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Politecnico 1971, gli architetti coi senza tetto

Contestazione a Milano. Nel giugno di cinquant’anni fa otto docenti furono espulsi da Architettura per avere sperimentato «con» gli studenti e ospitato degli sfrattati. Erano Piero Bottoni, Franco Albini, Ludovico Barbiano di Belgioioso, Carlo de Carli, Guido Canella, Aldo Rossi, Vittoriano Viganò. E Paolo Portoghesi, unico sopravvissuto, che qui ricorda

Nel 2021 si è celebrato il centenario della nascita, nell’ambito dell’Università italiana, della facoltà di architettura, ma nessuno finora ha pensato di ricordare il più drammatico avvenimento che ha colpito questa istituzione a cinquanta anni dalla fondazione, nel giugno del 1971.

L’avvenimento di cui parliamo, dal quale ci dividono altri cinquanta anni, è il deferimento alla corte di disciplina, la denuncia all’Autorità giudiziaria e la sospensione dall’insegnamento di otto professori membri del consiglio della facoltà di architettura del Politecnico di Milano: Piero Bottoni, Franco Albini, Ludovico Barbiano di Belgioioso, Carlo de Carli, Guido Canella, Aldo Rossi, Vittoriano Viganò. Unico superstite è oggi soltanto l’ottavo membro, il sottoscritto, che era stato eletto preside della facoltà tre anni prima.


Le ragioni per le quali un gruppo di professori, tra i quali vi erano alcuni dei maggiori esponenti della cultura architettonica, furono allontanati dalla scuola e trattati come banditi erano due. La prima era quella di aver dato vita insieme agli studenti alla «cauta sperimentazione» che il ministro della Pubblica istruzione Misasi aveva autorizzato, in una forma che cauta non era, ma che aveva il pregio di aver colmato il fossato che divideva allora studenti e professori dopo la rivolta del ’68. La seconda era quella di aver dato ospitalità a dei «senza tetto» che avevano illegalmente occupato delle case appena costruite in via Tibaldi e, per la difficoltà di trovar loro un alloggio, erano stati costretti a passare le notti girando per la città dentro dei pullman.
La polizia sgomberò la facoltà a mezzanotte del 23 giugno mentre si svolgeva un seminario su problema della casa al quale avevano partecipato Eugenio Battisti, Umberto Eco, Guido Canella e Vittorio Gregotti e avevano assistito, tra gli altri, Paci, Fortini, Strehler e Raboni.
In un momento di sosta del seminario, mentre osservavo Belgioioso che insegnava come disegnare una casa a un bambina dei «senza tetto», mi era tornata alla mente la poesia di Brecht sul dormitorio: «Sento che a New York… / … ogni sera c’è un uomo / e ai senzatetto che là si radunano / pregando i passanti procura nel dormitorio un letto. / Il mondo così non si muta, / i rapporti fra gli uomini così non si fanno migliori / l’era dello sfruttamento così non diventa più breve. / Ma alcuni uomini hanno un letto per la notte, /il vento per una nottata viene tenuto lontano da loro…». Virgilio Savona del Quartetto Cetra scrisse allora la Ballata di via Tebaldi che ben interpreta il clima di quei giorni: «Erano in tanti venuti a Milano / Per sopravvivere, e per lavorare / e si erano accampati in vecchie catapecchie… / Ma un giorno seppero che in via Tebaldi / coi contributi pagati da loro / facevano una casa, ma solo per ricchi / di quelle con i tripli servizi. (…) / Furono presi da circa duemila / baldi ragazzi della polizia / dovettero sloggiare col solito ricatto: / minaccia di foglio di via. (…) / E fu così che i compagni studenti / li accolsero tutti ad Architettura (…) / Furono tutti “con garbo” scacciati: / donne, bambini, studenti e docenti / trattati con riguardo coi gas e i manganelli / di via Fatebenefratelli (…) / Evviva l’Italia! L’Italia dei santi / dei grandi poeti, e dei naviganti…».
Lo strano apparentamento tra studenti, professori e «senza tetto» è rimasto nella memoria di chi l’ha vissuto come un evento fuggevole ma emozionante, in qualche modo persino festoso, che dava un riscontro reale alle aspirazioni degli architetti che costruendo «case popolari» raramente possono conoscere i destinatari delle loro opere. L’argomento del seminario sulla casa improvvisamente si era trasformato in qualcosa di reale e nello stesso tempo di simbolico, che consentiva di completare l’ideale vicinanza politica con una vicinanza fisica, qualcosa su cui era importante riflettere e interrogarsi.


Più che legittimi i dubbi sul significato che un avvenimento del genere può aver avuto nei confronti della lotta di classe, ma nessun dubbio sul fatto che quando professori e studenti difendevano il diritto della facoltà ad affermare la propria agibilità politica e la nuova organizzazione basata sui gruppi di ricerca, difendevano anzitutto la tradizione scientifica e libertaria dell’università, la sua autonomia e le libertà sancite dalla Costituzione. Basta riflettere su quello che affermava Wilhelm von Humboldt, fondatore dell’Università di Berlino nel lontano 1810: «L’insegnante universitario non è più quello che si limita ad insegnare dall’alto e lo studente non è più colui che apprende passivamente, bensì colui che compie ricerche, mentre il professore guida tali ricerche aiutandolo e sostenendolo… Nell’Università la lezione ex cathedra è solo un aspetto secondario, mentre l’aspetto essenziale è che si vive una serie di anni per la scienza, in comunità con persone di eguale età e degli stessi interessi».
Dopo le occupazioni di rito, iniziate nel 1964, gli studenti milanesi avevano iniziato una radicale trasformazione dell’ordine degli studi organizzando delle ricerche sui temi più interessanti per loro, coinvolgendo solo una parte dei docenti. I docenti rimasti fuori, quelli in particolare delle materie scientifiche, furono convinti dal professor De Carli a concedere un voto politico con il risultato della sua rimozione da preside. Invitati a creare un modello sperimentale compatibile con le finalità didattiche, studenti e professori insieme riuscirono poi, durante la mia presidenza, ad arrivare a un onorevole compromesso. Ricordo che fu Massimo Scolari a consegnarmi il risultato del nuovo ordine basato su un certo numero di ricerche alle quali avrebbero dato il loro contributo anche i professori delle materie scientifiche, che avrebbero organizzato in parallelo dei corsi di apprendimento. Il voto sarebbe stato dato dal collegio dei professori per ogni ricerca alla sua conclusione. Prima che il metodo fosse collaudato dall’esperienza arrivò la radicale condanna e la denuncia all’autorità giudiziaria. Il processo, affidato al giudice Alessandrini (ucciso poi dalle Brigate Rosse), fu però rapidamente archiviato. Ricordo che Alessandrini mi mostrò ironicamente due fascicoli messi insieme dalla polizia , uno assai voluminoso dedicato alla facoltà di architettura e l’altro molto snello (meno di un quarto come spessore) dedicato alla strage di piazza Fontana. La reintegrazione dei docenti del consiglio avvenne quattro anni dopo in un clima radicalmente cambiato.
Il lettore mi scuserà per la rievocazione di un avvenimento così lontano e ormai dimenticato persino da chi allora lo condannò severamente. Ma il bisogno di raccontarlo nasce dal fatto che mantiene una imprevedibile attualità sia per quanto riguarda l’insegnamento dell’architettura, tornato, nonostante la creazione dei dipartimenti, all’isolamento dei corsi e agli esami nozionistici, sia per il significato di una esperienza – troncata allo stato nascente – che si poneva il problema di adeguare la disciplina alle esigenze della società e dell’ambiente, perché l’architettura tornasse ad essere strumento valido per migliorare la vita degli uomini.


Voglio ricordare cosa scrivevo nel 1974 sula rivista «Controspazio»: «Anche se oggi le facoltà italiane sfornano soprattutto professionisti destinati a insegnare nelle scuole medie o a trovare impieghi extraprofessionali, non c’è dubbio, se l’Italia vuol diventare un paese civile e se la nostra Costituzione deve essere attuata, che nelle nuove strutture amministrative centrali e periferiche vi sarà posto per migliaia di tecnici… dai quali dipende in larga misura la possibilità o meglio la speranza di salvare i valori positivi del territorio, di difendere la comunità da una serie di malattie non meno gravi di quelle che colpiscono individualmente i suoi membri. L’architetto come medico del territorio può sembrare una astrazione insensata in una società capitalistica solo se alla architettura e all’urbanistica v iene sottratta il valore di scienza positiva. (…) Il senso della sperimentazione milanese, della battaglia difficile che si è combattuta è tutto qui, la facoltà si avviava a formare dei tecnici nuovi per un compito nuovo: la diagnosi e la cura delle patologie urbane e territoriali, la individuazione, la denuncia, la cura dei processi di alterazione ecologica, di squilibrio, di necrosi vera e propria, che rischiano di diventare irreversibili».
I problemi che la sperimentazione didattica aveva sollevato sono problemi ancora da affrontare, e tra le poche iniziative culturali di grande spessore, il «territorialismo» italiano ha le sue origini nella esemplare vicenda umana di Alberto Magnaghi, uno dei docenti della sperimentazione , di quella saison an enfer vissuta in compagnia di persone indimenticabili, come Levi della Torre, Molon, Pugliese, Di Maio, Origoni, che non posso esimermi dal ringraziare con affetto.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 4 luglio 2021

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