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Violet Gibson, l’antifascista dimenticata

L’Irlanda riscopre la vera storia della donna che sparò a Mussolini, dall’attivismo politico all’internamento punitivo in una clinica psichiatrica per trent’anni fino alla morte

Il 25 marzo il Consiglio comunale di Dublino ha approvato all’unanimità una mozione per apporre una targa in onore di Violet Gibson, la nobile di origini irlandesi che il 7 aprile 1926 attentò alla vita di Mussolini, ferendolo di striscio con un colpo di pistola. La mozione traccia in poche righe la sua terribile vicenda di segregazione in un ospedale psichiatrico, senza patologie che giustificassero questo trattamento, per togliere dall’imbarazzo di un processo politico la sua famiglia e il regime. 

Il primo firmatario della mozione è Mannix Flynn, consigliere comunale indipendente a Dublino, regista e scrittore, che nel 2004 ha pubblicato anche in Italia con la casa editrice Giano il romanzo Niente da Dire, tradotto da Enrico Terrinoni. Di recente, ha diretto il documentario Land Without God, premiato al Festival Internazionale del Cinema di Dublino, in cui narra degli abusi sessuali, fisici e psicologici personalmente subiti da bambino e adolescente internato in istituzioni punitive. Dalla conversazione con Flynn, il personaggio di Violet emerge in una prospettiva del tutto nuova, sorprendentemente diversa da quella a cui eravamo abituati a pensarla.

Nella mozione, definisci Violet Gibson «un’impegnata antifascista». È una definizione notevolmente in contrasto con la narrazione dominante che la riguarda. L’attentatrice di Mussolini è stata sempre presentata come una folle. Come è possibile un tale capovolgimento di prospettiva? 

In Irlanda, la ricerca storica ha iniziato da qualche anno a rivalutare questo personaggio. Il suo percorso di vita, ricostruito in testi, articoli e documentari ci dice che Violet è stata una donna straordinaria. Non solo si oppose al fascismo in maniera cosciente, rischiando e pagando in prima persona, ma entrò anche duramente in contrasto con il suo ambiente d’origine, l’aristocrazia anglo irlandese, mettendo in discussione il ruolo sociale di sottomissione alla famiglia e di fedeltà alla Corona britannica che la nobile famiglia tentava di imporle. Violet rinnegò la fede protestante e divenne cattolica, rifiutò di servire l’imperialismo britannico e divenne repubblicana in una famiglia che da generazioni ricopriva ruoli governativi di primo piano nell’Irlanda pre-repubblicana. Fece queste scelte da donna, in un contesto storico, l’inizio del Novecento, in cui l’essere repubblicano si pagava duramente. A ciò aggiungiamo le esperienze fatte in prima persona nei movimenti europei contro la guerra e per i diritti delle donne, che la portarono a maturare una coscienza antifascista. La straordinarietà di Violet sta nel fatto che avrebbe potuto vivere comodamente nell’ambiente aristocratico della corte britannica, ma scelse di fare tutt’altro nella sua vita. La sua famiglia ne fu sconcertata a tal punto da tentare di estrometterla dai diritti di successione. 

Eppure, le stesse ricerche storiche recenti ammettono che Violet ebbe delle difficoltà mentali…

Ciò è innegabile. Queste scelte di campo politico, sociale e personale la portarono a una coscienza molto alta, ma allo stesso tempo le difficoltà a cui andò incontro le procurano un enorme stress che logorò tutta la sua persona fisica e psicologica. Ai contrasti con la famiglia, vanno sommati i lutti che dovette affrontare. Il suo compagno di vita, con il quale intratteneva una relazione irregolare, morì improvvisamente, lasciandola sola. Morirono tragicamente anche i due fratelli ai quali era più legata. Tutto ciò ebbe un impatto enorme sulla sua tenuta psicologica, portandola all’esaurimento nervoso. Sappiamo bene però che la psichiatria dell’inizio del Novecento era abbastanza approssimativa e superficiale nel diagnosticare problematiche di tipo mentale soprattutto alle donne non conformi. Dobbiamo aver chiaro che l’elemento caratterizzante della personalità di Violet non furono le difficoltà mentali, quanto piuttosto l’incessante attivismo. La sua è stata una vita di sacrificio e di profondo impegno politico. Relegare questa donna nell’ambito della difficoltà mentale è stato il lavoro della propaganda fascista per sbarazzarsi di lei. È tempo di uscire da questo inganno.

Perché Violet decise di sparare a Mussolini?

Lei amava particolarmente l’Italia, che aveva frequentato fin da bambina. Realizzò da subito, immediatamente dopo il massacro di Giacomo Matteotti, il pericolo che Mussolini avrebbe rappresentato per la democrazia e la libertà non soltanto in Italia, ma in tutta Europa. Non dimentichiamo che Hitler in Germania e Franco in Spagna presero lezioni di fascismo e repressione da Mussolini e che questi tre dittatori insieme uccisero decine di milioni di persone. Violet aveva visto bene. Nel novembre del 1924, lasciò l’Irlanda con l’idea di uccidere Mussolini. Si portò un revolver con il quale avrebbe sparato. Se avesse centrato il capo del fascismo, avrebbe cambiato l’intero corso della storia dell’Europa e non solo. 

Ma cosa successe dopo l’attentato? Come mai Violet, coerente antifascista, finì per essere semplicemente la pazza che sparò a Mussolini?

L’atto di Violet fu dirompente per il regime, che non sapeva come trattare questo affare complicato e delicato, che coinvolgeva una nobildonna straniera. Fu dirompente anche per la famiglia della donna, travolta dallo scandalo in Inghilterra e Irlanda. La soluzione per uscire dall’impiccio fu trovata dalla famiglia stessa, che testimoniò a favore di una presunta follia della donna. Su questa base, l’istruttoria in pochi mesi perse il suo valore politico. Nonostante Violet non avesse mai voluto essere considerata folle, lo fu suo malgrado. L’istruttoria venne chiusa e la donna fu espulsa dall’Italia verso l’Inghilterra. Qui, la famiglia, con il consenso di dottori compiacenti, la fece immediatamente rinchiudere nella clinica psichiatrica di Northampton. Da lì, la donna non uscì più per trent’anni fino alla morte. Quella di reclamare l’intervento dello Stato, dicendo «nostra figlia ha un problema mentale», era nelle famiglie irlandesi e inglesi dell’epoca un metodo abbastanza diffuso. Era una strada molto semplice da seguire per sbarazzarsi di una donna atipica. Tutti conosciamo la storia della violenta istituzionalizzazione di donne che avevano avuto bambini al di fuori del matrimonio in Irlanda. La ragione per la quale fu relegata nell’ambito della follia e istituzionalizzata fu quindi la sua famiglia. C’è da aggiungere che a livello diplomatico nessuno voleva contraddire il dittatore fascista. Nessuno prese le difese di Violet e queste persone che facilitarono il fascismo furono colpevoli per ciò che fece il fascismo tanto quanto lo furono i fascisti stessi Nelle lettere di Violet non c’è alcun senso di rimorso per il tentativo di uccidere Mussolini. Non ha mai chiesto perdono. Non c’è alcuna traccia di ciò. La famiglia però lo ha fatto, implorando il perdono del dittatore e annullando completamente la volontà di Violet. 

Questa è certamente un’ottima spiegazione di ciò che successe negli immediati mesi dopo l’attentato ed è comprensibile in quel contesto storico che Violet fosse rimasta internata per qualche anno. Non mi risulta comprensibile che, essendo l’Inghilterra entrata in guerra contro l’Italia fascista, addirittura dopo la guerra, la donna continuasse a essere relegata in una clinica psichiatrica.

Questo è successo perché era stata dimenticata dal mondo e i familiari non avevano alcuna intenzione di tirare fuori dall’ospedale la donna che li aveva ricoperti di vergogna. Nessuna delle lettere che Violet scrisse ai suoi amici o alle istituzioni fu inviata. Sono rimaste in mano ai dottori. Sostanzialmente, Violet era cancellata, sepolta. Questa è anche la storia vergognosa di coloro che deliberatamente la cancellarono dalla società, traendone beneficio. Mi riferisco in primo luogo alla famiglia. Quando dopo la guerra si premiarono coloro che avevano compiuto azioni eroiche, Violet non fu presa in considerazione, perché non esisteva già più nella memoria collettiva. Era scomparsa in un ospedale. Certamente c’entra anche il fatto che fosse una donna. Un uomo avrebbe avuto un processo. Se ne sarebbe parlato di più, se ne sarebbe scritto di più. Dopo la guerra, sarebbe riapparso e sarebbe stato onorato, ma, poiché si trattava di una donna che aveva commesso un atto straordinario, andava cancellata. 

Qual è il valore contemporaneo della storia di questa donna antifascista?

Il femminismo, le idee di uguaglianza e solidarietà sociale non sono niente finché non aggiustiamo il passato e traiamo fuori dall’ingiustizia coloro che sono stati dimenticati, per dare loro il posto che meritano. Finché non onoreremo quelle persone che hanno combattuto il fascismo e hanno reso possibile il nostro presente, il nostro lavoro politico sarà stato svolto a metà. Violet è una di quelle persone che vanno tirate fuori dall’ingiustizia. È anche importante ricordare che tanti oppositori del fascismo subirono la sua stessa sorte. In tanti scomparvero. Di molti di loro non sappiamo nulla, molti furono assassinati, come successe poi in Sud America. Ecco, Violet Gibson rappresenta ogni persona dimenticata, perché per trent’anni della sua vita fu una scomparsa. Non fu eliminata con un proiettile, non in una tomba, ma in un’istituzione psichiatrica. Penso che questo sia il vero significato della mozione che abbiamo approvato. Violet è un simbolo di tutti coloro che sono scomparsi, delle loro storie rese invisibili, sepolte dalla narrativa che faceva e fa comodo ai potenti. Sono storie che vanno riportate a casa.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia il 24 aprile 2021

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