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All’Aia, condannata la Shell

Ancora una volta, Davide ha affrontato Golia. E ha vinto di nuovo. Con una sentenza destinata a far tremare coloro che tentano di prolungare la preminenza di un modello energetico e produttivo fondato sui combustibili fossili, la Corte Distrettuale de L’Aia (tribunale olandese di primo grado) ha condannato la multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell, stabilendone la responsabilità per il suo contributo all’emergenza climatica in corso.


A poche ore dalla pubblicazione della decisione, il 26 maggio 2021 è già destinato ad entrare di diritto nel novero delle date più significative e memorabili per il movimento mondiale di giustizia climatica: è infatti la prima volta nella storia che un’entità privata viene condannata da un giudice a perseguire una riduzione puntuale delle emissioni di CO2 indotte dalle sue attività.


Il carattere sorprendente di questa decisione risiede, in particolare, sul fondamento inedito della responsabilità climatica così consolidata: rifacendosi al precedente stabilito nel caso Urgenda, l’ingiunzione emessa nei confronti del gigante petrolifero viene motivata dal tribunale con riferimento alla tutela dei diritti umani dei residenti olandesi, nei confronti dei quali la multinazionale si trova consequenzialmente tenuta ad onorare – concretamente – un dovere di diligenza plasmato dagli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (CEDU), che tutelano il diritto alla vita e il diritto alla vita privata e familiare.

Una svolta senza precedenti e particolarmente degna di nota, secondo cui: “[…] la responsabilità delle imprese esiste indipendentemente dalla capacità e/o volontà degli Stati di adempiere ai propri obblighi in materia di diritti umani, e non diminuisce tali obblighi. Non si tratta di una responsabilità opzionale per le imprese. Si applica ovunque, indipendentemente dal contesto giuridico locale […]”

Il tribunale ha ritenuto pertanto che le eccessive emissioni di CO2 di cui la Royal Dutch Shell può essere ritenuta responsabile rappresentano un pericolo molto grave, con un alto rischio per i residenti olandesi e con gravi impatti sui diritti umani, sia per le generazioni presenti che per quelle future.

La portata dell’ingiunzione emessa dai giudici olandesi è tutt’altro che simbolica: al fine di conformarsi alla decisione pronunciata della corte, il colosso petrolifero si vede adesso tenuto a ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra del 45% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2019.

Il tasso di riduzione netta delle emissioni è stato identificato con riferimento all’Accordo di Parigi e agli scenari di mitigazione dell’IPCC; le emissioni di CO2 da ridurre, considerate per tutta la catena logistica della multinazionale e per il suo intero portfolio energetico, riguardano sia quelle dirette che quelle indirette, dove sono da annoverarsi anche quelle derivanti dai combustibili immessi sul mercato.

La causa è stata intentata nel 2018 su iniziativa di Milieudefensie, organizzazione di difesa dell’ambiente con sede nei Paesi Bassi. La scelta della multinazionale anglo-olandese come bersaglio di questo contenzioso non è casuale. Secondo il Carbon Majors Database, tra il 1988 e 2015, Shell si sarebbe classificata al 9° posto tra le imprese maggiormente responsabili per il rilascio di emissioni di gas serra in atmosfera.

La multinazionale è inoltre ritenuta all’origine dell’1% delle emissioni di gas serra generate ogni anno, una cifra estremamente elevata se consideriamo che si tratta dell’impatto riconducibile a una singola entità privata.


Lungi dall’essere un colpo di grazia definitivo per gli interessi dell’industria degli idrocarburi, la decisione Milieudefensie v. Shell ha tuttavia aperto una breccia che difficilmente potrà essere rimarginata. La decisione pronunciata dalla Corte Distrettuale de L’Aia ha in effetti tutte le carte in regola per porsi come la scintilla di una rivoluzione giuridica che difficilmente verrà contenuta dai confini nazionali olandesi.

Sono infatti tantissime le multinazionali con sede in tutto il mondo che, nel corso degli ultimi decenni, hanno avuto modo di trarre un sostanziale profitto da attività con un forte impatto negativo sul sistema climatico globale, di fatto contribuendo a mettere a repentaglio la tutela effettiva dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

In Francia, l’associazione Notre Affaire à Tous, accompagnata da numerose collettività territoriali, è attualmente impegnata in un contenzioso simile nei confronti della società francese Total, accusata di non fare la propria parte per mitigare la crisi climatica e decarbonizzare rapidamente le sue attività, in violazione degli obblighi di legge definiti in ambito di responsabilità sociale e ambientale delle imprese.

La piena attuazione delle rivendicazioni per una transizione ecologica rapida ed equa necessiterà di molte altre vittorie come questa, ma la sentenza pronunciata dalla corte distrettuale de L’Aia inizia finalmente a invertire l’ordine delle priorità, e lo fa con un paradigma dirompente: la preminenza dei diritti umani e la preservazione della sostenibilità climatica devono essere obbligatoriamente integrate come elemento imprescindibile nella definizione delle attività e delle politiche di investimento delle imprese.

Le conclusioni che possono essere dedotte da questa sentenza non lasciano spazio a interpretazioni: la scusante della libertà di impresa non è più in grado di giustificare l’interferenza – illegittima – di un interesse privato a discapito del diritto collettivo a un sistema climatico sostenibile.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 27 maggio 2021

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