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Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: non è finita con l’invio a Bruxelles

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che dovrebbe consentire all’Italia di uscire da una gravissima crisi con l’aiuto concreto dell’Unione Europea, è ormai approvato nelle sue linee generali e inviato al vaglio di Bruxelles. C’è stato pochissimo tempo per discuterne e la versione attuale è sostanzialmente il testo predisposto dal governo Draghi e approvato dal parlamento. La prima novità è che l’invio del piano a Bruxelles non chiude la discussione, né offre certezze che i risultati saranno quelli scritti. Ad esempio, Onufrio, direttore di Greenpeace, sul Manifesto ha sottolineato che le cifre di cui parla il piano e confermate nei conti, riassunte da Draghi in parlamento, non sono affatto risultati scontati.

Onufrio ha giustamente ricordato che puntare sulle energie rinnovabili (quelle vere non il tentativo francese di camuffare il nucleare, per ora stoppato) vuol dire installare tra fotovoltaico ed eolico almeno 6/7 gigawatt di potenza all’anno fino al 2030. Altrimenti non solo non verranno rispettati gli impegni con l’Unione europea ma anche l’avvio della sperimentazione dell’idrogeno prodotto da rinnovabili, che il PNRR indica con chiarezza, rischia di restare scritto sulla carta. Per farlo occorre anzitutto rendere più svelte le pratiche di approvazione dei progetti delle Fer, non più facili perché anche una rinnovabile installata male può rovinare l’ambiente. Inoltre ci vogliono risorse finanziarie e quelle previste nel PNRR in sostanza affidano ai privati la realizzazione. Il concorso dei privati è molto importante e per di più possibile utilizzando le molteplici possibilità di intervento ma non può essere l’unica risorsa finanziaria in campo, tanto più nell’eolico, soprattutto offshore, che richiede investimenti rilevanti e un sostegno concreto dell’intervento pubblico.

Del resto è il ministro Cingolani per primo che ha chiarito che non tutto quello che non è scritto vuol dire che non ci sarà, anche se ha adoperato questo metro per l’unico intervento da evitare: la “cattura” della CO2 da stivare in depositi sotterranei perché questo intervento tradisce il retropensiero di grandi aziende di continuare a produrre con energie fossili ma promettendo di nascondere la CO2 sottoterra. Molto meglio non produrla, costa meno e saremmo più sicuri di raggiungere gli impegni presi con l’Europa. In altre parole, la transizione ecologica è in gran parte da scrivere e da realizzare e questo è un compito che non è definito nel PNRR ma inizierà a prendere forma quando avremo le proposte del governo sulle procedure di decisione, sia centrali che decentrate.

I quattrini sono tanti, ma, come è noto, i guasti da riparare e le novità da introdurre sono molto rilevanti. Può un governo realizzare da solo questi risultati senza finire nelle pastoie delle diverse lobbies di interessi? Draghi è sembrato consapevole del rischio e ha preso impegni importanti sul ruolo del parlamento, che è già un primo allargamento, e sul ruolo delle sedi decentrate di spesa, ma non basta ancora. Anzitutto i partiti dovrebbero uscire, se ne sono capaci, dall’atteggiamento di chi sembra temere di disturbare il manovratore. Anzi, il manovratore ha bisogno più che mai di contributi di idee e proposte che debbono venire anche dalla società, da associazioni di varia natura, da competenze diffuse (ora va di moda dire dagli scienziati) sulle diverse materie, dalle rappresentanze dei lavoratori, per la quali si presenta un’occasione storica come quella di rovesciare la tendenza pluridecennale a contrapporre occupazione e ambiente e salute di tutti, per realizzare una saldatura con le nuove generazioni e l’ambientalismo e per correggere un eccesso di attenzione alle sole imprese.

Accompagnare il PNRR con la previsione di un fondo di accompagnamento che con le stesse regole di spesa amplia l’intervento con risorse nazionali è una buona idea. Probabilmente non basterà e si dovrà ragionare sul fatto che il Next generation EU non può rimanere una parentesi ma deve diventare una politica organica, centrata su un capovolgimento di ruolo dell’Unione che deve abbandonare i residui tuttora presenti, non marginali, di austerità, per scegliere con nettezza una politica espansiva, altrimenti le decisioni di Biden per l’espansione economica e occupazionale e per correggere robustamente le disuguaglianze sociali diventeranno una divaricazione impressionante. Quando discuteremo di fisco ne vedremo delle belle, citare Biden diventerà una moda.

Il PNRR è in definitiva un piano, ma per realizzarlo occorrono strumenti, per questo stride che la logica con cui vengono gestite le partecipazioni pubbliche sembra condizionata da una condizione di minorità. Si decidono pro quota le composizioni degli organi societari, ma poi ci si fa un vanto di lasciare che le aziende operino secondo logiche di mercato, il golem che tutto deve decidere. Questa scelta non funziona più in questa fase. Le partecipazioni pubbliche esistenti non debbono essere gestite con complessi di inferiorità ma debbono diventare strumenti di attuazione del PNRR. È una questione politica di prima grandezza. Capisco che dopo l’ubriacatura delle privatizzazioni questa sia la sedimentazione rimasta, ma ora occorre una svolta. ENI, ENEL, CDP ecc. debbono diventare attuatori delle decisioni del PNRR, altrimenti il futuro sarà molto diverso da quello che ci si aspetta. Qualche esempio. Lo Stato sta intervenendo nel capitale dell’Ilva come da tempo era necessario, probabilmente acquisirà la maggioranza. Come si fa a non vedere che le scelte fortemente a tutela dell’ambiente, forni elettrici e uso delle energie rinnovabili, è il riequilibrio del disastro ventennale attuale, e inoltre se decolla l’eolico offshore ci sarà bisogno dell’acciaio per le piattaforme, sarebbe incredibile che dovessimo rifornirci all’estero. Ci vuole un piano in cui la mano sinistra sa cosa fa la mano destra, con tutte le connessioni del caso e il coraggio di puntare sul nuovo. L’Ilva non è l’unico esempio possibile di questo bisogno di novità. Il PNRR indica la scelta dell’eolico offshore, il presupposto è sapere dove si può mettere in mare, per decidere se è conveniente. Per questo il ministro Giovannini deve gettare il cuore oltre l’ostacolo e approvare un piano che regoli la materia, inviandolo a Bruxelles, come il Ministero avrebbe dovuto fare entro il 31 marzo scorso. Qui non c’entra la burocrazia, si tratta di una decisione tutta politica e per di più in attuazione del PNRR. C’è da attendersi che il ministro recuperi a tambur battente i ritardi della struttura, altrimenti il PNRR, per questo aspetto, sarebbe bloccato per responsabilità del governo che lo ha approvato. Inoltre, risulta che il nuovo gruppo di cui fa parte la Fiat Chrisler punterà sulla Spagna per le auto elettriche, a noi restano solo le colonnine di ricarica, senza dubbio necessarie?

Ultima considerazione, per ora. Un piano che deve ridisegnare l’Italia fino al 2026 avrà evidenti problemi di correzione delle ipotesi iniziali, alcune scelte probabilmente avranno difficoltà di implementazione e rischiano di lasciare residui passivi. Sarebbe un errore spendere senza criterio pur di spendere, perché non raggiungeremmo i risultati attesi. Quindi il governo e il Parlamento debbono essere pronti a fare delle scelte per correggere errori e sottovalutazioni. Per il momento è meno importante verificare se le singole percentuali di spesa trovano effettivo riscontro nel testo del PNRR. Qualche numero non torna, ma le scelte di fondo debbono essere rispettate. Ad esempio le scelte di investimento che abbiano al centro il Mezzogiorno nella convinzione che le ricadute degli investimenti sono quelle che aiuteranno di più tutto il Paese. Se si dovessero porre delle alternative questa scelta deve essere ben ferma. Oppure le ricadute occupazionali. Il salto dal trapezio dell’oggi al futuro può avere un saldo positivo, ma bisogna volerlo, sia con gli strumenti di cui ha parlato il ministro Orlando anche nella nostra iniziativa del 17 aprile, sia con una strategia di diritti dei lavoratori e di obblighi per le imprese. La legge Prodi è del ‘78, ha avuto diverse versioni nel tempo, ma la sostanza è che se l’impresa fallisce non è solo un problema dell’imprenditore ma di tutti lavoratori che hanno diritto a vedere separata la responsabilità personale che ha portato al fallimento dell’impresa e il ruolo sociale dell’impresa che va salvaguardato, proteggendolo dai fallimenti dei singoli. Questo capitolo manca nel PNRR, eppure tutti guardano preoccupati al momento in cui i licenziamenti non saranno più bloccati. Questa è una delle soluzioni possibili che spesso ha visto i lavoratori interessati decidere di gestire direttamente l’impresa. Come mai questo punto non è entrato nel PNRR e negli impegni di modifiche legislative proprio quando ci sono tanti casi difficili da affrontare?

Il lavoro sul PNRR è appena iniziato, occorre sviluppare controlli ed iniziative per correggere limiti ed errori e cambiarne parti se necessario.

Questo articolo è stato pubblicato su Jobsnwes il 3 maggio 2021

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