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Alle origini del femminismo marxista

Sono state Clara Zetkin, Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj a inaugurare un pensiero in grado di analizzare lo sfruttamento delle donne anche nel lavoro di cura. Il femminismo di oggi può ancora trarne ispirazione.

Nel testo L’ascesa del femminismo neoliberista  Catherine Rottenberg definisce quel fenomeno che, a partire dalla seconda decade del XXI secolo, ha interessato il popolare reinserimento delle tematiche femministe all’interno dell’immaginario mainstream. Movimenti quali MeToo  e Time’sUp  hanno permesso la massima diffusione di un messaggio emancipatorio che ha raggiunto un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo. Allo stesso tempo però, la popolarità acquisita dal femminismo contemporaneo esige spesso la semplificazione delle diverse e complesse questioni che attraversano la teorizzazione femminista rischiando di ridurre tale movimento politico a slogan

La corrente neoliberista del femminismo contemporaneo sostiene la possibilità di raggiungere l’emancipazione rimanendo all’interno del sistema capitalista, attraverso la scalata al successo di un numero sempre maggiore di donne nell’ambito lavorativo. Questo approccio alla questione dell’emancipazione ha provocato, sul fronte opposto, una ripresa della critica femminista al capitalismo, storicamente legata al necessario sradicamento di quello che viene considerato un sistema di produzione economico, sociale e culturale che, per la sua stessa sopravvivenza, necessita di perpetrare meccanismi violentemente escludenti e discriminatori. A questa presa di posizione teorica sono corrisposte una serie di pratiche per la risignificazione politica della festa dell’8 marzo da parte del Movimento NonUnadiMeno.

In un momento in cui la questione dei diritti delle donne è sempre maggiormente impiegata dall’estrema destra e dal sistema capitalista nella sua forma neoliberista, fornendo una nuova giustificazione alle prospettive politiche nazionaliste e razziste, è utile ripercorrere le vite di tre «signore della rivoluzione» che, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, hanno permesso di legare alla questione femminista la lotta di classe connessa al problema della «razza».

Clara Zetkin e Rosa Luxemburg. Le donne e il Partito socialdemocratico tedesco

Le divisioni interne al femminismo non sono da considerarsi una novità. Il movimento è da sempre attraversato da profonde divergenze ma, quando nel XIX secolo il «femminismo borghese» rivendica l’inclusione delle donne nell’economia produttiva, senza considerare le ingiustizie perpetrate dal sistema capitalista nei confronti della femminilità lavoratrice, si verifica una significativa scissione al suo interno. Da una parte le femministe «liberali» e dall’altra le femministe «marxiste» per le quali il lavoro salariato costituisce un’ulteriore situazione di sfruttamento che livella la condizione di uomini e donne contro lo stesso nemico: il capitale. Ciò che contraddistingue la corrente femminista marxista fin dalla sua nascita è proprio il tentativo di analizzare il rapporto tra oppressione di genere e capitalismo. Negli ultimi decenni del XIX secolo, Clara Zetkin  propone l’elaborazione di specifiche pratiche politico-organizzative in grado di rispondere alle esigenze delle donne lavoratrici all’interno del Partito socialdemocratico tedesco – Spd – che, fino a quel momento aveva ignorato le problematiche specifiche delle donne appartenenti alla classe operaia. Zetkin evidenzia invece che per quanto tutte le donne siano oppresse in quanto «donne», la forma di tale oppressione si manifesta in modo diverso in rapporto alla loro classe di appartenenza. 

Posizione sostenuta da un’altra protagonista dell’allora socialdemocrazia tedesca, la pensatrice polacca Rosa Luxemburg, entrata nel partito al suo arrivo in Germania nel 1898. Luxemburg si esprime da subito a sostegno di una visione internazionale della rivoluzione proletaria e quando, nel 1914, il Partito vota a favore della guerra, si schiera in opposizione alla capitolazione del movimento socialista verso l’imperialismo. Nel 1916 Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Clara Zetkin e altri, formano la Lega di Spartaco, da cui parte una campagna illegale contro la guerra che prepara il terreno allo sciopero generale per la pace del gennaio 1918, a cui partecipano milioni di lavoratrici/ori, «prova generale» per la Rivoluzione tedesca del novembre 1918. È dalla Lega di Spartaco che nascerà, nel dicembre dello stesso anno, il Partito comunista tedesco. Luxemburg sarà assassinata insieme al compagno di lotta Liebknecht il 15 gennaio, dalle truppe filonaziste armate dal governo. La sua vita e la sua morte ne raccontano la dedizione alla causa della rivoluzione nonché il coraggio nella volontà di metterla in pratica e, grazie alla sua produzione scritta, Rosa Luxemburg rimane ancora oggi la teorica donna più conosciuta del marxismo. 

Critica al capitalismo tra patriarcato e imperialismo 

Per molti anni gli studiosi hanno descritto Rosa Luxemburg come estranea alla questione delle donne. I suoi testi spesso attaccano il femminismo borghese a lei contemporaneo e, appena arrivata in Germania, rifiuta di dedicarsi, come l’amica Clara, alla sezione femminile dell’Spd, per evitare la marginalizzazione all’interno del Partito che avrebbe lasciato il dibattito sulle questioni centrali ai dirigenti maschi. Le ricerche più recenti della filosofa Raya Dunayevskayan   hanno però messo in evidenza la dimensione femminista che attraversa sia la vita che il pensiero della rivoluzionaria polacca. Oltre a supportare il lavoro della compagna Clara Zetkin nel suo tentativo di proiettare l’emancipazione femminile come dimensione integrale della trasformazione socialista Rosa Luxemburg sostiene apertamente il diritto di voto alle donne in uno scritto del 1902, spiegando come l’emancipazione femminile sia da considerarsi un elemento indispensabile per riformare la socialdemocrazia e abbattere il capitalismo. Nel 1912 sostiene la necessità di una separazione tra il movimento femminista delle donne operaie e le rivendicazioni dei movimenti delle donne borghesi e sarà proprio Luxemburg, nel 1918 a sollecitare Clara Zetkin per creare una sezione femminile della Lega di Spartaco. 

Nel suo testo principe L’accumulazione del capitale  Rosa Luxemburg riprende e amplia le categorie concettuali marxiane e sviluppa la sua «teoria dell’imperialismo», basata sull’analisi del processo di produzione e accumulazione sociale del capitale, realizzato attraverso varie forme che sono escluse dal settore riconosciuto della produzione di merci, tra cui il «lavoro di cura» e la colonizzazione dei «paesi non europei». La pensatrice polacca fa emergere nella teoria quello che per la maggior parte delle donne proletarie del suo tempo rappresentava – e rappresenta tutt’oggi – una stringente problematica reale: la falsa credenza intorno alla non produttività del «lavoro di cura» delle donne, in casa e in pubblico. Il lavoro di Luxemburg mette in luce la necessità di intendere la questione dell’oppressione femminile come un prodotto storico dell’antagonismo tra capitale e lavoro, permettendo di legare liberazione delle donne e critica a tale sistema di produzione che, per sopravvivere, necessita di meccanismi di subordinazione, sfruttamento e discriminazione che agiscono tanto sulla categoria identitaria di genere quanto su quelle di classe e «razza». Descrivendo l’imperialismo come la struttura centrale di funzionamento del sistema di produzione capitalista in ogni sua fase, l’autrice sottolinea che l’oppressione dei soggetti «colonizzati» non sia da considerarsi come una semplice conseguenza del capitalismo ma costituisca piuttosto il suo fondamento. Ne consegue che, fin quando esisterà il capitalismo non potrà esserci spazio per nessuna forma di emancipazione, né per la classe operaia né tanto meno per la femminilità oppressa, l’unica soluzione delineata da Luxemburg al problema dell’oppressione dei soggetti subordinati è la rivoluzione proletaria, partecipata da tutti e tutte ed estesa a livello internazionale. 

Aleksandra Kollontaj e la Rivoluzione russa

Attenta studiosa delle opere di Luxemburg un’altra rivoluzionaria di orientamento marxista, Alekandra Kollontaj  figura tra le operaie che nel 1905 marciano verso il Palazzo d’Inverno. Come per Zetkin e Luxemburg anche la vita di Alekandra Kollontaj è un testamento della sua lotta politica. Nata in una nobile famiglia russa – il padre era un generale dello zar – Kollontaj sceglie di allontanarsi da quell’ambiente sposando un ingegnere e dopo una visita alla fabbrica tessile dove il marito stava lavorando all’impianto di ventilazione, colpita dalle disumane condizioni lavorative e di vita degli operai, decide di dedicarsi allo studio dell’economia politica a Zurigo. La formazione di Kollontaj la porta a considerare la liberazione delle donne come parte integrante della lotta per la costruzione di una comunità socialista, motivo per cui dedicherà la vita alla lotta per una migliore comprensione delle problematiche femminili. 

Costretta a lasciare la Russia per essersi opposta alla Duma zarista, Kollontaj si ritrova in Germania ed è qui che entra in diretto contatto con la socialdemocrazia tedesca e inaugura una collaborazione con Clara Zetkin e Rosa Luxemburg, approfondendo la questione femminile e partecipando alla prima Conferenza internazionale delle donne socialiste a Stoccarda. Quando nel 1914 la Germania dichiara guerra alla Russia, Kollontaj deve lasciare il paese e nel 1915 entra a far parte del Partito bolscevico. Dopo gli eventi rivoluzionari del 23 febbraio 1917 – 8 marzo secondo il calendario occidentale – torna finalmente in Russia dove è accolta come un’eroina ed entra a far parte dell’esecutivo del Soviet. Unica bolscevica a sostenere le Tesi di aprile di Lenin, immediatamente dopo la Rivoluzione d’ottobre, Kollontaj viene eletta Commissario del popolo all’assistenza sociale. Forte della sua posizione è quindi in grado di partecipare alla stesura di norme che riconoscano la donna come cittadina di pari diritti nel nuovo stato dei lavoratori. Viene quindi introdotto il matrimonio civile, agevolato il divorzio, e i figli legittimi e illegittimi dichiarati uguali davanti alla legge. Alle donne vengono concessi pieni diritti civili, il loro lavoro viene tutelato, ed è anche sancito il principio di uguale paga per uguale lavoro. Nel 1918, dopo aver concluso un giro di conferenze tra le operaie nella zona delle filande a est di Mosca, Kollontaj si convince della necessità di un Congresso femminile panrusso. Il 16 novembre 1918 viene inaugurato il primo Congresso delle operaie e delle contadine di Russia a cui si presentarono 1.147 delegate. 

Il florido periodo di innovazione sociale termina nel 1921 con l’approvazione della Nep – Nuova Politica Economica – che prevede la reintroduzione della proprietà e dell’iniziativa privata dell’economia. Il ritorno a rapporti di mercato determina la riduzione del numero di persone direttamente dipendenti dal bilancio pubblico e nelle città le condizioni di vita si inaspriscono. Ne derivano due conseguenze: la costruzione di asili, scuole e case di riposo deve essere rimandata e le pressioni per la ricostruzione della famiglia come unità centrale del welfare porta all’abbandono di ogni discussione riguardo alla questione femminile. È questo il contesto in cui matura il testo più conosciuto di Kollontaj, Largo all’eros alato!

Aleksandra Kollontaj è l’unica tra i rivoluzionari russi a porsi il problema di ripensare, oltre che l’economia e la politica, anche la morale e con essa il costume. L’autrice evidenzia come, in una società comunista, sia necessario abbandonare anche in campo amoroso l’idea di proprietà, contrastando l’individualismo della società borghese che al valore fondativo dell’amicizia ha preferito quello della competizione. Per Kollontaj la nuova società comunista si deve basare sul principio di solidarietà, poiché composta da soggetti capaci di provare autentica simpatia. Il rispetto e la comprensione reciproca, la coscienza del legame che unisce tutte e tutti in una dimensione collettiva, sono questi i tratti che contraddistinguono la capacità di amare nel significato più ampio che al termine attribuisce la militante russa. Tale idea di amore sta alla base della nuova concezione di famiglia promossa da Kollontaj e la porta a ottenere significative vittorie in campo legislativo, tra cui la legalizzazione dell’aborto nel 1920 e la depenalizzazione della sodomia nel 1922. Tuttavia, data la profonda crisi economica che la Russia deve attraversare in questi anni, nell’ambito che più sta a cuore a Kollontaj, la costruzione pratica di alternative alla famiglia attraverso la sovvenzione di enti statali che condividano con i cittadini e le cittadine le responsabilità di cura, nonché una concezione di tale responsabilità che investa entrambi i generi, non solo quello femminile, non troveranno mai un’effettiva formalizzazione. 

L’isolamento di Kollontaj all’interno del Partito si farà sempre più significativo, pur non opponendosi mai direttamente a Stalin, Kollontaj pratica una sorta di resistenza passiva al regime e nel 1940 riesce a mediare la pace tra Finlandia e Unione Sovietica. Nel 1945 presenta le sue dimissioni come ambasciatrice a Stoccolma, rientra poi a Mosca, dove muore nel 1952. 

Femminismo e marxismo, tra lotta di classe ed emancipazione 

Questo è solo un estratto della vita e del pensiero di quelle che sono state, senza dubbio, tre donne straordinarie. Nonostante loro stesse resistessero nel proporsi come eroine isolate di una rivoluzione che, in realtà, aveva visto la partecipazione attiva di migliaia di lavoratori e soprattutto lavoratrici, sia nel caso tedesco che russo, oggi forse più che mai è importante ricordarne le lotte e le riflessioni. Clara Zetkin, Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj inaugurano una nuova corrente di pensiero in ambito filosofico-femminista. Non solo il lavoro salariato è da considerarsi come possibile campo di sfruttamento del lavoro femminile, ma anche e soprattutto quello legato all’ambito della riproduzione sociale e della «cura». In un mondo in cui le donne ancora non posseggono nemmeno il diritto di voto Clara, Rosa e Aleksandra ricoprono incarichi ufficiali, sono ambasciatrici del proprio partito all’estero, inaugurano luoghi di resistenza attiva nei confronti del potere dominante e non si schierano, quando decidono di farlo, senza prima aver sottoposto a una ponderata e attenta riflessione le posizioni loro contemporanee in relazione alle proprie convinzioni. 

La caratteristica di una riflessione complessa che si rispecchia in una vita dedicata alla rivoluzione accomuna queste donne nella loro militanza contro un sistema di sfruttamento, quello capitalista, che unisce discriminazioni di genere, «razza», classe e orientamento sessuale. Una lotta che il femminismo contemporaneo non deve dimenticare e di cui queste «signore della rivoluzione» rimangono oggi un simbolo da cui trarre ispirazione. 

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 26 giugno 2021

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