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Assumere direttamente per pagare meno. Le nuove frontiere della logistica

Una serie di slide acquisite dai magistrati di Milano che indagano su Dhl Supply Chain Italy illustrano la nuova proposta di gestione della manodopera. Diretta, senza l’intermediazione di cooperative. Con la costituzione di una nuova società che si aggiudichi tutti gli appalti e poi riassorba gli operai oppure apra una procedura di licenziamento collettivo. Perché i subappalti per ora sono più convenienti ma grazie al sindacato di base c’è un “allineamento progressivo dei costi”. E spaventa il caso di Ceva Logistics, messa in amministrazione giudiziaria per sfruttamento del lavoro.

Fine degli appaltiAssumere direttamente i lavoratori o utilizzare interinali. È questa la nuova frontiera per le multinazionali della logistica in Italia. Obiettivo? Nel lungo periodo pagare meno, anche se sembra un paradosso. E magari ridurre la presenza di operai iscritti al sindacato di basecome – secondo Adl Cobas – sta facendo la big americana FedEx a Padova e Bologna. In più, evitare i rischi legati alla “responsabilità solidale” del committente. Ora spuntano anche le prove documentali. Una serie di slide e documenti acquisiti dai magistrati di Milano che indagano su Dhl Supply Chain Italy dimostrano che c’è un piano. “Piano B” lo chiamano gli inquirenti.

È il 9 marzo 2021 quando la Guardia di Finanza acquisisce su mandato dei pm Paolo Storari e Giovanna Cavalleri faldoni presso lo stabilimento Dhl di Settala. Dentro c’è la nuova proposta di gestione dei lavoratori dell’handling. Gestione diretta, senza più l’intermediazione di cooperative e consorzi di lavoro che hanno fatto le fortune del settore. Come funziona? “Costituzione di una NewCo a capitale 100%” si legge nelle slide. I passaggi successivi sono: aggiudicazione degli appalti da parte della NewCo; assunzione dei lavoratori da impiegare nell’appalto direttamente dalla NewCo; cessazione dell’appalto precedente con il subentro dei lavoratori oppure aprendo la procedura del licenziamento collettivo per cessata attività. Tutto messo nero su bianco. Ma perché?

I manager di Dhl sono in fuga da due spettri. Il primo è il costo del lavoro. Nelle cooperative i soci-lavoratori – al 90% facchini stranieri – sono di fatto fittizi. Non partecipano all’attività assembleare, di approvazione di bilanci o statuti e all’organizzazione del lavoro, è vero, ma dal 2013 in poi si sono sindacalizzati. Qualche esempio? L’accordo firmato dalle principali sigle sindacali e associazioni del mondo cooperativo il 30 maggio 2019 che ha sancito la “completa” applicazione del Contratto collettivo nazionale della logistica ai lavoratori delle coop. O ancora: gli accordi di secondo livello nei siti produttivi, strappati a colpi di scioperi, picchetti e blocchi ai cancelli. Hanno significato dei minimi tabellari più alti dell’8% soltanto guardando al biennio 2018-2019, ticket restaurant, assicurazione sanitaria, revisione degli istituti economici (mensilità aggiuntive ferie, ROL, festività) non più pagati sulle ore effettivamente lavorate ma riconoscendo la piena maturazione mensile degli istituti. Nuovo costo orario per la forza lavoro? Tra i 18 e i 20 euro l’ora “all inclusive”.

Secondo spauracchio della multinazionale controllata dal gruppo Deutsche Post che emerge nitido dalle carte degli inquirenti: la “responsabilità solidale” del committente. Significa che si risponde direttamente di cosa accade lungo la filiera dell’appalto, sull’asse committente-cliente. Perché quei fatti – a volte illeciti – contribuiscono a formare il prezzo finale. E quindi un guadagno. È l’orientamento che sta prendendo piede fra i magistrati milanesi dal 2017-18 in poi su propulsione del presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano, Fabio Roia. Hanno messo in amministrazione giudiziaria nel 2019 Ceva Logistics e il consorzio Premium Net per sfruttamento di lavoratori italiani e dell’est d’Europa. La gestione commissariale ha dimostrato che bisogna alzare le tariffe del 20% solo per garantire le tutele di base dei lavoratori. Nel 2020 è stato il turno di Ubereats e del caporalato sui rider. Il colosso del food delivery ha provato a difendersi da subito dicendo di non sapere cosa facevano i suoi fornitori delle società Flash Road City e FRC ma anche questi hanno parlato a loro volta. Sono state trovate la mail dove gli ordini partivano direttamente dalla casa madre di Uber e addirittura dall’Olanda.

Notizie che non sono passate in sordina nel quartier generale di Dhl. L’11 luglio 2019 è Adriano Perotta, head of legal Europe del gruppo, a inoltrare via mail ai principali manager e all’amministratore delegato, Antonio Lombardo oggi indagato, il provvedimento su Ceva Logistics con relativo commento. La società è preoccupata “dalla possibilità di “replica” di un siffatto scenario” – annotano i magistrati – ed “elabora un piano B”. Il timore è che il cerchio intorno all’azienda si stia stringendo. Ecco allora un‘analisi costi-benefici del “modello coop” e subappalti contro l’internalizzazione della manodopera. I punti di forza dei subappalti? “Flessibilità soci-lavoratori superiore al 50%” si legge nelle slide e “minore costo del lavoro dovuto in prevalenza a minori benefit/applicazione 2°livelli”. Le minacce? Tre: “Allineamento progressivo dei costi di cooperativa ai costi di lavoro subordinato previsti dai Ccnl – Accordo 30 maggio 2019”, la “responsabilità solidale” e quello che viene denominato “Rischio Ceva”. Tradotto: nonostante i risultati sindacali e normativi, il primo modello offre ancora vantaggi. Però sta diventando rischioso dal punto di vista penale e societario. Il tutto mentre, sottolinea Dhl Supply Chain Italy, avviene il progressivo convergere dei contratti nelle cooperative al costo della contrattazione collettiva nazionale.

Che fare, quindi? Riportare indietro le lancette dell’orologio di almeno 10 anni. E assumere direttamente. Proprio come FedEx. Lasciandosi aperte nuove opzioni: riassorbire gli stessi facchini con anni di esperienza per non perdere le competenze acquisite oppure aprire le procedure di licenziamento collettivo. E ancora: nuove assunzioni – sì – ma anche ampio uso dei lavoratori interinali e in somministrazione con le Agenzie del Lavoro per garantirsi flessibilità. È il “modello Amazon”. Contratti vantaggiosi per la società, sgravi contributivi e scarsa possibilità di sindacalizzazione degli operai perché, banalmente, nessuno si conosce reciprocamente e possono essere spostati in brevi lassi di tempo nei diversi siti produttivi. Così le multinazionali giocano al gatto e al topo, in un’eterna fuga in avanti. Il 9 marzo 2021 qualcuno è finito in trappola.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 23 giugno 2021

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