Skip to content

Per Murray Bookchin, a cento anni dalla nascita (e a quindici dalla sua morte)

Murray Bookchin: L’ecologia della libertà, elèuthera, Milano 2020 (prima edizione 1988), pp. 560, 24,00 euro e Per una società ecologica, elèuthera, Milano 2021 (prima edizione 1989), pp. 240, 18,00 euro.

Scriveva Murray Bookchin nella sua introduzione a Per una società ecologica: «Le idee fondamentali che ho sviluppato in quasi tutti i miei scritti sono riconducibili al concetto che la maggior parte dei nostri problemi ecologici ha le sue radici in problemi sociali e che l’attuale disarmonia tra umanità e natura può essere ricondotta essenzialmente ai conflitti sociali». Basterebbero queste poche righe per comprendere l’importanza e la centralità dell’autore e militante anarchico statunitense all’interno della più ampia riflessione sui movimenti sociali, e ciò che li rende protagonisti anche della difesa dell’ambiente e delle altre specie, avvenuta nel corso degli ultimi trenta-quarant’anni.

In occasione del centenario della sua nascita la casa editrice elèuthera ha pertanto deciso di ristampare due delle sue opere più importanti, già precedentemente edite dalla stessa.
Non c’è mai in Bookchin la ricerca di una presunta e mitica età dell’oro in cui situare un paradiso perduto, probabilmente mai esistito nella storia della nostra specie una volta affacciatasi sul pianeta che ci ospita, ma piuttosto una nitida ricerca delle cause che hanno impedito alla stessa di stabilire un rapporto più equilibrato con l’ambiente e le sue risorse, soprattutto a partire dall’avvento della società capitalistica o ancor prima, più semplicemente, da quella divisa in classi, finalizzata al superamento cosciente e collettivo di ciò che ancora ci separa dal nostro essere natura.

Continuando con le sue stesse parole:

Non credo che si possa giungere ad un equilibrio tra umanità e natura se non si trova un nuovo equilibrio – basato sulla libertà dal dominio e dalla gerarchia – in seno alla società. Per l’appunto, ho chiamato ecologica questa nuova società ipotizzata e ho definito il mio pensiero come ecologia sociale. L’ecologia sociale non è né ecologia umana né ecologia profonda, termini e concezioni che tendono a deviare la nostra attenzione dagli aspetti sociali dell’attuale crisi ecologica. E’ necessario affrontare onestamente il fatto che, se non trasformiamo la società in senso libertario, gli atteggiamenti e le istituzioni che ci spingono follemente verso il disastro ecologico continueranno a operare, nonostante tutti gli sforzi messi in campo per riformare il sistema sociale dominante1.

Parole che si rivelano ancor più profetiche oggi, nel momento in cui la pandemia da Covid-19 ha portato con violenza alla ribalta il tema del rapporto della specie con l’ambiente che ha ri/creato attraverso il modo di produzione dominante e con tutte le altre forme di vita (virus compresi).
Idee che, indirettamente, sono state anche accolte nel testo che ha accompagnato l’invito all’assemblea on line di Rise Up 4 Climate Change, prevista per il 7 marzo di quest’anno (qui).

Idee, occorre dirlo, che bisogna oggi riscoprire anche a causa di un marxismo che, accecato dall’idea dello sviluppo delle forze produttive, ha potuto accantonarle e rimuoverle, per quasi tutto il secolo passato, dal suo percorso politico e ideologico, tranne che per alcuni rarissimi casi all’interno della Sinistra Comunista, ma che erano già presenti nell’opera giovanile di Marx (soprattutto nei Manoscritti economico-filosofici del 1844).

Potrebbe sembrare qui fuori luogo reintrodurre il discorso sul marxismo e sul giovane Marx all’interno del ricordo di uno dei più importanti pensatori dell’anarchismo contemporaneo, ma si rende anche necessario ricordare ai lettori che Murray Bookchin ha avuto modo di percorrere da critico radicale quasi l’intero ‘900, confrontandosi con le principali ideologie del movimento operaio e militando all’interno delle sue due correnti principali, marxismo e anarchismo, in periodi differenti della sua vita.

E’ forse stato questo percorso a marcare la differenza della sua riflessione sul rapporto uomo-natura da quella di un altro importante esponente dell’anarchismo contemporaneo, John Zerzan, teorico del primitivismo. Mentre, infatti, l’ecologia sociale di Bookchin costituisce un primo punto di arrivo di un’evoluzione della specie, non soltanto biologica o tecnologica ma innanzitutto politica, destinato a migliorarne la vita senza abbandonare i risultati più significativi delle conoscenze acquisite nelle epoche precedenti, per il secondo si tratta di abbandonare tout court la civiltà per tornare alle primitive radici della società umana in cui la specie si confondeva con le altre, senza alcuna linea di demarcazione culturale e sociale.

La distanza tra i due pensatori è però meno grande di quanto si potrebbe in un primo momento supporre, come dimostrano le domande e le proposte che Bookchin poneva alla base del suo Per una società ecologica, ancora estremamente attuali e pertinenti:

L’interesse generale che deve stare alla base del nuovo programma libertario va riformulato tenendo presente quello che invece è il limite certo del capitalismo: il limite ecologico che il mondo naturale oppone alla crescita incontrollata. E se questo interesse generale può incarnarsi in una richiesta non gerarchica, questa è la richiesta femminile di una sostanziale uguaglianza dei disuguali, che espande gli ideali di libertà. Il punto è se il movimento ecologista e quello femminista saranno in grado di farsi interpreti di questa sfida storica. In altre parole, se sapranno estendersi fino a divenire un movimento sociale, dando vita ad una New Left libertaria che parli di un interesse umano generale, o se viceversa si frammenteranno in una molteplicità di interessi particolari dediti al parlamentarismo riformista, al misticismo nelle sue varie forme, allo sciovinismo sessuale.
Infine, qualunque sia stata in passato la prospettiva che presiedeva alla costruzione di una società libera ed ecologica, è certo che oggi questa società non potrà essere costruita se l’umanità non abbandona il concetto borghese di abbondanza e questo perché l’abbondanza è accessibile a tutti. Non viviamo più in un mondo che valuta più il dono dell’accumulazione di ricchezza, o dove ci sono vincoli morali che limitano la crescita. Il capitalismo ha distorto i valori del mondo antico a un punto tale che solo la prospettiva dell’abbondanza può eliminare il consumo insensato e insieme il senso di penuria esistente presso i ceti meno privilegiati […] Abbiamo di fronte non solo l’esigenza di migliorare la società, o modificarla, ma la necessità di ricostruirla. Le crisi ecologiche che dobbiamo affrontare e i conflitti sociali che ci hanno travolti (e che hanno trasformato il ventesimo secolo nel secolo più sanguinario della storia) possono essere risolti soltanto se riconosciamo che ciò che viene qui messo in discussione è la civiltà dominante e non semplicemente un assetto sociale malamente organizzato2.

Anche nel suo testo L’ecologia della libertà Bookchin aveva sviluppato, senza intermittenze e contraddizioni, la riflessione sul legame che intercorre tra lo sviluppo capitalistico, appropriazione privata della ricchezza sociale e della terra, potere, gerarchie politiche, di genere e appartenenza etnica e la catastrofe ambientale (e sociale) che sembra attendere la nostra specie nell’immediato futuro.

Non è più possibile, oggi, considerare i problemi ecologici poco importanti, marginali, «borghesi». I dati sull’incremento planetario delle temperature dovuto al crescente tasso di anidride carbonica nell’atmosfera (il cosiddetto effetto serra) […] e l’inquinamento massiccio degli oceani, dell’aria, dell’acqua e del cibo, la diffusa deforestazione causata dalle piogge acide e dai tagli insensati, la disseminazione di materiale radioattivo lungo la catena alimentare…tutto ciò ha dato all’ecologia un’importanza che non ha mai avuto in passato. La società attuale sta danneggiando il pianeta a livelli tali da superare le sue capacità di auto-risanamento. Ci stiamo sempre più avvicinando al momento in cui il pianeta non sarò più in grado di mantenere la specie umana e le complesse forme non umane di vita che si sono sviluppate in miliardi di anni di evoluzione organica.
Ora, di fronte a questo scenario catastrofico, c’è il rischio (a giudicare dalle tendenze in atto in Nord America e in alcuni paesi dell’Europa occidentale) che ci si volga a curare i sintomi anziché le cause, che la gente impegnata ecologicamente cerchi soluzioni cosmetiche anziché risposte durevoli. Certo, la crescita dei movimenti verdi un po’ in tutto il mondo, compreso il Terzo Mondo, testimonia dell’esistenza di un nuovo impulso ad occuparsi correttamente del disastro ecologico. Ma ciò che appare sempre più chiaro è che non basta certo dare un «impulso». Per quanto sia importante fermare la costruzione di nuove centrali nucleari, di autostrade, di grandi agglomerati urbani o bandire l’uso di sostanze chimiche micidiali in agricoltura e nell’industria alimentare, bisogan rendersi conto che le forze che conducono la società verso la distruzione planetaria hanno le loro radici in un’economia mercantile da «crescere-o-morire», in un modo di produzione che deve espandersi in quanto sistema concorrenziale. Quello che è in ballo non è una semplice questione di «moralità», di «psicologia», di «ingordigia». Dato un mondo concorrenziale […] in cui ogni impresa deve espandersi in un contesto economico di cane-mangia-cane, la crescita illimitata è inevitabile. Essa acquisisce l’inesorabilità di una legge fisica che funziona indipendentemente dalle intenzioni individuali, dalle propensioni psicologiche, dalle considerazioni etiche3.

Basterebbe aggiungere ancora, all’elenco fatto da Bookchin, l’auto elettrica e l’uso smodato di farmaci e vaccini, in nome di una scienza completamente asservita alle esigenze del mercato e di una medicina dedita quasi esclusivamente alla cura dei sintomi più che delle cause della malattia, per completare e aggiornare il quadro di riferimento. Ma quanto fino ad ora riportato dimostra soprattutto l’estrema attualità e utilità del pensiero dell’anarchico americano all’interno della riflessione e dell’azione necessarie a modificare le condizioni dei rapporti di classe attuali all’interno della nostra specie e del rapporto tra questa e le altre e il mondo circostante. Tanto da poterci far, ancora e sempre, esclamare: Compagno Bookchin, presente!

N.B.
Per il centenario di Bookchin, l’Archivio Pinelli ha realizzato questo video.

Note

  1. Murray Bookchin, Perché ho scritto questo libro, introduzione a Per una società ecologica, elèuthera, Milano 2021, pp.7-8.
  2. Murray Bookchin, Per una società ecologica, pp. 196-197.
  3. Murray Bookchin, Prefazione all’edizione italiana (1988) di L’ecologia della libertà, elèuthera, Milano 2020, pp. 7-8.

Questo articolo è stato pubblicato su Carmilla il 10 marzo 2021

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati

Sole e vento a tutti i costi?
di Alexandra D'Angelo /
L’organizzazione politica al prisma dell’ecologia
di Davide Gallo Lassere /
Il viaggio di Abel
di Pino Narducci /