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Il rinvio a giudizio non basta

Il processo a Salvini serve a tutelare le vittime di scelte disumane. Ma la battaglia per cambiare le politiche migratorie non passa per i tribunali

Il rinvio a giudizio di Matteo Salvini nel caso Open Arms porta con sé un insieme di considerazioni complesse, ma solo apparentemente contraddittorie. 

Il dato di partenza di tali considerazioni è rappresentato dall’affermazione di un giudizio politico – e dal conseguente riconoscimento di una verità storica – rispetto alle politiche migratorie di Salvini, così come di quelle di chi lo ha preceduto e di chi lo ha sostituito. Un giudizio e una verità che godono di vita propria, autonoma rispetto a quanto accade nelle aule di giustizia – e, quindi, anche rispetto alla decisione del Gup di Palermo. Non c’è bisogno della pronuncia di un tribunale per sancire l’inaccettabilità di pratiche quali la chiusura dei porti, l’assenza di missioni di ricerca e soccorso governative e la criminalizzazione di quelle della società civile, i respingimenti, la collaborazione con la cosiddetta guardia costiera libica, e tante altre ancora. Ce lo aveva già detto Pierpaolo Pasolini quasi cinquant’anni fa. 

Eppure, è proprio perché tante di queste pratiche vergognose hanno comportato la mortificazione delle più elementari garanzie insite nel diritto internazionale e nelle norme di tutela dei diritti umani che emerge la necessità e l’importanza di riaffermare queste stesse norme e principi nell’ambito di un procedimento giudiziario. Non solo per sanzionare le violazioni, ma anche per riconoscere i diritti, negati e mortificati, di quelle persone migranti che di tali provvedimenti sono divenute vittime. 

In sostanza, quel che è successo o succederà all’interno delle aule di giustizia è fondamentale, ma non sarà questo a sancire l’inaccettabilità dei paradigmi di politica migratoria italiana. Tutto questo, infatti, già lo sapevamo, e le sorti dei casi giudiziari potranno, sì, aggiungere o togliere qualcosa – e anche tanto, in chiave sistemica, contribuendo a ridisegnare l’approccio d’insieme – ma non cambiare la natura profonda di ciò che le politiche migratorie messe in atto in questi anni rappresentano per una società che aspirerebbe (il condizionale è d’obbligo) a tutelare diritti, libertà e dignità della persona. 

Una simile complessità invita a una riflessione profonda, che non può certo essere banalizzata nel solco di un facile giustizialismo, a nessun livello. Non solo per le considerazioni espresse finora, e legate al complesso e sempre attuale rapporto tra verità storico-politica e verità giudiziaria. Ma anche perché la mortificazione dello stato di diritto, giustamente criticata nel caso delle politiche messe in atto da Salvini, non può poi essere avallata, per quanto a livelli profondamente diversi, ignorando garanzie e presunzioni di innocenza che spettano a qualsiasi imputato, anche a quelli che non ci piacciono. In tale ottica, la decisione del Gup di Palermo rappresenta un piccolo tassello nel percorso di riaffermazione della giustizia, non un evento da celebrare né, ovviamente, una sentenza di condanna (penale). Fermo restando che, per chi si batte per il rispetto dei diritti fondamentali, quella politica e storica, di condanna, nel caso di Salvini è stata sancita da tempo.

Il fil rouge di questo discorso richiama il pericolo insito nel delegare esclusivamente o quasi al terreno giudiziario una battaglia che è intrinsecamente politica, di cui un certo antiberlusconismo rappresenta probabilmente l’esempio più significativo, in tempi relativamente recenti. Per quanto fondamentale e, spesso, connesso all’ambito della mobilitazione politica, il ricorso alla magistratura non può in alcun modo sostituire una lotta che appartiene a uno spazio diverso.

Anche per evitare, è bene ricordarlo, che si finisca con il confondere il fenomeno in sé con chi ne è uno dei principali interpreti, ma non certo l’unico. Perché quel che accade nei procedimenti giudiziari a carico di Salvini non può far ignorare o dimenticare le enormi responsabilità politiche – seconde a nessuno – dei vari Minniti, Di Maio, Conte e Lamorgese, nel solco di una continuità che ha travalicato governi e maggioranze.

Riannodando i fili di questa complessità, lontano da opposti estremi tendenti alla celebrazione o alla minimizzazione, il rinvio a giudizio di Matteo Salvini rappresenta, quindi, un passaggio fondamentale per la tutela di chi è stato vittima di politiche vergognose e aberranti. Nella consapevolezza – che nulla toglie all’importanza di questo momento – che la battaglia per una migrazione libera e sicura, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, andrà comunque avanti su binari altri. Oltre i procedimenti giudiziari (di ogni tipo), oltre le sentenze che verranno e oltre Salvini.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 18 aprile 2021

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