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La plastic tax slitta e i vertici dell’alimentare esultano

Ci sono uomini che molti di noi non hanno mai sentito nominare, ma che nel loro “piccolo” continuano a condizionare pesantemente le decisioni dei governi. Gente che raramente frequenta i social. Per esempio i presidenti delle associazioni dell’industria alimentare e i loro cugini della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

Prendete il modenese Ivano Vacondio, attuale numero uno di Federalimentare: il governo Draghi ha appena deciso di rinviare all’inizio del prossimo anno la plastic tax e lui, rappresentante di uno dei pochi settori che in tempi di pandemia hanno aumentato vendite e utili, ha il coraggio di dichiarare che “la plastic tax per noi è dannosa e dovrebbe essere abolita del tutto; oggi tiriamo un sospiro di sollievo: in questo momento, una tassa del genere avrebbe colpito ancor più le nostre aziende, già provate”.

Secondo Mediobanca, le cose stanno diversamente: il 2020 si è chiuso con un incremento del 4,2% per le vendite realizzate nei punti vendita; incremento che sale al 5% considerando anche le vendite online. Per il 2021, nonostante sia prevista una flessione su base annua dell’1,6%, l’intero settore vedrà un aumento delle vendite del 3,3% rispetto ai livelli del 2019. Ad essere “provati” non sono gli industriali dell’alimentazione, bensì le lavoratrici e i lavoratori dei supermercati, che nessuno ha definito “eroi” né applaudito dalle finestre, pur avendo continuato a lavorare, spesso in luoghi insicuri, a contatto col pubblico.

La furbizia dei Vacondio sta nel sommare le pere con le mele: agli utili dell’industria alimentare, il presidente ha pensato bene di sottrarre le perdite della ristorazione. Come se Bezos si lamentasse del fatto che durante i lockdown i limiti di velocità, ritardando le consegne a domicilio, gli avrebbero provocato un danno, da compensare con un rinvio degli aumenti fiscali decisi da Biden.

Di questo passo ci sentiremo dire che disincentivare la vendita di bibite zuccherate (ricordate la “sugar tax” ideata dall’ex ministro Roberto Gualtieri?) è sbagliato, perché limiterebbe la libertà dei cittadini obesi a basso reddito – da anni costretti a fare la spesa nei peggiori discount – di continuare a ingurgitare liquidi dolciastri e colorati venduti a 0,49 euro al litro. Ah no, scusate, ho sbagliato esempio: un’analoga, fantasiosa affermazione l’aveva già fatta un certo Ivano Vacondio nel 2019.

Per chi non lo sapesse (il 90% degli italiani?), Vacondio è anche presidente di Molini Industraili SpA, una delle aziende italiane del settore che, all’inizio di quest’anno, non hanno voluto firmare il nuovo contratto nazionale dell’industria alimentare. Un’opposizione di peso che ha provocato un danno ai dipendenti di queste aziende, come hanno fatto notare i sindacati confederali: “Si tratta principalmente di aziende del comparto carni (Gruppo Levoni, Gruppo Cremonini e Suincom). Sulla mancata adesione al contratto nazionale pesano anche posizioni politiche intransigenti, come quella presidente di Federalimentare nonché presidente della modenese Molini Industriali, Ivano Vacondio. Per i lavoratori non coperti dal nuovo contratto significherà perdere già qualcosa a partire da quest’anno come l’assistenza sanitaria integrativa, i nuovi permessi retribuiti aggiuntivi e il prossimo aumento salariale previsto dal 1° settembre 2021. È per questi motivi che la mobilitazione continuerà”.

In attesa che, passata la pandemia, la politica ritorni a essere anche confronto di idee e non solo di insulti, c’è da chiedersi se qualcuno vorrà metter mano a una seria transizione agroalimentare, parte integrante e ineludibile della famosa – per ora un po’ fumosa – transizione ecologica. Una domanda che si è posta anche Greenpeace Italia: “Negli ultimi 15 anni l’Europa ha perso più di 4 milioni di aziende agricole, 320mila solo in Italia. Si tratta di oltre un terzo e quasi esclusivamente di piccole realtà, proprio quelle che, come ha evidenziato la crisi legata alla pandemia, potrebbero invece garantire una maggiore resilienza del comparto e potrebbero compiere in modo più efficace la necessaria transizione ecologica dei metodi di produzione. Quale sostenibilità hanno in mente le grandi organizzazioni di categoria europee e italiane, e chi sceglieranno di ascoltare i decisori politici?“.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 4 maggio 2021

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