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Dall’esistenzialismo al meridionalismo queer: contro lo status quo

Negli scorsi mesi su Intersezionale ho riflettuto sulla necessità di riarticolare la politica queer da una visione identitaria che rischia di cadere nell’essenzialismo delle varie sigle LGBTQIA ad una visione esistenzialista che punti a mettere al centro l’esperienza presente in relazione al desiderio futuro. Questo spostamento di focus che potrebbe sembrare un mero vezzo teorico, ci spinge a delle riflessioni concrete su come guardare il mondo e le nostre oppressioni. Partiamo quindi da un caso concreto ovvero le recenti prese di posizione di Italia Viva.


Tutto inizia qualche giorno fa, quando Matteo Renzi annuncia che si rendeva necessario un nuovo compromesso sul DDL Zan che strizzava l’occhio alle destre sulla questione dell’identità di genere e sull’autonomia scolastica, in quanto non ci sarebbero i numeri per far passare la legge in Senato. In realtà la maggioranza c’è anche in Senato, la stessa di cui IV fa parte teoricamente alla Camera: nella sostanza la maggioranza verrebbe meno, se i senatori e le senatrici di IV votassero contro ma sarebbe una loro responsabilità politica. Il gioco è comunque palese ovvero quello di rendere il piccolo partito liberale l’ago della bilancia, esattamente come abbiamo visto durante la recente crisi di governo. Allo stesso modo Renzi si apre la strada per smarcarsi da quell’aura di “centrosinistra” per lui troppo pesante ai tempi della sua appartenenza al PD.

Il registro da cui si anima la proposta è quello della conservazione: autonomia scolastica e libertà d’espressione, lo stesso che nega che vi siano evidenti squilibri di potere sociopolitici fra i soggetti in questione.
Autonomia scolastica in questo Paese ha significato deresponsabilizzazione politica dello Stato che ora delega la decisione ad enti amministrativi dotati di discrezionalità politica (come celebrare o meno la giornata contro l’omolesbobitransfobia) e astratti da contesti socioeconomici, che concentrano la maggior parte delle risorse utili per portar avanti progetti di sensibilizzazione nei centri urbani del Nord a discapito delle province del Sud.


Libertà di espressione ha significato la possibilità di prevaricazione violenta nei confronti di soggettività che non hanno voce, nell’ottica contrattualista che ci rende individui ideologicamente neutri di fronte ad un potere che neutro non è. E questo non riguarda la questione del genere come affermano strumentalmente le femministe trans-escludenti, quanto il posizionamento politico multidimensionale che il diritto liberale si rifiuta di cogliere.

Solo pochi giorni dopo lancia l’ennesima provocazione: una raccolta firme per abrogare il Reddito di cittadinanza nel 2022. C’è chi ha sollevato perplessità giuridiche sulla riuscita e chi ha attaccato la proposta da un punto di vista etico. Eppure, ciò che mi interessa sottolineare è la visione di insieme. Se partissimo da una visione identitaria, troveremmo un attacco alle persone transgender e/o queer e uno alle persone povere, attacchi multipli ma non interconnessi. Mettendo al centro l’esistenza politicamente intesa, queste dichiarazioni hanno un unico referente ovvero l’Alterità che non merita di essere considerata, che deve essere esclusa perché rea di aver messo in discussione la Norma: che sia lavorista o del genere poco importa. La prassi con cui questi attacchi sono stati portati avanti non è poi così dissimile: l’abrogazione del RdC ci dice che la strategia, esattamente come per quanto riguarda il DDL Zan e le pressioni sui cisgay, è quella della guerra fra poveri, che sposta il focus da una politica che dovrebbe eticamente garantire la tutela di chi sta peggio ad una politica che trasforma il dibattito sui diritti in una competizione.


In questa politica non etica, si crea artificialmente un’alterità nell’alterità, uno scarto in cui il sottoproletariato come la comunità trans vengono esclusi non in nome di una precisa volontà politica, ma per conto di altre marginalità (“chi lavora”, “le femministe storiche”) che si prendono la responsabilità politica di escludere chi sta peggio. In questo gioco di specchi, paradossalmente, Italia Viva sembra non aver fatto nulla in quanto semplicemente fotografa uno status quo basato sull’esclusione sociopolitica del radicalmente Altro che ha fomentato. È forse un caso che in questa guerra fra marginalità, vengano sbandierate le identità “storiche” che hanno animato la storia repubblicana ovvero il Lavoratore e la Donna? Qui troviamo il pericolo dell’identità ovvero una cristallizzazione ideologica che impedisce di scorgere l’altro da sé, inteso come ciò che è simile ma diverso, riconoscendone una comune oppressione quotidiana che si gioca tutta sul piano dell’esistenza.

Ma cosa connette nella materialità degli effetti la simultaneità di queste proposte? Ancora una volta si rende necessario un ragionamento intersezionale che sappia connettere le diverse marginalità che viviamo nelle nostre vite queer.


Le persone LGBT+ sono fra le più discriminate nell’accesso al lavoro: il 23% della comunità queer in Italia riferisce di aver subito discriminazioni omolesbobitransfobiche sul posto di lavoro e le percentuali raddoppiano se si isolano le persone transgender, comportando quindi una maggiore fragilità economica rispetto ad altri segmenti della popolazione. Il Reddito di cittadinanza, per evidenti motivi strutturali e non morali, ha trovato maggior diffusione nelle aree più povere ovvero il Meridione: questo avrebbe certificato per una retorica settentrionalista la prova provata che lə “terronə” sono pigrə. Ma forse ci dice che le misure di sostegno al reddito servono ancor di più in territori ove la disoccupazione giovanile ha superato il 50% da anni. La stessa diseguaglianza che ha reso per decenni la “famiglia” un surrogato dello Stato nell’erogazione di servizi fondamentali e minimo di esistenza, relegando le donne nel ruolo di madre e noi froce a nemico collettivo che potrebbe turbare l’unica cosa che permette a molte persone di esistere.
Il Reddito di Cittadinanza, seppur insufficiente per svariati motivi, è mirato quindi a persone che non hanno alcuna possibilità di trovare lavoro. Certamente una misura legata alla cittadinanza e alla fissa dimora già di per sé esclude segmenti di popolazione che ne avrebbero disperato bisogno ma qui si parla di abrogarlo in toto e non di ampliarlo come reddito universale come si chiede da più parti. Come incrociamo queste interpretazioni?

Ebbene pensiamo magari ad una persona transgender che vive nella periferia meridionale senza neanche la cittadinanza, quante possibilità di sopravvivere ha senza misure di sostegno al reddito serie? Possiamo pensare ad un’identità queer slegata dalla sua esistenza materiale, dal suo posizionamento multiforme in una società complessa? E qui torniamo alla necessità di sovversione dello status quo in luogo dell’integrazione nel sistema: Renzi è la dimostrazione plastica di come la “lotta al gender” e quella all’ “assistenzialismo” siano facce della stessa medaglia ovvero quella del Soggetto dominante (maschio, bianco, settentrionale, etero, borghese e abile) che decide chi deve vivere e chi lasciar morire, chi vale la pena integrare e chi deve essere soppresso.

Possiamo immaginarci in questo sistema che per secoli ci ha esclusə? O forse a partire dalla nostra alterità nella gerarchia, dovremmo metterlo in discussione da tutti i punti di vista? E siccome le parole sono importanti, bisogna anche cogliere le interconnessioni lessicali. Italia Viva ci parla di “misure diseducative” rispetto al Reddito di cittadinanza, quasi il ruolo dello Stato fosse “educare” chi è subordinato ad essere funzionale al sistema che lə opprime esattamente come pretende di regolare la sessualità e il nostro genere durante i dibattiti sul DDL Zan fra normalizzazioni e invisibilizzazioni.

Non è forse arrivato il momento di sovvertire la società del Padre, la cui Legge ci rende sudditə della Patria che respinge, dipendenti del Padrone che ci sfrutta e figliə del Patriarca che violenta i nostri corpi?
Facciamo della nostra alterità uno sguardo dal margine, riconosciamone altri fuori da noi, facciamone un meridionalismo queer che sia anticapitalista, antiabilista e decoloniale che sappia partire dall’esperienza del non essere abbastanza e immagini nuove modalità di vivere con l’Altrə.

Questo articolo è stato pubblicato su Intersezionale il 29 luglio 2021

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