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Grazie, Valsusa, che ci apri il cuore e ci riporti alla vita vera!

Due giorni di mobilitazione come non se ne vedevano da tempo, nemmeno in valle.

Un movimento sorretto e sospinto da una popolazione solidale, una popolazione che vive sulla propria pelle la militarizzazione del territorio e le prevaricazioni delle forze dell’ordine.

Una fase che somiglia molto al 2005, ai giorni della Libera Repubblica di Venaus, quando la prima grande prova di forza del movimento portò al ritiro di un progetto che oggi la controparte stessa definisce sbagliato.

Uno sgombero poliziesco messo in atto sfruttando le norme sul coprifuoco, pensando che non ci sarà una risposta immediata, e invece la risposta c’è e da subito.

Una conferenza dei sindaci No Tav di fronte a un piazzale zeppo di gente, aperto dalla commissione tecnica del movimento che spiega i perché e i percome di questa nuova grande opera “accessoria”, un gigantesco autoporto che non solo è inutile ma parte già abusivo.

N.B.1  Quest’autoporto porterà solo sventura a chi ha pensato di realizzarlo. Cercare di imporlo è stato un grosso errore, ha sverniciato il verde con cui Telt cercava di mimetizzare la sua macchina ecocida e climaticida.

Un campeggio No Tav con persone giunte da tutta Italia, in uno scatto di orgoglio, di autocertificazione reale contro l’autocertificazione formale: ebbene sì, certifico che sono qui a sostenere la lotta della Valsusa.

Un corteo non autorizzato – doppiamente non autorizzato, perché in barba alle proibizioni dell’emergenza pandemica – con partecipanti di ogni età, dalle bambine agli anziani, circa quattromila persone che hanno marciato per undici chilometri, felici di esserci, di nuovo coi corpi, felici di essersi ripresi la strada.

Il cuore che si spalanca – dopo un anno come quello che abbiamo alle spalle! – vedendo la fiumana di giovani e giovanissime che dal campeggio confluisce nel corteo in partenza.

Cerco di filmare il corteo, ma non riesco mai a inquadrarlo tutto.

Un segnale importante come non mai: speravate di usare le restrizioni e i divieti pandemici per schiacciare la lotta? Allora speravate male.

N.B.2 Nemmeno la controparte e l’informazione mainstream hanno avuto il coraggio di tirare in ballo la pandemia e la pandemagogia per diffamare la giornata. Nessuno ha osato trattare i No Tav da «negazionisti» o irresponsabili o che altro. Nemmeno quando i media hanno puntato i riflettori su un’azione intrapresa a latere del corteo, un temporaneo blocco dell’autostrada Torino-Bardonecchia con tanto di barricata. Non c’è virocentrismo che tenga quando parte – in questo caso riparte – una lotta che tocca il reale.

Un raduno spontaneo oltre l’ora del coprifuoco, in solidarietà alle compagne e ai compagni che ancora resistono nella baita sul tetto dell’ex-presidio sgomberato (per la loro situazione sono decisive queste ore).

Il raduno è attaccato dalla polizia, che spara candelotti ad alzo zero. Una compagna, Giovanna, rimane ferita ed è ospedalizzata in condizioni serie, con fratture facciali ed emorragie interne. La questura nega che sia stata colpita da un lacrimogeno e che i lacrimogeni vengano sparati contro le persone, ma il movimento risponde prontissimo, pubblicando video in cui diversi agenti fanno esattamente quello (e uno se ne vanta pure). Solidarietà a Giovanna.

E poi la presentazione de La Q di Qomplotto a San Didero. Duecento persone, anche di più. Non c’era gente solo a riempire il piazzale, ma anche sul terrapieno e sulla strada accanto.

Era al contempo la prima presentazione del libro, la prima di Wu Ming dopo l’inizio dell’emergenza pandemica (ero emozionatissimo e mi temevo arrugginito), e forse la prima presentazione post-pandemica tout court, una presentazione vera, non davanti a schermi suddivisi in loculi ma con le persone, le persone intere, tridimensionali, pluridimensionali.

Chi mai è già tornato a organizzare cose del genere?

Nessuno, mi sembra.

La Valsusa appare come un altro pianeta. In realtà è sempre il nostro, solo che là il tempo scorre più veloce, perché una lotta vera – una lotta radicale e radicata negli animi e nel territorio – non può che accelerare e anticipare ogni dinamica.

E infatti. Dopo ogni fase di crisi, la valle è sempre la prima a battere un colpo. A battere il colpo.

Ancora una volta la lotta No Tav ci insegna che i rischi vanno corsi, quando si tratta di vivere. Con la falsa utopia – tanto ingannevole quanto reazionaria – del rischio zero, semplicemente, si smette di vivere.

E allora grazie, Valsusa. Grazie, compagne e compagni No Tav. Grazie di tutto. Torno a Bologna vivificato, pieno di energie, consapevole che è possibile uscire dall’ibernazione, fare un passo oltre.

Chi quel passo vorrebbe farlo ma ancora non trova il coraggio, beh, lo troverà, magari con l’esempio della valle e con l’aiuto di tutte e tutti.

E chi non vuole farlo e magari denigra chi lo fa? Beh, non sa che si perde. Di contro, forse noi non perdiamo niente.

«Grida forte la Valsusa
che paura non ne ha
sulle barricate sventola
la bandiera dei No Tav!»

Questo articolo è stato pubblicato su Giap il 19 aprile 2021

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