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Il colore del nome. Una auto fiction di formazione tra rivelazione e informazione

Pubblichiamo la recensione di Silvia Napoli a «Il colore del nome», di Vittorio Longhi (Solferino, 2021, 288 pp.). Il libro sarà presentato, con la partecipazione dell’autore, a Bologna, venerdì 2 luglio, alle 18.00, presso il centro sociale e culturale Giorgio Costa, in via Azzo Gardino 48. Interverranno il genetista Guido Barbujani, Loris Campetti giornalista ex Manifesto, Rosella de Troia attivista sociale e Silvia Napoli fondatrice del “collettivo Amalia”. Interverrà inoltre una rappresentanza di Eritrea democratica. Modera l’incontro lo psicoterapeuta Paolo Dadini del manifesto in rete. zL’evento si potrà seguire anche sulla pagina facebook Il manifesto in rete.

Un dolente e sommesso messaggio antiautoritario, forse antipatriarcale, velato al tempo stesso di nostalgia per la mancanza di un riferimento paterno affidabile e portatore di valori, un romanzo di formazione che va all’incontrario come il treno dei desideri nel celebrato Azzurro di Paolo Conte, sono le note salienti di questo bel libro di Vittorio Longhi, il Colore del nome, sfida aperta al la retorica del nome-auspicio, ribaltata beffardamente, in una sorta di rivelazione oracolistica finale su cui non possiamo, come si dice, spoilerare, quando le carte dei destini incrociati finalmente si svelano, per lasciarci, noi lettori alle prese con una sorta di bittersweet mood. Uno stato d’animo sospeso, in cui evidentemente i fili delle conclusioni sono ancora tutti da tirare e intrecciano biografia e farsi storico in maniera sorprendente.

Le razze sono un’invenzione, ma l’antropologia delle culture è un fatto, soprattutto una disciplina flessibile, che, affiancata ad altre, può aiutarci a leggere il divenire del costume sociale, il posizionamento che in esso hanno le diverse tradizioni, le forme di ogni ordinamento gerarchico, che seppure lentamente e non sempre nel modo che e nel contesto che vorremmo, evolvono costantemente. Tuttavia, la sensazione di una spiegazione sempre a venire che forse siamo condannati tutti a cercare per sempre , in grado di mettere insieme i pezzi delle nostre vite contemporanee un po’ in fuga, è la dominante che serpeggia pure nell’ordine razionale che l’autore vorrebbe dare con tutti gli strumenti conoscitivi a disposizione al caos del mondo.

Ma ancora, uno dei nuclei portanti del libro è la condizione peculiare dei cosiddetti meticci, con tutto il carico di sofferenti ambiguità che questa può comportare, una condizione che è già ricerca e premessa di investigazione e narrazione. Dunque anche una sorta di avvertimento, per chi legge, di mettersi subito in guardia da facili e ottimistiche speculazioni sulla bellezza utopistica delle ibridazioni. Quanto sono altresì pregnanti e dove e in quali gangli simbolici si collocano i rispettivi discorsi pubblici sulla razza e sul genere, alla base del metissage? Dove sta il nucleo della violenza che espropria, che mette in atto logiche di prevaricazione e sfruttamento e assume di volta in volta volti diversi per incistarsi persino nello specifico familiare?

Quali letture possiamo dare del fenomeno expat? Quantomeno posto in confronto a quello migratorio vero e proprio?

Aderire ad una prospettiva internazionalista antirazzista, significa forse rinunciare ad avere tradizioni ed identità forti? Una cultura globale che attenui disparità e operi contro mistificazioni e disuguaglianze, non finisce poi per appiattire le differenze che ci qualificano e specificano? Nel contempo, spingere sul pedale delle differenze, non porta in ultima istanza, pur nel nobile tentativo di esaltare le soggettività, ad acuire divergenze ed incomprensioni, togliendo libertà all’individuo di collocarsi dove desidera e preferisce nello scacchiere sociale della rappresentazione? Sono alcune delle numerose domande addensate implicitamente nel memoir romanzo di Longhi, che pone questioni epistemologiche complesse sul rapporto spurio che lega Storia e storie, Storia e cronaca di oggi. La condizione esistenziale nomadica del giornalista, del corrispondente estero, pur riaffermata come scelta, come vocatio e missione, perde qui, non tanto i suoi connotati di fascinazione quasi erotica come desiderio relazionale continuamente rimandato e circoscritto che permangono, ma, lungi dall’essere una rivendicazione e un modello, assume i connotati di una somma di mediazioni e compromessi storici che hanno portato il protagonista fin li, insieme, ma al contempo distante, in diverse accezioni, da tutte le possibili forme di legame. Ci sarebbe molto da dire, sulle figure femminili del libro, che in qualche maniera assumono una connotazione, una misura classica di guida, di evento sentinella, di simbolicità alta. Figure non certo minacciose o destabilizzanti per il nostro io narrante, salvifiche anche, ma non certo a disposizione di una generica melassa affettiva. Donne come veggenza e amore incondizionato tale da assurgere a forma di saggezza superiore,difficilmente intercambiabili e sostituibili se non in una sorta di nevrotico spezzettamento di oggetti e soggetti di ricerca, di indagine, di eros e agape alternati.

Quanti sono i modi possibili di leggere questo biopic che è, al tempo stesso, affresco storico? In effetti, tanti, diversi, tutti legittimi e tutti godibili.

Come l’autore stesso, giornalista di vaglia ed esperienza formatosi alla scuola gloriosa del Manifesto, dichiara sin dal prologo, esso è anzitutto un libro del Nostos, o del ritorno, una sorta di Odissea che non promette un talamo e un regno, ma qualcos’altro, una agnizione che se suona amara nell’immediato, ha potenzialità enormi in prospettiva

Naturalmente è un libro sull’identità in senso antropologico e sociale:che cosa, forma la nostra identità? Se non è il cosa possediamo o facciamo, in cosa si sostanzia, il nostro personale ubi consistam? Possibile che il nostro modo di essere consista soprattutto in un gioco di rimandi tra auto rappresentazioni e rappresentazioni di noi che ci rimandano gli altri? Sono molteplici, i passaggi del libro, in cui i fraintendimenti sui lineamenti somatici con conseguenti fraintendimenti di provenienza nazionale e geografica, i misunderstandings linguistici, la fanno da padroni e fanno da specchio alle insicurezze del protagonista esistenziali certo, ma non per questo, attenzione, meno politiche di altre. Che cosa di più contribuirà alla nostra specificità? Una scelta di campo, un taglio di occhi, la larghezza di un sorriso? E se le razze, come noi, noi di una certa parte che si ritiene giusta, le riconsideriamo una invenzione, ma anche un peso di coscienza, come mai il nostro essere fluidi ed ibridati, non ci procura leggerezza e non lenisce i nostri oscuri sensi di colpa? Che cosa qualifica poi, una identità maschile, che sembra riformularsi attraverso passaggi storici di assoggettamento, colonizzazione, imperialismo, faticosi e caotici processi di decolonizzazione, per poi ritrovarsi in qualche modo, deludente a se stessa, forse perché incapace in primis di comprendere il grande e potente discorso riproduttivo, alla base di qualsiasi produzione, soprattutto di senso?

In un certo modo, potremmo dire che se il monologo interiore, il fluire di coscienza auto narrativo e ossessivo sono stati il marchio letterario del novecento, in questo caso, ma in verità, devo dire in altre tipologie di lavoro culturale e artistico, viste recentemente, il monologo esteriore, di una soggettività riverberata e riscritta continuamente dallo sguardo specchio degli altri, intesi come individui, ma anche collettività, in forme sia dirette che mediate, è un po’ la cifra di questo libro.

E naturalmente, a partire da questa considerazione, questo è anche un libro su un mestiere, quello di giornalista, di inviato che fuori dall’aura romantica, ha bisogno oggi di ridefinizioni e aggiustamenti, perché il confine tra notizie, informazioni, opinioni e comunicazioni è sempre più labile e perché l’accumulo simultaneo di fatti e commenti squadernato oggi in tempo reale sullo schermo di qualsiasi device, pone molti interrogativi su una possibile legittima o meno ricerca della verità e del punto di vista. Che cosa può fare oggi per noi il giornalismo sul campo? Che cosa può fare per noi, aperti su un mondo che però assomiglia sempre più ad un asfittico condominio, come quello dei social, il giornalismo degli esteri e della politica internazionale? Quanti tipi di politica estera abbiamo a disposizione? Basterebbe considerare quante volte e in quali contesti, con quali risvolti, il nostro autore alla ricerca del tempo perduto, è alle prese con la sua personale madeleine, che è lo ziginy, il piatto tradizionale eritreo.

In sottotraccia, questo è anche un libro di città se non invisibili, che si intravedono e sono davvero più associate ad un umore e a un sentire, che ad una loro architettura, strette come sono, tra Europa e mediterraneo. Ma anche qui, il cerchio si chiude, con un tornare all’origine di tutto, se è vero come diceva Caracciolo su Repubblica di ieri che, recitando e ammodernando il parere di un ministro crispino (più o meno, dunque da dove prende le mosse il nostro libro), la chiave del mediterraneo è nel corno d’Africa, nel mar Rosso e dunque anche un po’ la chiave dell’Europa e delle sue inquietudini, sta li.

Tutta la nostra storia comune di europei, in realtà, converge all’isola dei conigli di Lampedusa e metaforicamente stiamo tutti su quei barconi che si affidano a flutti perigliosi. E dunque la storia personale del nostro Vittorio Longhi che vorrebbe inizialmente prescindere dalle sue complesse origini italo eritree, in favore di un sentire cosmopolita e di una appartenenza europea, è anche una rilettura dell’Europa stessa come grande costruzione meticcia, fuori sia dai burocratismi che dalle retoriche incrociate di tanto bempensare anche di sinistra. L’identità è, in buona sostanza una storia, dunque, che non ha una sola narrazione e proprio perché si forma continuamente e si plasma sui diversi punti di vista, conserverà sempre un suo margine di inconoscibilità, al di là delle possibili spiegazioni. Per accettare questo, al di là della maiuscola o minuscola, che vogliamo attribuire al termine, occorre comunque tanta consapevolezza e tanta voglia di andare in profondità e questo è vero nella vita dei singoli che in quella delle comunità. Il fuggire del protagonista dai salotti buoni, non è in questo senso,la ricerca di esotismo o di una botta di adrenalina, quanto la ricerca dell’investigatore di anime e, va da se, ogni nome avrà il suo suono e il suo colore da comprendere.

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