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In Palestina la violazione dei diritti umani passa anche dal turismo

Tour operator statunitensi ed europei offrono “pacchetti” con “destinazione Israele” promuovendo informazioni distorte sulle mete e omettendo la realtà e gli impatti dell’occupazione. Il settore ha un enorme rilievo economico e i benefici non interessano le comunità palestinesi locali. La denuncia del report di Glan e SOMO e l’alternativa del turismo responsabile.

In Palestina la violazione dei diritti umani passa anche attraverso il turismo. A chiarirlo è il dettagliato rapporto “Tainted tourism”, turismo corrotto, pubblicato nel marzo 2021 dalla Ong britannica Global legal action network (Glan) e dal centro di ricerca olandese sulle multinazionali SOMO. Lo studio ha preso in esame cento tour operator statunitensi ed europei che offrono “pacchetti” con “destinazione Israele”, potendo constatare come questi da un lato contribuiscano e dall’altro beneficino degli abusi dei diritti umani e delle violazioni del diritto internazionale che si consumano nei Territori palestinesi occupati.

La stragrande maggioranza delle proposte turistiche esaminate porta infatti i visitatori oltre i confini internazionalmente riconosciuti di Israele, includendo importanti luoghi storici, religiosi o naturalistici dei Territori occupati, come ad esempio la città vecchia di Gerusalemme e Betlemme. Commercializzando i loro prodotti, questi soggetti rafforzano e legittimano gli insediamenti illegali di Israele in terre che secondo il diritto internazionale dovrebbero essere utilizzate dalla potenza occupante solo per questioni di sicurezza e non certo per essere sfruttate a scopi economici. Così sostengono indirettamente anche la politica di Israele nei territori che, secondo un rapporto di Amnesty international del 2019, è la principale causa delle violazioni del diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza della persona, alla parità di trattamento davanti alla legge, alla libertà di espressione, di riunione pacifica, all’uguaglianza, alla non discriminazione, a un alloggio adeguato, alla libertà di movimento, al godimento del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale, all’acqua, all’istruzione, a una vita dignitosa subite dai palestinesi.

“Le ragioni per cui il turismo funziona in questo modo è perché Israele lo governa e il controllo delle istituzioni gioca un ruolo centrale -spiega Serena Baldini, operatrice della Ong italiana Vento di terra che in Palestina promuove progetti di cooperazione internazionale e viaggi di turismo responsabile-. Si cerca di far passare l’idea che la questione arabo-israeliana sia religiosa e culturale, ma non è così: il conflitto è per la terra e per le risorse. I palestinesi non vi hanno accesso e il turismo riflette questa condizione: i tour operator israeliani portano i visitatori in ‘Area C’ -che in base agli accordi di Oslo è controllata dall’autorità militare e civile israeliana- in luoghi dove i palestinesi che ci vivono non possono costruire, utilizzare la terra per l’agricoltura, avviare qualsiasi attività economica, e dove appunto crescono a vista d’occhio gli insediamenti illegali israeliani”.

I flussi in arrivo in Israele e negli insediamenti tramite pacchetti turistici rappresentano un terzo del totale: nel 2019 sono stati registrati ingressi per 4,55 milioni di persone, spesso interessate a luoghi che si trovano in zone occupate. Secondo un’indagine del ministero del Turismo israeliano del 2014 quasi il 40% dei siti turistici frequentati dai visitatori internazionali si trovava proprio nei Territori occupati. La maggior parte dei tour sono condotti da imprese israeliane senza il coordinamento o il consenso delle autorità palestinesi competenti, emerge ancora dal report di Glan e SOMO. Inoltre, i siti nei Territori occupati sono spesso gestiti da enti governativi israeliani come l’Autorità israeliana per la natura e i parchi e quella per le antichità, che sono legati all’economia degli insediamenti e non forniscono alcun beneficio alle comunità palestinesi -che hanno peraltro accesso limitato a questi siti-. 

I promotori principali dei viaggi “all inclusive” sono le compagnie turistiche israeliane e internazionali che confezionano, commercializzano e gestiscono i viaggi sul posto. Il report di SOMO e Glan ha analizzato nel dettaglio l’offerta di nove compagnie statunitensi ed europee, scelte in base alle loro dimensioni, al fatturato, al numero di viaggi programmati in Israele che includono località negli insediamenti. Si tratta delle britanniche Audley, Explore e Kensington Tours, la statunitense Globus, l’olendese Goed Idee Reizen, la francese Promoséjours, la tedesca Tui Group, la spagnola Viajes catai e Insight vacations, una piattaforma di vacanze online che ha sede legale nelle Isole Vergini. Le loro offerte hanno una caratteristica comune: nessuno degli opuscoli pubblicitari fornisce informazioni complete e accurate sulla destinazione e sui luoghi dell’itinerario. Sei delle nove brochure non indicano che si viaggerà al di fuori di Israele e nei territori che lo stesso occupa militarmente e le informazioni omettono o travisano l’ubicazione dei siti che si trovano nei Territori, lasciando intendere che siano all’interno di Israele. Laddove viene citata la Palestina si dà l’impressione errata ai “consumatori” di lasciare Israele solo quando entrano nella città di Betlemme, come se gli altri luoghi visitati fossero in Israele.

La maggior parte delle nove compagnie propone nei pacchetti la visita al Parco nazionale di Qumran, uno dei siti archeologici più significativi dei Territori occupati a un chilometro dal Mar Morto e a venti da Gerico. Nel 2011, l’ultima volta che sono stati resi pubblici i dati, ha registrato 373.826 accessi generando un fatturato di 2,05 milioni di dollari dai soli biglietti di ingresso. Il terreno destinato all’amministrazione del Parco e al posteggio degli autobus turistici, una volta era utilizzato dalle comunità beduine palestinesi per il pascolo e l’agricoltura. Dall’inizio dell’occupazione israeliana le comunità beduine della Valle del Giordano sono state gradualmente costrette ad andarsene attraverso rigide restrizioni nell’accesso alla terra, all’acqua e all’elettricità, nonché ad altre infrastrutture e servizi di base. Intanto i coloni hanno preso il controllo esclusivo di gran parte dei 160mila ettari dell’area settentrionale del Mar Morto, che ammonta al 28,8% della Cisgiordania. 

Anche il Parco nazionale di Erode è meta battuta dai tour. Inaugurato nel 1985, si trova a Sud-Est di Betlemme ed è un palazzo-fortezza che sarebbe stato costruito dal re Erode nel I secolo a.C.. Nel 2011 ha contato 86.375 visitatori guadagnando dagli ingressi 470mila dollari. Il sito archeologico occupa 46,7 ettari, ma l’area complessiva del terreno destinato al parco si estende per oltre 100. Questo luogo ha avuto un ruolo molto importante nel promuovere le rivendicazioni dei coloni, usando l’archeologia come strumento per espellere i palestinesi dalla loro terra e legittimare l’insediamento. Ci sono cinque villaggi palestinesi adiacenti al sito e la maggior parte delle persone che ci vive possiede terreni nell’area più ampia del sito e negli insediamenti adiacenti. Molti di questi proprietari terrieri non possono più coltivare o ristrutturare le proprie case senza l’approvazione delle autorità israeliane. 

Qasr al-Yahud, a Est di Gerico, si dice che sia il luogo dove Gesù sarebbe stato battezzato. Aperto ai visitatori nel 2011, è amministrato dall’Autorità israeliana per i parchi e la natura ed è incluso nei tour storici e religiosi condotti da operatori turistici israeliani. L’istituzione del sito è stata resa possibile dal controllo esclusivo di Israele sulla zona lungo il confine giordano con i Territori occupati e dalla chiusura dell’area nel 1967 per uso militare. Ciò ha comportato la confisca di circa 17mila ettari, di cui 5mila di terra privata palestinese. Nel 2013 860 ettari di questa terra erano coltivati da 11mila coloni presenti nei 39 insediamenti israeliani nella Valle del Giordano e che controllano l’accesso alla terra e alle risorse naturali dei circa 65mila palestinesi che vivono nella stessa area. 

Questi sono luoghi che Vento di terra evita nei suoi viaggi: “Il parco di Qumran o le coste del mar Morto si trovano in ‘Area C’ e sono aree turistiche gestite unicamente da enti o da operatori turistici israeliani -continua Baldini-. In generale nei nostri viaggi non includiamo questo genere di posti per non generare economia dove questo significherebbe contribuire a un convalidato sistema di violazione dei diritti. Sostenendo un’attività turistica in ‘Area C’ ci sembrerebbe di avvallare l’occupazione”.

Un modello alternativo è possibile: “È una lotta contro i mulini a vento -ammette Baldini- ma si possono portare i viaggiatori a vedere come si vive nei Territori occupati, supportando l’economia delle comunità palestinesi e di chi rimane necessariamente fuori dai tour generalisti come ad esempio le comunità beduine. È una grande sfida ed è una proposta di nicchia, ma il tema è così delicato e complesso, che il fatto di farlo promuovendo un incontro con le persone che abitano questi luoghi ha un suo significato”. 

Uno degli aspetti evidenziati nel rapporto “Tainted tourism” è proprio quello della disinformazione fatta attraverso la vendita dei pacchetti turistici: messaggi imprecisi sulla destinazione e sulle caratteristiche del viaggio possono impedire a un “consumatore” di prendere in considerazione gli effetti dannosi che questo ha sui diritti umani. I turisti dovrebbero sapere che, pur viaggiando fuori da Israele, il loro tour è gestito esclusivamente da un agente israeliano e non contribuisce al benessere delle comunità palestinesi locali. “In generale il turismo di massa costituisce un’occasione persa e rischia di generare disinformazione e mancanza di conoscenza di chi vive sul territorio, creando una rappresentazione falsata -continua Baldini-. Il turismo responsabile in questo senso è una risorsa enorme di conoscenza. In Palestina il turismo è un’arma potenzialmente normalizzante laddove c’è invece una grande esigenza di denuncia. Pensiamo all’occupazione feroce di Gerusalemme, visitando la città in maniera superficiale si può pensare che israeliani e palestinesi convivano tranquillamente senza cogliere che una bandiera israeliana issata sul tetto in un certo quartiere può avere un significato importante. Perdere la complessità e la sovrapposizione di tanti livelli è rischioso, a Gerusalemme e nel resto della Palestina: i turisti sono in una terra occupata e non lo sanno”.

Il turismo “di massa” nei Territori occupati è ampiamente supportato dal governo di Israele che fornisce aiuti finanziari, infrastrutturali e amministrativi agli insediamenti per attrarre visitatori internazionali. È inoltre promotore di campagne di marketing internazionale con promozioni che includono numerosi siti nei Territori occupati e negli insediamenti. Il ministero del Turismo si fa garante attraverso un “sigillo di approvazione” dei materiali pubblicitari che vengono utilizzati dalle compagnie straniere per i propri pacchetti. Ma Tel Aviv agevola gli operatori israeliani anche attraverso le proprie politiche nei confronti dei palestinesi: il settore turistico palestinese è ricco di potenziale e secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) rappresenta il 4% della forza lavoro occupata in Cisgiordania, ma è sottosviluppato a causa dell’occupazione militare e delle relative restrizioni economiche.

L’impossibilità per i palestinesi di sfruttare la riva settentrionale del Mar Morto genera una perdita che può essere paragonata ai 290 milioni di dollari di entrate ottenute da Israele; lo stesso vale per le imprese palestinesi a Betlemme e Gerico che lavorano al di sotto del proprio potenziale per via delle limitazioni. Israele ha continuato a negare sia all’Autorità palestinese sia alle imprese private palestinesi lo sviluppo di siti turistici e archeologici in oltre il 60% della Cisgiordania, imponendo anche vincoli al movimento delle guide turistiche e degli operatori palestinesi che ostacolano ad esempio la loro capacità di portare i visitatori a Gerusalemme Est o di incontrare gruppi all’aeroporto “d’ingresso” Ben Gurion a Tel Aviv. Lo stesso vale per quei soggetti, come Vento di terra, che promuovono un turismo alternativo: “Prima di partire dobbiamo fare un grande lavoro con i nostri viaggiatori anche per affrontare le procedure di ingresso e di uscita in aeroporto. Ad esempio, il racconto di una visita a Hebron o di un incontro con i palestinesi verrebbe ritenuto un fattore di pericolo e potrebbe comportare il rischio di rimanere bloccati in aeroporto. Le autorità israeliane nel complesso quindi ci ostacolano, perché non siamo percepiti come attività turistica ma come attivisti da tenere d’occhio. Ci sono limiti di questo tipo, dettati dal fatto che la sicurezza è per Israele un’ossessione e che chiunque abbia contatti con i palestinesi o interesse per la Palestina diviene automaticamente pericoloso per la sicurezza di Israele”.

Questo articolo è stato pubblicato su Altreconomia il 19 maggio 2021

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