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La repressione nella Colombia che si ribella

Se ce n’è una, la Colombia, con i Gabriel García Márquez e gli Álvaro Mutis, è la terra favolosa del realismo magico. Ma, ora, di magico non ha più nulla e resta solo la tragica realtà di un paese in fiamme, come altri dell’America latina, che (finalmente) si ribella, dice basta e, di fronte, trova solo la violenza della repressione più selvaggia.

Tutto, in apparenza, è cominciato un mese fa, un 28 aprile che ha già fatto storia, quando, per la prima volta in decenni e all’unisono, operai, campesinos, indigeni, donne, studenti sono scesi in piazza contro una riforma fiscale iniqua, presentata dal presidente, l’ultra-destro Ivàn Duque, e hanno proclamato un “paro nacional indefinido”. La riforma fiscale, beffardamente chiamata “Ley de Solidaridad Sostenible”, doveva servire a raccogliere 6.3 miliardi di dollari per finanziare i programmi di assistenza sociale nel pieno della pandemia che anche in Colombia (il quarto paese più colpito dell’America latina dopo USA, Brasile e Messico) ha fatto strage. Ma, abbassando i minimi imponibili e aumentando il numero delle persone chiamate a pagare le imposte sul reddito, Duque voleva che quell’ “ingreso solidario” gravasse sulle fasce più deboli. Era un trucco e la riforma tributaria ha finito per funzionare da miccia.

In un anno di pandemia la Colombia è passata dal 35.7% di povertà al 42.5% e il 27.7% dei giovani fra i 14 e i 28 anni non studia né lavora (dati ufficiali). Di più: secondo la Banca Mondiale, la Colombia è il secondo paese più disuguale dell’America latina e il settimo più disuguale del mondo.La risposta alle gigantesca mobilitazione sociale, per la maggior parte pacifica, è stata la stessa: criminale quella della polizia, apparentemente ottusa quella di Duque. Una cinquantina di morti, violenze efferate (e documentate), desapareciones, stupri, centinaia di arresti. Proteste e appelli contro gli eccessi da parte di USA, UE, ONU, perfino OSA, tutti molto moderati e sottovoce per carità, la Colombia è pur sempre il miglior alleato di Washington in America latina, è formalmente una democrazia, un modello economico un po’ oligarchico ma stabile, ha un trattato di libero scambio con la Unione Europea.

Duque ha prima militarizzato il paese, poi ha accettato di avviare un dialogo con il Comité nacional de paro. Ma finora gli incontri non hanno sortito effetti. Troppo grande è la distanza fra domanda e offerta. La protesta chiede azioni concrete sulle scandalose diseguaglianze economiche e sociali; sulla riforma di fondo della polizia assassina (che in Colombia dipende dal ministero della difesa); sul sabotaggio scientifico da parte di Duque degli accordi pace con le FARC del 2016; sul massacro incessante e impunito di leader sindacali e indigeni, attivisti per i diritti umani, donne, ex guerriglieri smobilitati (200 morti solo nel 2020, il 60% in più dell’anno prima); sulla politica ambientale (è ripreso l’uso del glifosato killer in funzione anti-droga). Duque si ostina invece a chiedere la fine della “violenza” e del “terrorismo”, militarizza il paese mentre riappare il fantasma della guerra civile e del paramilitarismo (misteriosi uomini vestiti di bianco su auto con le targhe coperte apparsi a Cali, che sparano sui manifestanti e sugli indigeni), al massimo offre… un semestre gratis per i giovani che si vogliono iscrivere all’università.

E’ evidente che dietro a Duque si muove il perverso Álvaro Uribe, l’ex presidente, il padre dei para-militari. Il burattinaio intima al suo burattino insediato nel palazzo Nariño a Bogotá di usare l’esercito per restaurare l’ordine pubblico, alla polizia di sparare a man salva sui manifestanti, si richiama alla “Revolución molecolar disipada”, quella teoria complottista elaborata da un entomologo neo-nazi cileno che partendo dallo studio degli insetti arriva a fare dei manifestanti un obiettivo militare da abbattere.Anche Duque lo segue sulla via complottista e accusa Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotá e ora senatore, leader del moderato partito socialdemocratico Colombia Humana di essere dietro il “levantamiento” popolare. Petro, battuto da Duque nel ballottaggio del 2018, è dato in vantaggio nei sondaggi in vista delle prossime presidenziali del maggio 2022.È difficile dire cosa succederà in Colombia di qui ad allora. Duque potrebbe continuare sulla linea del falso dialogo, magari alternando la repressione con qualche “pannicello caldo”, nella speranza che la mobilitazione e la protesta si esauriscano e si sgonfino. Oppure l’obiettivo politico dell’estrema destra, di Uribe come di Duque, potrebbe essere quello di arrivare al voto in un contesto di violenza fuori controllo per riesumare la micidiale “politica de seguridad democrática” uribista.

Per ora l’unica certezza è che quel 28 aprile ha fatto la storia. C’è da sperare che, come è accaduto in Cile negli ultimi due anni, riesca a cambiare la sofferta storia della Colombia.

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