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La cura del mondo. Parentele postumane e decoloniali

Condividiamo qui di seguito un estratto del libro di Angela Balzano, “Per farla finita con la famiglia. Dall’aborto alle parentele postumane” (Meltemi 2021). L’estratto è stato pubblicato su il lavoro culturale l’11 maggio 2021.

Da ecofemminista e antirazzista desidero un cambiamento etico-politico. Non posso fare a meno di chiedermi quanto potrebbe cambiare il mondo se cambiasse il nostro modo di riprodurlo. Il desiderio di avere figl* potrebbe non coincidere con la sua concretizzazione capitalista: mio figlio bio(tecno)logicoda chi li ha presi gli occhisei tutta tua madre!

Il desiderio di avere figl* potrebbe essere solo uno tra i modi di chiamare il desiderio di entrare in una relazione di cura con il mondo. Molte amiche femministe mi hanno insegnato che la maternità è desiderio di apertura, sperimentazione del divenire altro che fa perdere contezza della finitudine del corpo proprietario. Non sono un’antinatalista, ma neppure un’essenzialista. Sono un’attivista che cerca soluzioni efficaci per problemi che ci trasciniamo dietro da tempo e sono consapevole di quanto sia scomoda la soluzione proposta da Haraway (2019): generate parentele, non bambini! Vedo in questo suo slogan sintetizzate troppe questioni complesse. Proviamo a scioglierle con un po’ di prove microfono.

Uno-due-uno prova microfono: generare parentele, non popolazioni!

Questa prova microfono la dedico ai razzisti, a coloro che gioiscono a saperci indifferenti all’indifferenza in cui crescono tropp* bambin* già nat*, perché non sono cittadin*, sono migrant*. La dedico agli antiabortisti che si accaniscono sui diritti di chi non è mai nat* dimenticando per scelta che ci sono milioni di nat* che non hanno accesso ad alcun diritto. La dedico alle/agli ossessionate/i¹ dalla riproduzione biologica, guarda caso spesso eterosessuali bianche/i e occidentali che preferiscono produrre una nuova vita (a loro ascrivibile) che prendersi cura dell’uman* che è già (o questo uman* è un po’ meno uman* perché non è bianco, non è europeo and so on?).

È forse impegnativo costruire una tale lotta politica, ma la immagino più o meno così: affianchiamo agli sforzi in mare di Carola e Pia Klemp, della Mare Jonio e della Sea Watch degli sforzi sulla e per la Terra. La risposta da dare non solo ai Salvini nostrani ma alla Fortezza Europa tutta sarebbe composita: lo sciopero riproduttivo da un lato, la piena accoglienza e cura dell’alterità dall’altro. Leggo Preciado insieme a Haraway e gioisco al pensiero del potenziale sovversivo che proviene dalla combinazione dei loro slogan. Ricordate il suo intervento dal titolo Sciopero degli uteri?

Concordo pienamente con Preciado quando scrive: “Come corpo nato con un utero, chiudo le gambe al cattonazionalismo”. Come Preciado, sono consapevole che “ogni donna ha dentro di sé un laboratorio dello Stato-nazione dalla cui gestione dipende la purezza dell’etnia nazionale”. Dunque uno slogan antirazzista e femminista all’altezza di tempi/spazi/sfide, il primo punto dell’agenda politica per la decrescita ri/produttiva, per me potrebbe essere: Gambe chiuse! Porti aperti!

Non so voi, ma io rivendico la sottrazione: vulva sottratta alla nazione, alla religione, al capitale, alla scienza, vulva che non intende procreare “al servizio della politica nazionalista”², vulva dedita piuttosto ai piaceri della disfunzionalità, a compostare, tramare, ibridare. Allo sciopero degli uteri occorre affiancare la generazione di parentele, solo così potremmo inquinare la purezza dell’etnia nazionale. Ci sono mezzi e vie molto concrete, neppure troppo ostiche, per non generare popolazioni ma parentele. Penso all’affido familiare, che certo non è l’adozione, ma permetterebbe di far decrescere il numero di migrant* minor* non accompagnat* che vivono nei centri di accoglienza: il 94%. A me pare insostenibile, talmente insostenibile che penso che non ho mai partorito e non vorrò mai farlo, ma voglio iscrivermi all’elenco di tutor disponibili ad assumere la tutela di minor* stranier* non accompagnat*. Mi gira la testa, mi chiedo come farò da precaria della ricerca single che lavora dieci ore al giorno e viene pagata per la metà, ma suppongo giri la testa a tutte le persone che vogliono diventare genitori, no? Se non avrò da sola le forze per farlo… anzi, spero di non avere da sola le forze per farlo. Il cyborgfare eco/transfemminista non è individualizzante né atomizzato: do it together. Spero di poterlo fare con qualcun’altra. Fare con, simpoiesi, organizzarsi in s/famiglie contro lo Stato-nazione e per la sopravvivenza della Terra: chiudendo le gambe e aprendo i porti potremmo contribuire alla rigenerazione del non-umano.

Haraway ci ha consegnato un prezioso congegno, rileggendo Chthulucene (2019) mi accorgo che è stata puntuale nel mantenere dall’inizio alla fine del libro tutti i fili della matassa ben intrecciati. I suoi slogan sono i fili che dipana, e non fa che dispiegarli: il filo del “generare parentale” e quello del “non generare bambini”, assieme al filo “cyborg per la sopravvivenza terrestre”. Porto tutti i suoi fili con me verso il secondo punto dell’agenda etico-politica e le faccio eco con un ultimo slogan, che intendo come via praticabile per mettere mano al problema. Dal momento che la sopravvivenza della Terra è legata alla sua rigenerazione, e che questa è messa a dura prova dalla nostra cieca insistenza sulla riproduzione dell’umano, il nostro secondo punto/slogan è:

Generare parentele postumane per la rigenerazione del pianeta!

Per generare parentele postumane, noi abitant* urbanizzat* dei paesi ricchi non dobbiamo recarci in pellegrinaggio in terre lontane. I luoghi in cui sfruttiamo la maggior parte degli animali non umani si trovano poco fuori i centri delle nostre città. I macelli in cui stipiamo e uccidiamo le nostre cugine mucche sono a portata di passeggiata. Le parentele postumane non hanno il volto rassicurante e l’aura romantica dell’amicizia antropomorfizzante, sono relazioni conflittuali che non riguardano il singolo individuo umano e non-umano, non sono raffigurabili nel quadretto bucolico dell’amore a due, del tipo la bimba e la pecorella, il ragazzo e il cane. No, le parentele postumane somigliano ad assemblee, sono informate da politiche governative e flussi finanziari, vengono intessute da molteplici attor* naturalsociali su scala g/locale, possono essere mostruose: immaginatevi un’apertura coordinata dei cancelli dei macelli! Immaginate quanto ci sconvolgerebbe la fuga di massa di mammiferi che ne seguirebbe! Quale immenso gesto di cura transpecie sarebbe quello di rompere quelle gabbie, di lasciarli correre via liberi (Bertuzzi, Reggio 2019)? Prendersi cura non vuol dire solo nutrire/rigenerare in relazioni di prossimità e dipendenza su base individuale/familiare. Prendersi cura è lasciar andare in relazioni di libertà e intra-azione su base collettiva/cooperativa. Eppure noi abitant* urbanizzat* dei paesi ricchi continuiamo a sottomettere e uccidere altre forme di vita per garantire la ri/produzione nostra e dello Stato-nazione. Non tutt* allo stesso modo, questo bisogna ribadirlo per non dimenticare quali persone umane hanno il privilegio della riproduzione e quali ne sono escluse, quali forme di riproduzione sorreggono nazione e capitale, ma anche per capire a chi si rivolge l’invito al “non generare popolazioni”. Vediamolo con un altro veloce freestyle:

etero-cis occidentali fate meno figli organizzatevi in mo(n)di diversi
non è solo la vostra riproduzione che conta: generate parentele
fatela finita con la famiglia!
Ricordate che insieme alla sicurezza
è la base dello stato fascista?
Oggi è un pilastro dell’economia neoliberista.

Il nostro convissuto radicato – riassunto nel generare parentele postumane per la rigenerazione del pianeta! – insiste sul fatto che qui nessuna si augura l’estinzione, anche perché quella umana non è all’orizzonte, la sesta estinzione riguarda più anfibi e oranghi che esseri umani: “L’umanità potrebbe essere stata sopravvalutata, ma da quando essa ha raggiunto la cifra di otto miliardi, ogni discorso sull’estinzione sembra completamente fuori luogo” (Braidotti 2014, p. 12).

Per quanto sedotta dallo slogan iniziale – Generate parentele! Non bambini! – duole ammettere che da solo lo sciopero riproduttivo girerebbe a vuoto e anche le parentele postumane rischiano di venire reiscritte in flussi finanziari. Vista l’ascesa di scienze della vita e dell’informazione e relativi mercati, sembra uno scenario plausibile (la cosiddetta svolta postantropocentrica del capitale). Non mi rincuorerebbe sapere che tra un secolo saremo di meno, ma magari con le stesse discriminazioni basate su classe, razza, genere e specie. Se nel giro di vent’anni diminuissero le nascite ma le emissioni di carbonio no, perché magari non diminuirebbero i viaggi in aereo? Purtroppo non è un sillogismo, né un’equazione, non basta dire “– umani = + pianeta”. Ci sono troppe altre variabili, etica ed economia in primis. Il nostro stesso attivismo si farà compostista allora, proverà a muoversi su tutti e tre piani: chiuderemo le gambe, apriremo i porti, ci alleeremo alle altre specie, produrremo di meno e soprattutto produrremo diverso.

La ricchezza come lusso per pochi sopravvissuti non mi interessa. Mi affascina di più il “di meno per tutt*”. So che decrescere non vuol dire solo rinunciare, sacrificarsi, non nella parte di mondo da cui scrivo. Ho letto Latouche per accantonarlo. Ho amato gli slogan trasmessi da Radio Alice e arrivati fino a noi: il caviale o per tutt* o per nessun*. Oggi rifletto sulla strage di storioni femmine incinte che provoca. Non mi sembra sia poi una rinuncia non usare l’auto in città dove tutto si può fare a piedi. Vivo così e non mi sento monca, so che posso farlo perché ora cammino, ma non ho sempre camminato e spesso mi reimmobilizzo: la nostra urbanistica, i nostri servizi alla mobilità sono scarsi e centranti sul corpo funzionante del maschio standard. Non voglio che la sopravvivenza della Terra sia delegata alla singola persona, il prezzo da pagare è troppo alto e troppe persone sarebbero impossibilitate a farlo (perché hanno corpi ed esigenze diverse da “l’uomo in salute”). Tuttavia dei limiti dovremmo porceli, no? Idee non ne mancano, manca la volontà economico-politica: potremmo riconvertire la mobilità basandola su energie rinnovabili, eliminare tutti i SUV in circolazione in favore del trasporto pubblico tarato su corpi non standard. Potremmo limitare le emissioni dei voli intercontinentali destinati allo svago degli occidentali: quanto inquina il loro “desiderio” di raggiungere la Grande Barriera Corallina (Lenzen et al. 2018)? Vorrei tanto vederla una volta nella vita, ma mentre io vivo lei muore e un mio viaggio fin lì contribuirebbe sicuramente all’accelerazione della scomparsa di quel mirabile ecosistema. Il mio non è un sacrificio, è una consapevolezza: il sacrificio per noi lo sta facendo la Barriera Corallina. Da qualche parte bisognerà pur cominciare e proprio perché in bibliografia (e biografia) non ho Latouche ma Foucault e Spinoza, invito a partire da abitudini e desideri (chiamateli se volete affezioni), perché sono loro a puntellare il sistema riproduttivo. Potremmo andare al mare senza costruire ecomostri, potremmo viaggiare ma con intelligenza emotiva, cioè redistribuendo possibilità e modalità.

Note

¹Qui l’asterisco non c’è per scelta, perché il suo uso rimanda nel mio immaginario a una comunità (nomade e frocia) di soggettività che di questa ossessione non soffrono.

²collettivaxxx.wordpress.com/2014/02/03/sciopero-degli-uteri-di-beatriz-preciado/

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