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La primavera in Italia porta la convergenza delle lotte

Passare da contrattazioni di categoria e di settore a contrattazioni larghe, ampie, sociali, di coalizione. Perché non il primo maggio?

Ci sono giornate di lotta che si danno al di là di una chiara e complessiva pianificazione politica preliminare e che, nonostante ciò, ci indicano alcune fratture lungo le quali lavorare da lì in avanti.

Alla convocazione dei e delle rider di uno sciopero nazionale – il più grosso e riuscito in questi tre anni di mobilitazione in Italia – hanno risposto altre categorie di lavoratori e lavoratrici che come loro sono rimasti ai margini delle politiche sociali di questo Paese: professionistə dello spettacolo e delle cultura, operatorə sociali, facchinə della logistica. Si tratta di settori privi delle tutele garantite a categorie più tradizionali del lavoro, settori all’interno dei quali il precariato va di pari passo con la svalutazione sistemica della loro attività, che tuttavia svolge un ruolo essenziale seppur non formalmente riconosciuto. A questi vanno aggiunti studenti e famiglie che hanno trovato nelle varie piazze di Priorità alla scuola il luogo in cui prendere parola rispetto a tutte le difficoltà connesse alla didattica a distanza e all’enorme aumento del lavoro di cura che dietro questa si nasconde e che pesa soprattutto sulle spalle delle donne. Come ribadito da molti degli interventi in piazza ieri, la pandemia ha messo a nudo carenze strutturali di questo sistema e non ha colpito tuttə alla stessa maniera.

Se i e le riders hanno rotto il silenzio, sono tante e diverse le voci che hanno colto l’opportunità per uscire dall’invisibilità. Dietro questa giornata di convergenza, possiamo individuare questioni di più ampia portata all’interno delle quali collocare l’azione di tantə e diversə.

Da una parte, infatti, il governo Draghi, nato per ricalibrare l’asse della gestione dall’alto della crisi, non è riuscito ad esercitare quella discontinuità che aveva promesso in termini di uscita dalla pandemia; dall’altra, invece, proprio la terza ondata che stiamo attraversando ci ricorda che non possiamo fare a meno di un radicale ripensamento della nostra società.

La strategia comunicativa del silenzio, messa in atto da Draghi per tenere assieme le diverse anime del governo, non ha di certo riportato al centro della politica coloro che finora sono rimastə ai margini e sulle cui spalle si è scaricato maggiormente il peso della crisi.

La lentezza e le difficoltà della campagna vaccinale stanno esasperando lo stato di bisogno di moltə e hanno messo a nudo tutte le storture di un sistema in cui i giochi e gli interessi politico-economici di pochə, a cui consegue il mantenimento dei brevetti su quello che dovrebbe essere un bene essenziale e universalmente garantito, si rifanno sulla pelle di moltə.

In questi mesi di silenzio, però, non si è mi fermato quel lavoro di mutualismo, sindacalizzazione e confronto dal basso che tantə e diversə hanno portato avanti per non lasciare nessunə indietro.

La primavera si apre con un vento nuovo che, per la prima volta, abbiamo sentito spirare nelle piazze del 26M. Davanti a noi si aprono due sfide. La prima è quella di mantenere lo stato di convergenza comune delle lotte dal basso evitando di settoriarizzarle e frammentarle. Dobbiamo passare da contrattazioni di categoria e di settore a contrattazioni larghe, ampie, sociali, di coalizione. È la totalità della gestione dall’alto di questa pandemia che va messa in discussione.

La seconda è quella di trovare nuovi momenti di presa di parola collettiva e molteplice. Perché non immaginare nella giornata del 1 maggio una nuova occasione per la costruzione di piazze ampie e convergenti? Piazze in cui far incontrare riders senza tutele e studenti senza aule, genitori senza sostegno ed tecnicə luci senza teatri, in cui parlare di salute, reddito ed ecologia.
Sta a tuttə noi cogliere con intelligenza il segnale che ci arriva da questo 26M.

Forse il vento sta cambiando, lasciamoci trasportare e costruiamo una nuova politica.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 27 marzo 2021

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