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AstraZeneca, i paesi poveri pagano doppio

Altro che no-profit. La società farmaceutica anglo-svedese aveva promesso un «vaccino umanitario», così non è. In Africa o in Brasile il costo raddoppia o addirittura triplica rispetto ai paesi ricchi, perché hanno un potere contrattuale più basso. Un fallimento clamoroso del libero mercato applicato alla salute

Nell’estate del 2020 Pascal Soriot, ad della società farmaceutica anglo-svedese AstraZeneca, aveva promesso che il loro vaccino sarebbe stato venduto al prezzo di costo per tutta la durata dell’emergenza pandemica. Grazie a queste dichiarazioni, il vaccino AstraZeneca si era guadagnato la reputazione di «vaccino umanitario», adatto a sconfiggere il Covid anche nei paesi poveri.

La realtà però si sta rivelando ben diversa. In ottobre, il Financial Times aveva svelato un memorandum tra l’azienda e un partner commerciale brasiliano che conferiva ad AstraZeneca il potere unilaterale di dichiarare conclusa l’emergenza a partire dal mese di luglio 2021, quando ben pochi paesi saranno davvero fuori dalla pandemia. I primi accordi stipulati dall’azienda nei paesi in via di sviluppo rivelano che anche l’impegno sul prezzo dei vaccini è carta straccia. Peggio ancora: lo sconto vale solo per i paesi ricchi.

L’accordo commerciale tra case farmaceutiche e Unione europea è teoricamente segreto. Ma un tweet sfuggito alla ministra belga Eva De Bleeker ha rivelato che l’Ue ha acquistato il vaccino inglese al prezzo di 1,78 euro per dose, un prezzo inferiore a quello spuntato da Usa e Regno Unito. L’Uganda, il cui reddito pro-capite è 40 volte inferiore a quello europeo, pagherà invece 5,8 euro a dose, il triplo del prezzo praticato in Europa. E mentre l’Ue ha acquistato un numero di dosi sufficiente a coprire un terzo dei suoi 440 milioni di abitanti entro settembre, le dosi vendute all’Uganda basteranno a vaccinare 9 milioni di persone, circa un quinto del paese. Secondo Alfred Driwale, responsabile per la campagna vaccinale del ministero della salute ugandese, il paradosso si spiega con la dura legge del più forte: «Non si può pretendere che un paese con una popolazione più grande paghi lo stesso prezzo», ha spiegato al sito Health Policy Watch. «Il paese più popoloso ha un potere contrattuale decisamente maggiore».

Il caso ugandese non è un’eccezione. Anche il Sudafrica, con un Pil pro-capite cinque volte inferiore al nostro, ha prenotato il vaccino inglese al prezzo di 4,32 euro a dose: un po’ meno rispetto all’Uganda, ma oltre il doppio di quanto pagherà l’Europa. Stesso prezzo anche per il Brasile, alla faccia del vaccino no-profit.

La motivazione del prezzo maggiorato, secondo il vice-ministro della sanità sudafricano Anban Pillay, è diversa da quella fornita dal collega ugandese: «Ci hanno detto che i paesi a reddito elevato pagano un prezzo inferiore in quanto hanno investito in ricerca e sviluppo». Paradosso nel paradosso, il Sudafrica ha dovuto sospendere dopo pochi giorni la somministrazione del vaccino AstraZeneca, rivelatosi inefficace contro i ceppi virali circolanti nel paese.

Si tratta di uno dei più clamorosi fallimenti delle teorie del libero mercato come sistema ottimale di allocazione delle risorse. Nemmeno i programmi umanitari bastano a sottrarre i paesi africani dai contratti-capestro delle multinazionali farmaceutiche. Il programma Covax dell’Oms, ad esempio, punta ad acquistare dalle case farmaceutiche due miliardi di dosi entro il 2021, per smistarle verso i 92 paesi più poveri del mondo. Finora ne hanno beneficiato solo Nigeria, Costa d’Avorio e Ghana (255 milioni di abitanti), destinatari di circa 5 milioni di dosi: bastano per vaccinare appena l’1% della popolazione.

AstraZeneca si è impegnata a fornire al programma Covax 170 milioni di dosi a pezzo calmierato. Ma come suggerisce il caso sudafricano, la promessa potrebbe essere vanificata dalle varianti, che si sviluppano con più facilità nei paesi ad elevata circolazione del virus. L’Africa è il terreno ideale per le varianti, a dispetto delle cifre ufficiali che registrerebbero un numero basso di casi. La realtà è certamente peggiore: nei test molecolari post-mortem effettuati a campione nello Zambia, un defunto su sei è risultato positivo e questo suggerisce che il virus ha potuto correre indisturbato nel continente. Eliminare le distorsioni causate dal mercato non è dunque solo una questione umanitaria. Se le disuguaglianze economiche e l’avidità delle case farmaceutiche ostacoleranno la lotta alla pandemia, mutazione dopo mutazione anche i paesi ricchi e vaccinati potrebbero ritrovarsi presto privi di protezione e condannati all’emergenza continua.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 3 marzo 2021

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