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“Senza casa non c’è salute!”

Oggi striscione e fumogeni dalla Montagnola e poi presidio al mercato Albani: le iniziative sono state lanciate nell’ambito della giornata transnazionale per la casa e gli affitti lanciata da RentVolution e dalla European Housing Coalition.

Prima uno striscione esposto dalla Montagnola per ricordare che “senza casa non c’è salute!”. Poi un presidio al mercato Albani. Entrambe le iniziativa sono state effettuate oggi a Bologna nell’ambito della giornata transnazionale per la casa e gli affitti lanciata da RentVolution e dalla European Housing Coalition. Sotto le Due torri la mobilitazione è stata attraversata da Asia-Usb, Noi Restiamo, Rent Strike Bologna e RentStrike Bolognina. “L’attuale crisi pandemica non ha fatto altro che accentuare il disastro che, ormai, da anni dilaga nel settore delle politiche abitative di questo paese”, scrive RentStrike Bolognina: “Un disastro voluto, annunciato e prodotto dalle scellerate scelte urbanistiche fatte in questa come in tutte le altre città. L’abolizione dell’equo canone, da una parte, e la totale assenza di investimenti di edilizia popolare, dall’altra, hanno prodotto un esasperante aumento dei canoni di locazione, rendendo il mercato degli affitti una vero e proprio business per palazzinari e speculatori. Come se non bastasse la turistificazione di massa, AirBnb e la cementificazione selvaggia hanno fatto il resto. E mentre il patrimonio immobiliare pubblico viene pian piano privatizzato e le case popolari iniziano a scomparire la casa si trasforma, da bene primario considerato come diritto fondamentale, in una merce di scambio concentrata nelle mani di pochi proprietari immobiliari. D’altra parte la nostra generazione una casa popolare non l’ha mai neppure sognata. Forse è proprio per questa ragione che, da un anno a questa parte, una semplice vertenza di palazzo, nata dall’esigenza di ridurre il canone di locazione durante il lockdown, si è trasformata in un collettivo di lotta per la casa. Perchè oggi più che mai sentiamo il bisogno di opporci alle vergognose scelte intraprese nel settore delle politiche abitative, utili solo ed esclusivamente alla speculazione, alla rendita parassitaria ed al profitto di pochi a danno delle nuove generazioni, dei migranti e delle fasce sociali più vulnerabili. Inoltre è evidente come in seno alla nostra società si stia annidando un corposo piano di disciplinamento di massa. Gli ultimi accadimenti di Piacenza, che hanno visto due sindacalisti e numerosi lavoratori colpiti da un’imponente operazione repressiva, ci restituiscono l’immagine chiara del fine pedagogico della decretazione d’urgenza, della militarizzazione e del coprifuoco permanente nei confronti di movimenti e sindacati conflittuali. Vista la situazione diventa necessario, se non imprescindibile, riassumere una presa di parola collettiva per innescare una netta opposizione allo stato di cose presenti, che ci consenta di ricreare un’alternativa possibile. Per tutte queste ragioni, oggi 27 marzo, abbiamo aderito alla mobilitazione transnazionale lanciata da RentVolution e dalla European Housing Coalition per riaprire una nuova stagione di lotta per il diritto alla casa e per difendere le migliaia di famiglie che a causa della, sempre attuale, crisi economica rischiano di essere sfrattate”.

Hanno scritto Asia-Usb, Noi Restiamo e Rent Strike Bologna nel promuovere il presidio al mercato Albani: “Si chiamerà ‘Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili’, al plurale. Il neoministro Giovannini considera questo come un chiaro segnale di svolta che dal nome passerà all’azione politica, utilizzando le risorse del Recovery Plan secondo i principi della sostenibilità e dell’eguaglianza sociale. Ci aspettiamo davvero questo balzo sociale promesso, non solo per il curriculum socialmente impegnato dell’ex dirigente dell’Istat, da sempre attento al disagio e alle cosiddette fragilità economiche. Ce lo aspettiamo perché da anni affermiamo con forza la necessità di mettere mano al vergognoso stato dell’arte delle politiche abitative di questo paese. Un disastro che non è casuale, ma il prodotto di deliberate scelte politiche a livello nazionale, nonché di scelte urbanistiche scellerate che hanno fatto sì che nelle città (e non solo) si cementificasse a dismisura per accontentare le pretese della rendita parassitaria e della speculazione finanziaria, senza badare alla sostenibilità ambientale, né tantomeno a quella sociale. Inoltre, con l’abolizione dell’equo canone, si è rinunciato al controllo pubblico sui canoni di locazione e ignorato il ruolo calmieratore dell’edilizia popolare nel mercato degli affitti. Allo stesso modo è mancato il contrasto ai nefasti effetti sociali causati dai processi di privatizzazione e dismissione del patrimonio degli enti previdenziali e dei loro fondi immobiliari, cancellando la loro funzione di calmierazione del mercato della casa, ancora, è mancato il controllato sulle modalità con cui sono stati realizzati gli interventi pubblici di edilizia agevolata nei famosi piani di zona, nella realizzazione dei quali è emersa una gestione speculativa messa sotto accusa dalla magistratura con inchieste e processi per truffa ai danni dello Stato e degli inquilini. Scelte che hanno trasformato la casa da diritto e risorsa fondamentale, a un bene di scambio nelle mani di un mercato sempre più esigente e concentrato nelle mani di grandi costruttori e proprietari”.

Ancora dal comunicato sul presidio: “Vista la situazione così lampante, non smetterà mai di stupirci come ci sia ancora chi sostiene che gli sfratti, gli sgomberi e i pignoramenti siano colpa della cattiva coscienza, o peggio della furbizia, di chi li subisce, e quindi li affronta come un problema di ordine pubblico. Pensare questo significa infatti colpevolizzare la povertà, ed ignorare le pluridecennali radici del problema. Bisogna invece rendersi conto che ci sono, in molte città metropolitane e in questo Paese, migliaia di nuclei che hanno scelto in qualche modo di sopravvivere, non potendo affidarsi ai propri risparmi, al welfare familiare o statale, né volendo scegliere tra pagare il canone o la bolletta della luce, dell’acqua, della nettezza urbana, e la rinuncia a mangiare, o a curare la propria salute. Alcuni lo hanno fatto occupando in maniera organizzata, altri individualmente. C’è chi si è autoridotto, e non ha pagato l’affitto, chi ha smesso di pagare il mutuo alla banca non volendo scegliere tra quello, e il mettere insieme il pranzo con la cena per sé, e magari i propri figli. Quando il ministro affronta il tema della sostenibilità, dovrebbe dunque tenere conto che quella sociale, ed economica, va messa al primo posto, e che senza un deciso cambio di rotta del suo Ministero ciò non accadrà. Questa crisi lo ha ribadito: il primo dispositivo di sicurezza sociale è un alloggio dignitoso e stabile. Quante volte da marzo 2020 ci è stato ripetuto ‘restate a casa’, supponendo che questo luogo fosse la miglior difesa dal rischio del contagio, o il luogo d’elezione per trascorrere una eventuale quarantena? Quante volte si è vista l’inefficacia di misure tampone come bonus di sostegno e voucher per l’affitto per contenere la marea di sfratti e pignoramenti, tanto più se erogati nelle tasche dei proprietari? Di fronte alla persistenza di questa situazione, diventano inevitabili l’autorganizzazione, e persino la difesa individuale. Lo sciopero dell’affitto è uno di questi strumenti, e le occupazioni abitative un altro. Che linea intende tenere il neoministro Giovannini di fronte a questi problemi strutturali, tenendo conto che da almeno un trentennio non viene più finanziato e realizzato un piano nazionale di edilizia pubblica? Affrontare il problema in maniera coerente e strutturale, oppure fare dichiarazioni di intenti per poi ricorrere alla criminalizzazione dei poveri per decreto, come avvenuto col Piano Casa del 2014? Ad esempio, nelle sue prime dichiarazioni, il neosegretario Pd Letta ha affermato che bisogna ripartire dallo ‘ius soli’, un altro tema che Giovannini conosce piuttosto bene. Ci ha sorpres* non poco considerando la pervicace opposizione del suo partito nell’abolire l’articolo 5, e le sue brutali conseguenze sulla vita di migliaia di persone (ad esempio, nell’accesso alla sanità e nel rinnovare i permessi di soggiorno), nonché l’attaccamento culturale alla decretazione securitaria che ne è seguita. Tale legislazione, accomunando povertà e accoglienza, produce una miscela omogenea da combattere piuttosto che affrontare, dando il destro alla propaganda più retriva e razzista, capace di mettere gli ultimi contro i penultimi, nonostante i secondi siano sempre più nelle stesse condizioni dei primi. L’unica cosa da fare per risolvere questa situazione è mettere le risorse economiche in arrivo a disposizione di una programmazione che trascini la questione dell’abitare fuori dall’emergenza. In nome della tanto menzionata sostenibilità, questo andrebbe fatto utilizzando ciò che è costruito senza ulteriore consumo di suolo, garantendo un alloggio a tutti coloro che ne hanno necessità e facendo sì che i canoni di locazione tornino ad essere realmente sostenibili e tarati sulla capacità economica dei nuclei familiari. Solo in questo modo l’abitazione può tornare ad essere un bene d’uso collettivo, anziché un bene di scambio individuale, o un ormai sgonfio paracadute di welfare familiare per affrontare questa e la prossima crisi”.

Questo articolo è stato pubblicato su Zic il 27 marzo 2021

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