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A che serve la polizia?

Note al volume di Salvatore Palidda,  Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, Milano, gennaio-febbraio 2021

No! nel carnefice

Vive lo Stato

 Ogni politica                   

Sa d’impiccato.

Che c’entra il prossimo?

Io co’ ribelli

Sono antropofago,

Non ho fratelli

Giuseppe Giusti

(Il congresso de’ birri, ditirambo, Firenze, Tipografia Baracchi, 1847

Già nella premessa l’autore scopre le carte, citando le parole pronunziate da Victor Hugo nel suo intervento parlamentare del lontano 1851: police partout justice nulle part (polizia dovunque e giustizia in nessun posto). L’intero apparato statale, articolato in più strutture armate (anche se non sempre formalmente militari) si presenta come il custode e il difensore delle sicurezze e come tale viene perfino spesso percepito dalla maggioranza della popolazione. In realtà – anche se la cosa rimane in apparenza inspiegabile – contribuisce invece a generare un senso di costante paura, di inquietudine costante, di incertezza in ordine a quelli che dovrebbero essere visibili confini fra l’area del lecito e quella dell’illecito. La polizia trova la sua legittimazione sul campo, raccoglie consenso e rafforza il proprio esistere nei piccoli segmenti di territorio, nel borgo, nel quartiere. Ma perché tutto ciò non venga messo in discussione è al tempo stesso necessario alimentare il rancore contro ogni forma di diversità, intesa come causa e mai come effetto, anche a costo di rovesciare la logica e di abbandonare la via del buon senso (e non solo i principi della vecchia triade libertà-uguaglianza-fraternità,  ormai considerate un mero intralcio).

L’odio per lo straniero (razzismo e xenofobia), percepito come il responsabile della crisi, non sono non viene sanzionato, ma al contrario trova costante protezione proprio nelle caserme e in chi porta la divisa; i drogati, gli emarginati e i riottosi (i non omologabili in generale) vengono trattati, di volta in volta, come segmenti minoritari meritevoli di immediata punizione, o, ma solo nella migliore delle ipotesi, di cure (anche psichiatriche o psicologiche, con intervento pubblico correttivo). La polizia non esita a difendere le gerarchie sociali su cui si fonda l’ordine costituito: senza mettere davvero in discussione il ruolo delle donne, accettando una scala di valori religiosi conforme alle tradizioni nazionali(stiche), considerando anomalo qualsiasi nucleo convivente che non si concreti nella famiglia tradizionale. Pronto a colpire le numerose diversità l’apparato repressivo evita accuratamente di intervenire contro i disastri sanitari, i rischi ambientali, i caporali che organizzano il lavoro nero; non è più, sottolinea Palidda, solo il braccio armato del potere politico nazionale, ma è ormai anche lo strumento di regolazione economica e sociale a livello locale, al servizio degli attori che più contano (pagina 13).

Per questo il volume, assai corposo e frutto di una certosina opera di ricerca e raccolta (sono più di 250 pagine), scende articolatamente nel dettaglio locale, per trovare nei comportamenti quotidiani la conferma di una evoluzione delle polizie (volutamente al plurale) tale da costituire una vera e propria eterogenesi della democrazia, anzi la sua distopia. Questo neologismo fu coniato, pare, da Stuart Mill nel 1868, rielaborando il similare cacotopia   già utilizzato da Bentham; e non ha trovato classificazione nei 21 volumi del Grande Dizionario curato dal Battaglia (formidabile filologo, ma un po’ snob). Il professor Battaglia mi deve perdonare,  ha ragione Turi: le vicende poliziesche di questo primo ventennio del secolo in corso, a partire dai fatti genovesi del G8, evocano infatti più una distopia orwelliana che un’utopia socialista.

In un lungo capitolo il volume tratta di devianza e criminalità nei ranghi delle polizie (pagine 177-217), raccontandoci vicende incredibili, ma vere, come quella consumatasi a lungo nella caserma dei carabinieri a Piacenza. Questo lavoro di raccolta ci consente di comprendere come nasca il senso dell’impunità, come diventi regola e non più eccezione l’uso abituale della tortura violenta, senza trovare reazioni adeguate da parte di chi vive nel territorio, accettando con rassegnazione tanta prepotenza.

La polizia, dopo la riforma del 1981 (esaminata e spiegata nelle sue implicazioni e nelle sue conseguenze), vive dentro l’economia sommersa, ci coabita. Colpisce le singole esistenze precarie, ma tollera, protegge e rafforza il sistema complessivo; sono paradossi apparenti e apparente è anche, a ben vedere, la stessa irrazionalità in cui si articolano i corpi di sicurezza. Sono molti, moltissimi anzi, i corpi con una divisa indosso (più e non meno degli altri paesi europei; e gigantesco risulta essere anche il costo totale dell’intera complessa articolazione. Questi 387.000 corpi con la divisa (e naturalmente si mantiene la discriminazione di genere quanto a stipendi e carriera) presentano un rapporto di notevole rilevanza rispetto alla popolazione complessiva: ben 645 ogni 100.000 abitanti, oltre il doppio dei tedeschi (302) e assai più perfino della monarchica Spagna (527). Per giunta le statistiche riportate nel testo mostrano una diminuzione dei reati accertati e contestati, e, sfatando un luogo comune, questa diminuzione si accompagna ad un contestuale incremento del numero di immigrati. Qui si blatera continuamente di nuove assunzioni di personale munito di manganello; il professor Ichino, così attento nel registrare gli esuberi di personale, dovrebbe invece sollecitare un licenziamento collettivo, per adeguare all’Europa  il numero delle divise e diminuire i costi che gravano pesantemente sul bilancio di stato! Eppure questa gran ressa di militi non riesce a scalfire l’onda lunga inarrestabile del caporalato, dei migranti utilizzati non solo a raccogliere pomodori nelle campagne meridionali, ma soprattutto nella costruzione di grandi opere o nella gestione dei cantieri organizzati dalla grande industria, grazie ad una ragnatela di imprese capitanate da impuniti che impongono paghe da fame e si guardano bene dal versare i contributi. Questa è una breve recensione e non resta che rinviare al testo; difficile se non impossibile rendere appieno la ricchezza di dati, numeri, fatti che riempiono le pagine di questo libro. Quel che emerge chiaro è il venir meno della sempre più sottile separazione fra il territorio dei diritti e il territorio delle prevaricazioni in danno dei più deboli, in una nebbia che non consente di cogliere appieno il confine fra ciò che è illegale (anzi: intollerabile) e ciò che invece è (anzi, ahimè, dovrebbe essere) consentito (o almeno accettabile). La polizia e l’insieme delle polizie si collocano dentro la nebbia; contribuiscono a creare paura, timore e terrore, per poi intervenire come unica difesa di chi però accetti preventivamente l’ordine. La legalità si fonda sull’illegalità; e l’illegalità si nutre di incertezza circa quel che si può e quel che non si può fare. Il moderno dispotismo affida ai poliziotti il ruolo di arbitri; loro decidono se un comportamento vada ignorato (il che equivale a tollerato, autorizzato, legittimato) o sanzionato (il che equivale a criminalizzato, punito anche con violenza se necessaria). Come sempre avviene in ogni società caratterizzata dal dispotismo il diritto si incorpora nell’autorità e questa non è sottoposta alla legge, ma è legge essa stessa.

A ben vedere tutto questo era già nella genesi. In Francia la Sureté fu fondata nel 1812 da Eugen Francois Vidocq (1775-1857). Costui, dopo il suo primo omicidio a 14 anni, si arruolò nell’esercito rivoluzionario, combattendo a Valmy. Ma alla carriera militare preferì subito quella di ladro, truffatore, rapinatore e assassino; più volte venne arrestato e altrettante riuscì ad evadere, anche in modo clamoroso. Nel 1806, compiuti i 30 anni e seguace ante litteram di Jerry Rubin, divenne delatore e spia consentendo ai gendarmi di catturare numerosissimi suoi ex colleghi criminali. Grazie ai meriti acquisiti sul campo venne nominato, nel 1811, capo della Suretè che possiamo anzi considerare istituzione da lui fondata. La struttura creata da Vidocq era costituita in gran parte da criminali di ogni sorta; anche il suo successore, Coco Lecour, veniva dalla malavita. Ritiratosi nel 1827, dopo 16 anni di comando, questo sbirro straordinario diede alle stampe un volume di successo: Memoires de Vidocq, chef de la police de Sureté jusq’uè 1827, aujord’hui proprietaire et fabricant de papier a Saint-Maude . In realtà andò a guadagnare molto costituendo la prima polizia privata capace di fornire sorveglianza e informazioni alle imprese commerciali. La mano del fondatore la vediamo ancora ben presente sia nella polizia italiana sia nella polizia francese; il suo esempio dovrebbe essere la guida e la fiaccola per i poliziotti della caserma di Piacenza descritti da Turi e un simbolo per i funzionari autori delle torture e dei massacri, in Genova, nel 2001, alla scuola Diaz.

Questo articolo è stato pubblicato da Effimera il 3 marzo 2021

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