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La cura Letta non guarisce le camere

Letta impugna la spada contro i parlamentari voltagabbana. Uomo di parola, l’aveva promesso e lo fa. Ma dietro l’azione è opportuno ci sia un pensiero. Qual è, nella specie?

Anzitutto, qualche premessa di metodo. Alcuni commenti si richiamano a proposte di legge in materia. Per quel che sappiamo, la proposta Pd guarda a una riforma del regolamento parlamentare, ed è bene che sia così. Sul punto è giusto considerare operante una «riserva di regolamento». Inoltre, non manca in rete chi chiede a gran voce di riformare l’articolo 67 della Costituzione introducendo il vincolo di mandato. Qui siamo alle questioni di fede: c’è chi crede, e chi no. Personalmente, ritengo da sempre che un parlamento popolato di zombies sarebbe una inutile e costosa superfetazione istituzionale. Sul divieto del vincolo nasce – e a mio avviso tuttora vive – il parlamentarismo moderno.

Troverei intollerabile che si desse ragione al Berlusconi presidente del consiglio che proponeva un voto ristretto ai soli capigruppo (Repubblica, 10 marzo 2009), tra l’altro argomentando dalla necessità di tempi certi nell’approvazione delle leggi. A quanto pare anche Letta pensa ai tempi certi. Nihil sub sole novi.
Veniamo al merito. Il fulcro della proposta è introdurre deterrenti per il parlamentare che vuole cambiare la casacca con cui è stato eletto, lasciando l’originario gruppo di appartenenza. L’obiettivo è ridurre la mandria di parlamentari transumanti e smagrire l’ipertrofico gruppo misto, giunto ad essere il terzo in ordine di grandezza. Ma la prudenza è d’obbligo.

Anzitutto, nessuna penalizzazione sulle funzioni proprie del parlamentare, ad esempio quanto all’essere potenzialmente membro di commissioni o a partecipare ai lavori di commissione o di aula. Siffatte penalizzazioni si tradurrebbero in una violazione implicita dell’articolo 67 della Costituzione.
Potrebbero ammettersi penalizzazioni economiche. Ma quali e quante? Ad esempio, si potrebbe negare un rimborso delle spese di viaggio o per la permanenza a Roma? Certamente no. O delle spese telefoniche? Nemmeno. O di quelle per la segreteria sul territorio? È dubbio.
Forse si può operare un taglio per quanto riguarda i portaborse e le spese genericamente definibili come di rappresentanza, ma non si va molto oltre, se non si vuole cadere in una violazione dell’articolo 67, eventualmente censurabile anche in Corte costituzionale da parte del parlamentare. Ma c’è un dubbio più di fondo.

Quid juris se il parlamentare non sceglie di cambiare casacca, ma viene espulso dal gruppo? L’ipotesi non è peregrina. Basta pensare alle espulsioni a raffica nel Movimento 5 Stelle in questa legislatura. In tale ipotesi la penalizzazione potrebbe mostrarsi inaccettabile. Sarebbe ad esempio ragionevole impedire all’espulso di aderire a un gruppo di sua scelta? Sarebbe giusto ridurre gli emolumenti a qualsivoglia titolo corrisposti?
Alla fine, troviamo una violazione dell’articolo 67. E se questo è vero, si apre una porta al parlamentare che strumentalmente sgomita nel gruppo fino al punto di rendersi intollerabile. Farsi espellere per cambiare casacca senza subire sanzioni potrebbe diventare un’arte raffinata.

Il punto è che la proposta Letta cura in piccola parte i sintomi, e non tocca per nulla la malattia. È certo indispensabile migliorare la qualità del ceto politico parlamentare e conseguentemente dell’istituzione, giunta a un punto basso nella sua storia. Ma la palude parlamentare è l’esatto riflesso della insostenibile leggerezza fuori delle assemblee elettive della politica e dei soggetti che in essa operano. Partiti ormai privi di una vera organizzazione territoriale, assemblati intorno a capi e capetti misurati sul consenso personale, privi di un cursus honorum definito, esposti alle incognite di alleanze imposte da leggi maggioritarie in vista di un utile sperato – ma non certo – nelle urne, sono il terreno più favorevole per una transumanza volta in ogni momento alla ricerca dei pascoli migliori.

Letta in armi ci piace. Ma le volga dove davvero conta: una buona legge elettorale – che non è il Rosatellum vigente, e nemmeno quella maggioritaria cui pensa-– e una solida legge sui partiti politici. È una via difficile e dal risultato incerto. Ma quella che ha scelto non schioderà il Pd dal sonnacchioso 20% nel quale da tempo affonda, e non eviterà che il paese finisca in mano alla destra.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 30 giugno 2021

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