i gruppi di supporto perché questa è sì una lotta sindacale ma diventa comunità e bisogna interagire col territorio e costruire un immaginario conflittuale e velocemente 

perché qui le cose cambiano ogni due ore arrivano dal governo arrivano giornalisti arrivano attivisti arrivano mail dal padrone che dice ve ne dovete andare (ma vattene te padrone che tutto va bene) e bisogna capire come si muove il sindacato e i confederali e quelli di base e domani presidi in città a ogni fottuto semaforo in zone sensibili con volantini e speakeraggio e bandiere del collettivo operaio e fumogeni bisogna che il governo e i padroni sappiano che da qui non esce una vite che noi siamo in grado di far funzionare queste macchine questi robot che abbiamo montato noi comprati con soldi che sono i nostri in questa fabbrica lucente che non è come le fabbriche di un tempo che erano sporche di olio motore questa fabbrica è splendente ci puoi mangiare per terra è tecnologia e acciaio è monitor accesi e un lieve ronzare di aspiratori perché non ci deve essere neanche la polvere se vuoi che i robot dentro alle gabbie funzionino alla perfezione per costruire i semiassi delle automobili non ci deve essere neanche polvere

ma ci deve essere rabbia tanta rabbia operaia senza resa senza rassegnazione ma anche vita tanta vita operaia e invece anche l’altro giorno è morta un’operaia una donna di quarant’anni nata in Marocco e allora ci sono ancora gli operai e ci sono le operaie ma muoiono mangiati da una macchina ma lottano ancora contro la macchina e se le fabbriche le gestissero gli operai sarebbe una festa il lavoro con le pastusciattate tre ore o quattro di lavoro e tre ore di assemblee e pastasciutte e gioco di fabbrica con tanti occupati e nessun ferito e nessuna operaia divorata da una macchina d’acciaio che si chiama capitale che si chiama profitto che si chiama insicurezza che si mangia gli operai

e allora meglio mangiare noi la pasta in fabbrica che la fabbrica che si mangia noi

e allora…. occupiamola fino a che ce ne sarà

questa fabbrica che adesso ha un apino a tre ruote che spilla birre attaccato a uno striscione rosso Liverpool attaccato a un muletto attaccato al cuore di quegli studenti e a quelle studentesse del collettivo a quei vecchietti dell’Anpi a quelle lesbiche del cordone e alle femministe e a quelli dei centri sociali e dei sindacati e della Fiom e tutti quelli che col cuore spingevano sull’asfalto di Champs sur le Bisence quell’albatro con le ali troppo grosse per volare che è la classe operaia che i borghesi e i giornalisti e i sociologi amici dei padroni dicono che è morta ma invece camminava coi sandali nell’inverno del padronato alle Cascine con un cappotto addosso e le poesie di Rimbaud in tasca

che se ne parte adesso in volo sulla striscia notturna d’asfalto con le bandiere rosse al vento quella rossa bandiera tornata straccio e montata in cima a una carovana operaia per sventolare attraverso tutti i circolini Arci e i circoli operai e i circoli di mutuo soccorso e le case del popolo attorno a Firenze fino a un posto che si chiama Limite perché siamo arrivati al limite pieni del vino e della birra che la nostra gente ci ha offerto in questa carovana perché la rivoluzione deve essere una festa e adesso partono i fumogeni e i cori che continuano a dire 

oooooooooo… occupiamola fino a che ce ne sarà

e che sembrano dire ancora ai borghesi da stupire e ai padroni da espropriare e ai sindacalisti troppo pompieri e ai politici che vorrebbero farci

andare camminare lavorare

e ai ricchi che ci devono dare i soldi che hanno preso a noi

che noi insorgiamo

che fermiamo lo smontaggio della fabbrica

che da qui non uscirà una vite

che dopo l’inverno del padronato e l’estate dei presidi di fabbrica

ci sarà un autunno caldo

perché nessuno ferma la rabbia operaia

nessuno ferma la rabbia operaia

nessuno ferma 

la classe operaia

nessuno

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