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Verso un nuovo otto marzo di lotta

Non una di meno: “Rilanciare lo sciopero anche in luoghi dove finora non è mai stato organizzato”. Assemblea donne del Coordinamento Migranti: “Come hanno dimostrato le operaie migranti di Yoox, anche nelle condizioni più difficili è possibile trovare il coraggio di far sentire la propria rabbia insieme”.

Per il quinto anno consecutivo, per l’otto marzo viene proclamato lo sciopero femminista e transfemminista, per la seconda volta cade nel pieno della pandemia Covid-19. A livello nazionale, Non una di meno ha chiesto nei giorni scorsi a tutti i sindacati “di aderire allo sciopero generale del prossimo 8 marzo 2021 garantendo la copertura sindacale alle lavoratrici e ai lavoratori che vorranno astenersi dal lavoro”, indicendo “lo sciopero per l’intera giornata e per tutti i comparti del settore pubblico e privato”, sostenendolo sui posti di lavoro e nei territori.

Se ne parlerà domani sera alle 18, in un’iniziativa online di Non Una di Meno Bologna, che “invita tutte, tuttu e tutti alla presentazione online e alla discussione del Manifesto dello Sciopero essenziale lanciato dal network East – Essential Autonomous Struggles Transnational. East è nato la scorsa primavera per connettere le lotte di donne, migranti, persone Lgbt*qia+, lavoratrici e lavoratori che, nell’Europa Centro-Orientale e non solo, nel corso della pandemia si sono ribellate contro la violenza e il razzismo e contro le condizioni di vita e lavoro imposte a chi svolge, in cambio di un salario o gratuitamente, lavori considerati ‘essenziali’. Rilanciando il processo dello sciopero dell’8 marzo anche in luoghi dove finora non è mai stato organizzato, il manifesto scommette sulla possibilità di rovesciare l’oppressione patriarcale e razzista affermando una forza collettiva”.

“Facciamo un lavoro essenziale – è l’estratto del manifesto riportato da Nudm – eppure ci troviamo in condizioni miserabili: il nostro lavoro è sottopagato e sottovalutato; siamo sovraccariche di lavoro o senza lavoro; siamo costrette a vivere in luoghi sovraffollati e a rinnovare continuamente i nostri permessi di soggiorno. Affrontiamo una lotta quotidiana contro la violenza maschile, a casa e sul posto di lavoro. Siamo stufe di queste condizioni di violenza e sfruttamento e ci rifiutiamo di rimanere in silenzio! L’8 marzo chiamiamo tutti coloro che lottano contro la violenza capitalista, patriarcale e razzista a unirsi al nostro sciopero! Con il nostro sciopero essenziale vogliamo dimostrare che le nostre vite e le nostre lotte sono essenziali!”.

Prosegue Non Una di Meno: “Il Manifesto dello Sciopero Essenziale è stato tradotto in 17 lingue e ha raccolto decine di firme di collettivi, sindacati, centri antiviolenza, dalla Turchia all’Ungheria, dalla Polonia alla Romania. Lo sciopero femminista e transfemminista si muove attraverso i confini e vive nelle lotte! Per restituire la forza transnazionale di questo movimento nel percorso di costruzione dell’8 marzo, vi invitiamo a discuterne insieme a due attiviste di East e della piattaforma dello Sciopero Sociale Transnazionale: Kalina Drenska, del collettivo LevFem (Bulgaria) e Sopo Japaridze, del sindacato Solidarity Network (Georgia). La presentazione e la discussione si terranno in italiano – con una traduzione simultanea per le compagne di East e dei loro interventi – e si svolgeranno sulla piattaforma Zoom e in diretta Fb. Chiunque voglia partecipare può avere il link scrivendo a nonunadimeno.bologna@gmail.com”

Chiama alla mobilitazione anche l’assemblea donne del Coordinamento migranti: “In questi mesi abbiamo dato voce alle lotte essenziali delle migranti. Lotte che hanno mostrato che non è possibile sconfiggere sfruttamento e patriarcato senza combattere insieme contro il razzismo. Gli scioperi delle donne migranti che stiamo alimentando e sostenendo da mesi, assieme alle operaie della Yoox e non solo, sono l’essenza dello sciopero femminista. Lottare contro uno sfruttamento che si fa più intenso e violento quando si dipende da un permesso di soggiorno, quando si hanno figlie e figli nati qui che non sono cittadini, lottare contro un maschilismo che è legittimato dal fatto che siamo migranti e perciò costrette ad accettare salari e contratti che arricchiscono solo i padroni e ci espongono alla violenza, lottare contro un razzismo che ci colpisce di più in quanto donne, che ci fa dipendere dai documenti dei mariti, che ci costringe nel lavoro domestico e di cura o ai turni assurdi delle fabbriche o in campagna, che ci fa pesare il colore della nostra pelle. Tutto questo significa portare avanti una lotta che riguarda tutte le donne, migranti e non, e che combatte lo sfruttamento di tutte e tutti. Quest’anno, l’8 marzo arriva in un contesto diverso dai precedenti. In tutto il mondo il movimento globale delle donne è stato costretto a ripensarsi. Nuovi percorsi transnazionali di lotta si sono rafforzati proprio per far fronte a quegli spazi che la pandemia sta chiudendo e per rispondere all’offensiva dei governi che ne stanno approfittando. Lo sciopero femminista di quest’anno deve far esplodere questa forza e deve essere uno sciopero essenziale e transnazionale, che metta al centro le nostre vite come donne e come migranti e le nostre lotte contro sfruttamento, patriarcato e razzismo, perché attorno alla violenza di questo intreccio si gioca per tutte e tutti la possibilità di ottenere la libertà che vogliamo. Solo se il nostro femminismo parte da queste lotte potrà rispondere alle sfide che abbiamo davanti. Solo partendo dal senso politico di queste lotte i movimenti e i sindacati possono essere uno strumento di potenziamento”.

Prosegue il post sul blog del coordinamento: “L’8 marzo la battaglia contro il razzismo non può essere soltanto una parte tra le tante della mobilitazione femminista, perché proprio il razzismo patriarcale sarà un pilastro centrale nella fase di ‘ricostruzione’. Il Family Act progettato dal governo per garantire la conciliazione tra lavoro e maternità, così come l’inclusione selettiva e gerarchica delle donne nel mercato del lavoro escluderà la maggior parte delle migranti. Per ottenere l’“assegno unico per il figlio”, infatti, bisognerà avere un contratto di lavoro di almeno 2 anni o la carta di soggiorno. Sono criteri da tempo impossibili, ancor più durante la pandemia. La maggior parte delle migranti escluse dall’assegno unico dovrà perciò lavorare il doppio per vivere e garantire un futuro ai propri figli e figlie. Magari lavorerà in cambio di un salario come babysitter per altre madri che otterranno l’assegno unico previsto dal Family Act. E in tutti i casi saranno proprio i loro figli e le loro figlie a pagare un prezzo altissimo. Altre misure di questo tipo si preannunciano ovunque, come se i sacrifici che ci sono stati imposti finora non fossero abbastanza: i bonus e il reddito che non abbiamo ricevuto, la sanatoria estiva che ha di fatto stabilito che per le migranti l’unica conciliazione prevista è quella tra lavoro salariato, lavoro domestico malpagato e lavoro di cura gratuito. Lo dimostrano le “misure sanitarie anti-Covid” utilizzate come scusa per imporre turni impossibili, aumentare il carico di lavoro riducendo le pause e diminuire il salario cancellando i buoni pasto. Dopo 11 mesi, la maggior parte di noi sta facendo nel migliore dei casi un doppio lavoro, perché con la scusa del Covid-19 son stati imposti part-time arbitrari o perché la cassa integrazione, quando arriva, non basta neanche per fare la spesa, figurarsi pagare gli affitti. E allora un secondo lavoro, spesso in nero, è un obbligo e non un’alternativa. Come è un obbligo che questi secondi lavori, specie quando siamo migranti, siano quelli della badante o della domestica. Il lavoro ‘da donne’ e ‘da straniere’ non passa mai di moda e la regolarizzazione di alcune non ha certo risolto il problema di tutte. D’altra parte, è una lezione che cercano di darci già a scuola, dove le gerarchie razziste e di classe sono riaffermate ancora più duramente con la pandemia. Se la lotta contro la violenza patriarcale non si schiera contro il razzismo istituzionale che amplifica lo sfruttamento delle donne migranti, la libertà per cui lottiamo non potrà mai essere davvero collettiva. Come ha dimostrato lo sciopero delle operaie migranti di Yoox, è possibile trovare il coraggio di lottare anche nelle condizioni più difficili e far sentire la propria rabbia insieme, come dovrà essere l’8M”.

Questo articolo è stato pubblicato su Zic il 18 febbraio 2021

Foto di Michele Lapini

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