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«Voleva solo andare via». La terribile storia dietro il suicidio al Cpr

Il caso. Moussa Balde era stato aggredito a Ventimiglia e poi rinchiuso nel centro per i rimpatri di Torino perché senza documenti.

La procura di Torino ha avviato accertamenti sulla morte di un ragazzo nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Torino. Moussa Balde aveva solo 23 anni ed era nato in Guinea: domenica si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola. Due settimane prima era finito in un drammatico video diventato virale: il 9 maggio, a Ventimiglia, era stato aggredito da tre uomini. Lo hanno pestato con bastoni, calci e pugni in mezzo alla strada, di giorno, tra le urla dei vicini. «Così lo ammazzano», si sente dire in sottofondo. Alla fine è morto comunque.

I tre italiani di 28, 39 e 44 anni sono stati identificati dalla polizia di Imperia e denunciati per lesioni. Per Balde invece, nonostante avesse ricevuto una prognosi di 10 giorni, si sono aperte le porte del Cpr. Per l’assurdo effetto delle leggi che hanno trasformato donne e uomini in clandestini la vittima ha avuto la peggio due volte. Anzi tre.

BALDE ERA ARRIVATO in Italia nel 2017, attraversando il mare. «Sognava un’altra vita, un lavoro. Non poteva rientrare nel suo paese. Diceva che sarebbe stato ucciso dalle stesse persone che lo avevano spinto a scappare – ha raccontato all’Ansa Marco, un suo amico – Era un ragazzo molto intelligente: in pochi mesi ha imparato l’italiano e preso la terza media a Imperia. Era però anche tormentato e impaziente, faticava ad aspettare».

Altre persone che lo hanno conosciuto ne ricordano la grande sensibilità e l’interesse per la politica. Sulla pagina del centro sociale ligure «La talpa e l’orologio» c’è un’immagine in cui sorride con addosso la maglietta «Imperia antirazzista». La foto è stata scattata a Roma, durante una manifestazione per i diritti dei migranti.

«UNA PERSONA affidata alla responsabilità pubblica, deve essere presa in carico e trattenuta nei modi che tengano conto della sua specifica situazione, dell’eventuale vulnerabilità e della sua fragilità. Questo non è avvenuto», ha accusato ieri Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti. Nell’ultimo rapporto sulle visite nei Cpr, Palma si è soffermato sulla zona «Ospedaletto» del centro torinese, quella usata per l’isolamento sanitario in cui Balde si è tolto la vita. È così descritta: «priva di ambienti comuni, le sistemazioni individuali sono caratterizzate da un piccolo spazio esterno antistante la stanza, coperto da una rete che acuisce il senso di segregazione».

«Voleva solo andare via, non accettava di essere rinchiuso là dentro senza aver fatto nulla», dice l’avvocato Gianluca Vitale, difensore del ragazzo. La scorsa settimana lo ha incontrato due volte e Balde gli ha raccontato che a Ventimiglia era stato picchiato mentre chiedeva l’elemosina, non dopo un tentativo di furto, come sostenuto dagli aggressori. Pare che la sua versione non sia stata ascoltata neanche dalla Procura. «Avrei dovuto vederlo oggi. Eravamo preoccupati: un ragazzo di 23 anni che viene picchiato barbaramente e poi finisce in un Cpr non può che trovarsi in una condizione di estrema vulnerabilità», afferma la Garante dei detenuti del comune di Torino Monica Cristina Gallo.

«COME È STATO possibile disporne non solo l’espulsione in un paese tutt’altro che sicuro come la Guinea ma perfino il trattenimento in un Cpr?», ha detto Riccardo Magi (+Europa). Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista) hanno chiesto la chiusura di tutti i Cpr. Erasmo Palazzotto (Liberi e Uguali) ha presentato un’interrogazione alla ministra Lamorgese affinché faccia chiarezza su tutti gli snodi della vicenda: dalla reclusione all’assistenza medico-psicologica.

Ieri gli altri 107 migranti rinchiusi nel centro hanno protestato per la morte del loro compagno. Oggi alle 18 la rete «No Cpr Torino» manifesterà sotto le mura della struttura detentiva.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 25 maggio 2021

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