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La speranza come forza sociale

La vita non è una tabella statistica. Esistono altri mondi ed altri modi di affrontare la pandemia. Un invito a creare visioni diverse, culturalmente radicate, del paesaggio ad un tempo atroce e promettente di uno dei momenti più critici della storia umana. A questo, nelle parole dei suoi curatori, serve “Transitare le pandemie con Ivan Illich“, il libro che Gustavo Esteva e Aldo Zanchetta hanno pensato fosse indispensabile mettere insieme per attraversare il tempo del Covid 19.

iamo di fronte ad un libro decisamente eretico. Esso sfida con serenità e rigore il credo dominante. Può essere utile per coloro che non si sono lasciati convincere dalle istruzioni ufficiali e per affrontare il virus cercano di affidarsi alla propria esperienza di vita e capacità di giudizio autonomo. La gravità delle circostanze e la diversità delle interpretazioni relative a informazioni e conoscenze insufficienti obbligano ad aprirsi a un dialogo sereno che prenda in considerazione tutte le opzioni. Come si fa in questo libro.

Ha comunque senso interrogarsi sulle scelte della politica pubblica di fronte al virus. Non tanto per modificarla, poiché è quasi impossibile che uomini politici, governi e istituzioni riescano a sfuggire alle inerzie dei propri discorsi, quanto soprattutto per farci un’idea più chiara della natura della difficile situazione nella quale ci troviamo.

L’idea di «appiattire la curva», che è divenuta ossessione comune dei governi, presuppone che veniamo ridotti ad atomi omogenei gestiti con algoritmi, e che si utilizzino giochi matematici di previsioni per proteggere le istituzioni sanitarie con politiche, come quella del confinamento, che evitino che l’aumento dei casi le travolga. Se invece di cercare di proteggere le strutture create per proteggere la gente la politica pubblica si fosse concentrata sulla gente stessa, sarebbe stato possibile ridurre il numero dei casi e delle morti, come in alcuni luoghi si è ottenuto prendendo la minaccia molto sul serio, organizzando campagne centrate su una buona informazione alla popolazione, una cura efficace dei casi identificati e un effettivo sostegno medico, e tenendo conto anche del fatto che alla pratica del confinamento si attribuiscono oggi nel mondo il doppio di morti rispetto a quelli dovuti al virus.

In ogni caso, le scelte di politica sanitaria che ora potremmo pensare di adottare risultano ormai inopportune. Quello che avrebbe avuto senso un anno fa, per prendere decisioni politiche e etiche appropriate, oggi non ha più importanza. Si è causata una enorme distruzione. Il mondo che avevamo non esiste più. Ora dobbiamo costruire sulle sue rovine. Questa è la reale situazione difficile sulla quale dobbiamo oggi porre l’attenzione.

La cosa più importante è organizzarci per la sopravvivenza. Un numero stragrande di persone è rimasto senza lavoro o fonte di entrate, e l’immensa maggioranza non recupererà le condizioni che assicuravano la sua sopravvivenza. La fame sta giungendo quasi ovunque, e in alcune regioni minaccia di trasformarsi in carestia. Sembra inutile impegnarsi a recuperare ciò che si è perso, cosa che ormai non è possibile né appropriata. Tutte queste persone dovranno reinventare la loro attività. Inoltre, come è stato detto nelle manifestazioni di protesta in Cile nel 2019, il problema non è tornare alla ‘normalità’, perché la normalità era il problema.

Un aspetto della sopravvivenza che è indispensabile tenere in conto è la crescente polarizzazione. In alcuni casi l’esperienza della Covid-19 ha solo reso evidenti comportamenti molto radicati – come il razzismo e il sessismo – che prima venivano dissimulati o negati, mentre oggi si affermano con cinismo e violenza; spesso sono carichi del virus di ciò che impropriamente si racchiude nella parola fascismo.

Una delle forme più gravi di polarizzazione è quella che riguarda coloro che fino a poco tempo addietro sembravano stare nella stessa barca ed erano nostri alleati o compagni. Molti hanno visto come una benedizione i comportamenti imposti e non sembrano preoccuparsi del fatto che abbiano reso più acuta la disuguaglianza sociale. Fanno nelle loro case ciò che prima facevano nei loro luoghi di lavoro, senza perdere tempo e denaro nei trasferimenti e godendo nelle loro case di una serie di vantaggi. Difendono il confinamento con passione e sarebbero disposti a lottare perché divenga permanente. Tuttavia non riescono a percepire o anticipare cosa significhi la società del controllo collaudata con il pretesto della Covid-19. L’obbedienza di massa a decisioni che implicano l’adozione di comportamenti chiaramente disumani è stata possibile perché nel corso delle ultime decadi ci avevano già ristrutturati in un determinato modo, che anticipava il modello che si è costruito di fronte al virus e nel quale molta gente si è adagiata senza difficoltà.

Un settore che merita particolare attenzione è quello dell’edu­ca­zione. Chiudere scuole e università ha tolto ad esse ciò che aveva maggior valore, la relazione umana. Molti genitori mandavano i propri figli e figlie a scuola fin da piccoli per la loro ‘socializzazione’, affinché potessero interagire con altri bambini e bambine. Le prime università furono create per la convinzione che era necessario apprendere assieme ad altri e altre, non ciascuno chiuso nella sua stanza o con i suoi libri. Il sistema che ora è stato imposto, a quanto si dice in maniera provvisoria, è un altro giro di vite nel sistema di controllo. Non ha niente a che vedere con quello che proponeva Ivan Illich mezzo secolo fa: separare l’educazione dallo Stato. Nello stesso modo in cui la separazione della Chiesa dallo Stato aveva permesso di creare spazi di libertà nelle credenze, fare la stessa cosa con l’educazione avrebbe creato spazi di apprendimento in libertà. Illich era contrario a ogni forma obbligatoria in materia di educazione. Ciò che ora è stato istituito sta modellando gli individui fino a trasformarli, come Illich temeva, in puri sotto-si­ste­mi di sistemi; sarà loro sempre più difficile rendersi conto che la situazione virtuale non è reale ed è estranea alla condizione umana. Il dispositivo sarà un’altra modalità della privatizzazione neoliberista dell’educazione. Harward si frega già le mani di fronte alla prospettiva di vendere conoscenza in linea con il marchio della casa. E il dispositivo accrescerà sempre più, invece di ridurlo, il controllo sociale su ciò che si apprende e sul modo in cui si apprende.

Quello di cui c’è bisogno, e che sta iniziando a succedere, è recuperare la forma comunitaria e autonoma di apprendere in libertà… e recuperare anche il significato dell’apprendimento. Molte famiglie stanno liberando i bambini e le bambine dallo schermo digitale, perché imparino assieme ai genitori e ad altre persone attività che abbiano senso per le loro vite. Per questa via, che rapidamente si traduce in relazioni comunitarie di altra natura, si recuperano anche altre modalità di trasmissione culturale da una generazione al­l’altra, che si perdevano con la scuola.

Un argomento similare comincia a essere impiegato di fronte al vaccino. Molte persone, come pure personalità politiche e governi, si aggrappano ad esso come alla possibilità di lasciarsi alle spalle una situazione che diviene ogni giorno più intollerabile. Il vaccino può servire senza dubbio come alibi per uscire dal pantano in cui il sistema si è infilato, però molte persone stanno prendendo coscienza che non offre garanzia alcuna di immunità personale o collettiva e comporta diversi rischi. Un gruppo di specialisti che ha analizzato in profondità uno dei vaccini più gettonati considera molto discutibile la sua applicazione, solleva il problema di un serio conflitto bioetico e afferma che sarebbe sensato ricevere molte più informazioni sulla sua sicurezza e sulla sua efficacia prima di impiegarlo. Le stesse autorità sanitarie si son viste costrette a comunicare i rischi del vaccino, in particolare per alcune categorie di persone.

Di fronte a simili atteggiamenti, si sta formando una corrente critica che si opporrà con forza all’imposizione di un sistema di passaporto sanitario, simile a quello che si impiegava già per entrare in certi paesi dove si riscontravano varie epidemie.

Il Sars-CoV-2 è un virus molto contagioso che può avere effetti severi per alcune persone. Pratiche normali e ragionevoli, con il supporto dei servizi medici esistenti, avrebbero consentito di affrontare questa minaccia in modo adeguato. Il grave problema che abbiamo di fronte non è pertanto una crisi sanitaria – e tanto meno la più grave della storia umana, come ha affermato il primo ministro del Canada. Ciò che stiamo affrontando è una crisi di civiltà, in quella che potrebbe essere la fine di un’era.

Gli autori di questo libro collocano tutte queste gravi difficoltà nel contesto di una crisi che chiaramente era già in atto in precedenza, prima di quella che un anno fa si è scatenata col virus.

Comincia a farsi evidente che il modo industriale di produzione è entrato in una crisi profonda, quella del modello di civiltà che era nato con esso. Sta prendendo forma la convinzione che siamo di fronte alla fine di un ciclo, di un’era, in circostanze particolarmente pericolose e incerte. È un momento storico atroce, che significa sofferenza e dolore per molti milioni di persone e pericoli per tutti, ma costituisce anche un’opportunità per recuperare il senso della misura che avevamo perduto e per iniziare un nuovo cammino.

Edgar Morinsta per compiere cento anni di vita (l’8 luglio 2021) e nell’intervista che ha rilasciato a France Info in occasione del nuovo anno ha mostrato tutta la saggezza accumulata nella sua lunga vita e una grande lucidità. «Dobbiamo imparare a vivere nel­l’incertezza», ha avvertito. «Vivevamo con false certezze, con statistiche, con predizioni, con l’idea che tutto fosse stabile, mentre tutto stava già entrando in crisi, e non ce ne rendevamo conto». Vivere nell’incertezza, dice Morin, significa «avere il coraggio, la forza e la lucidità per far fronte e resistere alle forze negative che arriveranno».[1]

Si tratta letteralmente di recuperare una dimensione della condizione umana che avevamo perduto. Del futuro sappiamo solo che non esiste e non sappiamo se esisterà per chiunque di noi. Però ci hanno abituati a pretendere che lo conosciamo e ad installarci in esso organizzando la nostra vita. Vivere nell’incertezza, come suggerisce Morin, è riconoscere semplicemente in modo realistico la nostra condizione, abbandonare la superbia di chi crede di avere il potere di determinare quello che accadrà e sostituire radicalmente ogni forma di aspettativa con la ragionevolezza della speranza. Come scrisse Illich, «speranza indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre aspettativa è contare su risultati programmati e controllati dall’uomo». E aggiunse: «L’aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile, il quale produrrà ciò che è nostro diritto pretendere. Oggi l’ethos prometeico ha messo in ombra la speranza. La sopravvivenza della specie umana dipende dalla sua riscoperta come forza sociale» (Illich, 1971, p. 166).

Quando semina, perché è il giorno della semina, il contadino non ha certezza alcuna che ci sarà il raccolto. Accetta serenamente l’incertezza delle condizioni del tempo e confida nella bontà della natura. L’agroin­du­stria cerca invece di imporre ad essa la sua volontà e così procede alla distruzione sistematica del pianeta, che oggi subiamo in mille modi, e a generare nel mondo intero fame e miseria, come anche «pandemie» e cibo tossico. Sebbene controlli più della metà delle risorse alimentari del mondo, nutre solo il 30% della popolazione. Sono piccoli contadini, principalmente donne, quelli che alimentano il 70%. Per resistere alla fame che avanza, la nostra speranza va riposta in loro.[2]

Qualcosa di simile si può dire a proposito dell’atteggiamento verso il Sars-CoV-2. Si moltiplicano i racconti di quello che stanno facendo in basso gruppi e comunità contadine e urbane in tutte le parti del mondo. Non si tratta del «negazionismo» pericoloso e irresponsabile, spesso mischiato con forme fasciste, razziste e sessiste di comportamento. Si tratta di una coscienza chiara del pericolo che il virus rappresenta e delle capacità che si possiedono per resistergli, facendo appello alla tradizione ma anche a modalità di sapere odierne. Così si osservano molteplici forme di giustapposizione di conoscenze formali e di saperi empirici che costituiscono ciò che Foucault aveva chiamato «saperi storici di lotta». Si tratta di una combinazione di conoscenze e comportamenti radicati nell’e­spe­rienza, che resiste con efficacia all’imposizione di «verità scientifiche» che si presume siano il fondamento delle politiche pub­bliche basate su un’atroce e universale iniezione di paura.

La nozione stessa di pandemia ha generalizzato l’impressione che si trattasse di una minaccia universale, la stessa per tutte e per tutti. Le esercitazioni matematiche con una sola variabile – la politica adottata – non hanno tenuto conto della diversità dei contesti e delle situazioni che determinano la capacità reale di resistere e la varietà degli impatti del virus stesso e di ciò che viene fatto in suo nome. Mentre la cosiddetta scienza non riesce ancora a caratterizzare con precisione la malattia attribuita al virus né a identificare modalità efficaci di prevenzione e trattamento, in tutto il mondo nascono forme appropriate per caratterizzare il problema sanitario propriamente detto e per adottare atteggiamenti e comportamenti adeguati. Tutto ciò costituisce un’immensa riserva di energia creativa per la lotta attuale e un antidoto efficace contro la paura paralizzante che fino ad ora è stata generata. Si compie nella realtà ciò che anni or sono Scott Eastham aveva suggerito: «Prima di lasciare alla scienza moderna l’ultima parola sull’evoluzione dell’homo sapiens, abbiamo bisogno di ascoltare altre culture e di sperimentare alcuni degli altri modi di essere umani» (Eastham, 2005, p. 30). È apparso chiaro che la scienza non può rimpiazzare il giudizio morale.

La speranza che viene riscoperta nella base sociale non ha nulla a che vedere con l’ottimismo che generalmente è associato alle aspettative. Si tratta invece di ciò che affermava Vaclav Havel in una delle sue poesie: «Speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da ciò che avverrà». Ha senso seminare in un determinato giorno, indipendentemente dal fatto che si arrivi ad ottenere il raccolto oppure no. Ha senso alimentarsi bene, prendere il sole, rivolgere cure speciali agli anziani e alle persone con malattie croniche, combattere la paura… anche se non sappiamo se la curva si appiattirà oppure no, o se ci toccherà oppure no di far parte di quella piccola porzione di persone molto seriamente colpite dal virus.

Possiamo, con spirito comunitario, riscoprire la speranza come forza sociale. E questo è, con certezza, lo stimolo offerto dai contributi di questo libro, i cui autori si sono ispirati al pensiero di Ivan Illich, che sottopose a critica rigorosa gli assiomi della modernità e descrisse come nessun altro le tendenze profonde della società che ci hanno portato alla situazione attuale. L’interesse per la sua opera si sta risvegliando. Non tanto per il fatto che la raccolta completa delle sue opere viene attualmente pubblicata in quattro lingue, quanto per il fatto che il suo lavoro torna ad essere oggetto del dibattito internazionale, poiché le sue idee contribuiscono alla comprensione di quello che sta accadendo e hanno definito molto bene il modo di reagire di fronte alle atrocità del regime dominante. Illich ha visto con impressionante chiarezza come ci stavano spogliando della nostra condizione umana e ci stavano riducendo a quella di organismi biologici cibernetici, cyborg… Come si sta oggi facendo con il pretesto del virus.

In questo contesto, il libro è soprattutto un invito a forgiare visioni diverse, culturalmente radicate, del paesaggio ad un tempo atroce e promettente di uno dei momenti più critici della storia umana.

Prima di chiudere riteniamo doveroso ringraziare gli autori che hanno arricchito il libro con i loro testi: David Cayley, Sajay Samuel, Fabio Milana e Giuseppe ‘Cippi’ Martinelli, medico italiano che da circa 25 anni presta la sua opera in un ambiente indigeno sugli Altos de Chiapas (Messico) e la cui intervista ci ricorda che esistono altri mondi e altri modi di affrontare la pandemia e la vita. Ogni autore ovviamente è responsabile di quanto scritto.

Un ringraziamento particolare va all’editrice Morena Poltronieri, che ha accolto con prontezza la proposta della pubblicazione, a Adele Cozzi che ha curato l’editing e contribuito alle traduzioni, a Ernesto Fazioli a cui si deve l’elegante progetto grafico.

Note

[1] «Aprender a vivir en la incertidumbre, aconseja el filósofo Edgar Morin», in La Jornada, 7 gennaio 2021, in www.jornada.com.mx/. Si veda anche l’intervista rilasciata a Le Monde e tradotta in italiano da Mondoperaio, pubblicata online il 5 maggio 2020, in www.mondoperaio. net.

[2] Si veda ad esempio l’opuscolo del Gruppo ETC: «Chi ci nutrirà? La rete alimentare contadina a confronto con la catena agroalimentare industriale», in https://camminardomandando.wordpress.com.

Questo articolo è stato pubblicato su Comune il 13 aprile 2021

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