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Breve storia di una devastazione

Il testo qui presentato è parte di un più ampio progetto di scrittura sulla categoria politico-retorica di Emilia Rossa presentata da Togliatti nel corso di un suo intervento a Reggio Emilia, nell’immediato Dopoguerra

 

Romilia

Ho trovato, in un file rimasto assopito sul fondo del mio computer, alcuni documenti che risalgono al 2007. Sono dichiarazioni di consiglieri provinciali, sindaci, assessori e dirigenti di partito. Hanno un unico comune denominatore: il destino di un anonimo lembo di pianura stretto fra due torrenti, il Quaderna e il Gaiana, in un territorio a est di Bologna, in un comune all’epoca retto da una maggioranza ulivista eletta con percentuali bulgare.

Ripercorro anche la lunga requisitoria della sindaca di allora, esponente dei Democratici di Sinistra, che si scaglia genericamente contro gli altri livelli amministrativi (la regione, la provincia), contro i “grandi silenzi politici” del suo stesso partito e contro quella da lei definita come la “sinistra radicale”, le forze comuniste e verdi, all’epoca rappresentate nelle assise comunali e provinciali.

Tutto ebbe inizio non molto tempo prima, quando un industriale bolognese, patron della squadra di calcio cittadina a capo di una cordata di capitani coraggiosi, identificò quello spazio -all’epoca composto in prevalenza da terreni agricoli di proprietà di una storica cooperativa del territorio- come il luogo sul quale far sorgere un massiccio insediamento commerciale e residenziale. Un insediamento di dimensioni enormi che avrebbe ospitato lo stadio del Bologna calcio, ben tre parchi di divertimento, centri commerciali, quartieri residenziali, campi da golf. Tutto sarebbe sorto dal nulla, in mezzo a dei campi coltivati a erba medica, a poca distanza da frazioni antiche e da lieux-dits di cui oramai si è perduta la memoria. Poco più a sud, un’anonima area industriale che sorge dal nulla, nel nulla della campagna, fra fossi e grandi argini. A nord, le case isolate e sparse dove nel Dopoguerra venivano mandati al confino capi e capetti di Cosa Nostra.

Nella narrazione del tempo, penetrata in appena poche settimane di battage propagandistico nell’immaginario di molti, quello spazio avrebbe rappresentato la risposta a tanti problemi che affliggevano (e in parte tuttora affliggono) questa particolare zona della ricca provincia bolognese; una zona più povera, desertificata dal punto di vista economico, priva di collegamenti e di servizi, abbandonata dalle politiche di pianificazione territoriale. Alla popolazione venivano presentati plastici e mappe che mostravano insediamenti magnifici e opulenti e si prometteva anche di realizzare infrastrutture attese da tempo: l’allargamento della strada provinciale 3 (quella intorno a cui Simona Vinci, proprio in quegli anni, scrisse il romanzo omonimo1) e il ripristino della linea ferroviaria fra Budrio e Massalombarda, la cosiddetta “Veneta”, dismessa quarant’anni prima dagli amministratori locali del Partito comunista.

Il progetto di Romilia, questo l’evocativo nome dell’insediamento, si sarebbe così venuto a realizzare in una parte della provincia prevalentemente agricola, impoverita, che lo sviluppo urbanistico degli anni precedenti aveva reso una successione di cittadine-dormitorio prive di servizi o di realtà produttive. Il maxi-investimento da 500 milioni di euro ( e da 300 ettari sottratti al terreno agricolo) fu così presentato dalla politica locale come un’imperdibile occasione, un’opportunità di sviluppo da non lasciar scappare per nessuna ragione. Romilia, nella narrazione di alcuni rappresentanti istituzionali, diventava l’ultima opportunità, un “treno da non perdere” e per il quale era addirittura stato creato un comitato trasversale che accoglieva esponenti della giunta e rappresentanti dell’opposizione di destra. Il progetto avrebbe portato, secondo le stime dell’amministrazione, oltre tremila posti di lavoro: un’argomentazione difficile da scalfire.

Inutile ricostruire in questa sede la vivacità del dibattito, le fiere e tenaci opposizioni da parte di esponenti della sinistra radicale e anche dei Ds, come il consigliere regionale Ugo Mazza. Il progetto fu in breve tempo cassato dalla Provincia, che non permise di derogare al Ptcp e che dunque costrinse l’industriale Alfredo Cazzola a rinunciare all’allettante progetto speculativo. Fu questo rifiuto, definitivo, a suscitare le ire della sindaca di allora, che come la maggioranza di cui era espressione, considerava il gran rifiuto della provincia come un attacco diretto al territorio di cui era rappresentante.

Questo dibattito si consumò in uno spazio ben preciso, la pianura emiliana già intensamente trasformata dall’evoluzione del paesaggio agrario avvenuta nel dopoguerra della riforma agraria2, da pratiche di sviluppo orientate sul modello capitalistico e neoliberale; un capitalismo diverso, “dal volto umano”, influenzato notevolmente dalle pratiche cooperative e mutualistiche che qui hanno trovato la loro più fulgida espressione e che hanno senza dubbio rappresentato una sacca di resistenza al dominio di palazzinari senza scrupoli. Ma nonostante la presenza di una cooperazione solida e di una crescente sensibilità, anche nel Pci, per le questioni ambientali, la trasformazione della pianura padana, in particolare del territorio boBreve storia di una devastazioneBreve storia di una devastazionelognese, si è manifestata sino a tempi più recenti, quando il paesaggio agrario è stato nuovamente deformato, con la costruzione di nuovi insediamenti e quartieri, con la trasformazione di vecchie case coloniche padronali in palazzine residenziali, con lo sviluppo di nuovi progetti di carattere produttivo (ad esempio, alcuni anni fa, con l’esplosione delle centrali di biogas o biomasse) o estrattivistico.

 

«R. torna poi sulla bocciatura di Romilia, che per il sindaco di M. in realtà rappresenta “una bocciatura per l’intero territorio, anche per il futuro: sono state dette cose molto pesanti” su M., accusa R.. In ogni caso, il primo cittadino non si arrende. “Continuerò a lavorare per dare a M. possibilità di sviluppo- afferma- continueremo a fare il possibile per attirare gli investitori”. Certo, aggiunge R., “non ci fermiamo ad aspettare”, anzi “mettiamo avanti quello che possiamo”. E alla Provincia di Bologna rinnova la richiesta “fare proposte concrete in tempi brevi” per Medicina, a partire dalla ferrovia Bologna-Massalombarda e l’area industriale di Fossatone. Infine rivela: “Con C. ci siamo sentiti subito dopo la conferenza stampa della presidente D. riferisce R.- e ci siamo scambiati il nostro rammarico e la nostra delusione” per il “no” a Romilia.»
(Agenzia Dire, 1 agosto 2007)

 

Cortesforza o Castel Guelfo

La storia di Romilia, che risale a circa quindici anni fa, non è certo un esempio isolato, pur essendo forse il più lampante e rappresentativo. Nella pianura bolognese, l’ideologia della crescita urbana e dello sviluppismo a tutti i costi ha lasciato ampie tracce, in particolare a partire dagli anni Novanta. Basterebbe osservare la crescita degli insediamenti residenziali di alcuni comuni della prima cintura bolognese, come pure di territori più lontani: Medicina, Ozzano, San Pietro in Casale, Budrio, San Giorgio di Piano. Qui si sono realizzati vasti insediamenti residenziali, nuovi quartieri, creati dal nulla, privi di servizi o di parchi, lontani dai luoghi di socializzazione e da centri storici sempre più agonizzanti con l’avvento della grande distribuzione organizzata.

Il paesaggio è sempre lo stesso, senza soluzione di continuità: strade, rotonde, edifici e palazzine di tre o quattro piani, in territori che lentamente si sono sfaldati. Sfaldati sotto un profilo insieme ambientale e sociale: si sono creati quartieri dormitorio anonimi e impersonali, resi attrattivi dai prezzi più abbordabili rispetto a quelli della grande città e dall’idea- frutto di un astuto marketing– della ricerca di una forma di tranquillità. Come nella Cortesforza di cui racconta Giorgio Falco in una sua raccolta di racconti3, anche questi luoghi diventano dei non-luoghi, in una pianura lottizzata dove si succedono piccole città, insediamenti commerciali e PMI, campi coltivati che, come su uno schermo, s’accampano d’improvviso al nostro sguardo di osservatori intenti a percorrere una delle strade provinciali che da Bologna conducono verso Nord o verso Est. In questi nuovi quartieri, in questi spazi anonimi tutti uguali, cangiano solo le sfumature dell’intonaco dei palazzi o delle villette dei geometri; si annulla, rarefacendosi progressivamente, lo spazio per i rapporti umani, per la socialità, per lo scambio. C’è chi non vede nemmeno il mondo intorno a casa propria, nel tornare la sera da lavoro, per poi scendere direttamente nei garage e infine risalire dal seminterrato o dalla tavernetta.

 

Lei la mattina esce con il bambino, va ai giardinetti comunali di Cortesforza, incontra le altre madri, ormai si conoscono tutte, si chiamano per nome come le studentesse del primo anno, quando si sforzano di diventare amiche. Lei siede su una delle panchine e aspetta il turno per parlare del proprio figlio. Lui non ha rapporti con gli abitanti di Cortesforza. Riconosce appena le auto dei vicini e le associa ai numeri civici, la nuova posizione lavorativa lo assorbe, torna stanco e fatica ad ascoltarla, lei racconta vicende degli abitanti di Cortesforza. Non ti interessa sapere cosa succede nel posto dove vivi?

(Giorgio Falco, L’Ubicazione del bene, Einaudi)

In questa pianura sfaldata, stressata sotto il profilo dell’equilibrio idro-geologico, dove conurbazioni e quartieri residenziali si alternano con impressionante velocità agli svincoli autostradali e a qualche lembo di campagna, tra anni Novanta e Duemila, sino alla crisi finanziaria, la politica locale ha quasi del tutto abdicato al proprio ruolo, dipendendo dalle scelte dei costruttori che hanno indirizzato la pianificazione urbanistica di questi territori, anche approfittando della pratica ampiamente utilizzata degli accordi di programma, che trasformavano gli oneri di urbanizzazione in investimenti infrastrutturali realizzati direttamente dalle imprese costruttrici. L’uso di queste pratiche amministrative ha determinato le politiche degli enti locali per molti anni, rappresentando uno strumento intorno al quale si sono definiti i bilanci locali e la programmazione politica dei comuni.

Gli accordi di programma hanno rappresentato, per comuni penalizzati in termini fiscali ed economici, una forma di sopravvivenza che ha consentito a molti territori di effettuare investimenti significativi, ma allo stesso modo hanno generato un’invasione di cemento in molte realtà della regione, in particolare nella provincia di Bologna, dove sono stati utilizzati con una certa frequenza da parte della amministrazioni di centro-sinistra. Un insediamento altrettanto rappresentativo di questa tendenza è quello in prossimità della località di Poggio Piccolo, nel comune di Castel Guelfo (Bologna), dove a metà degli anni 2000 si è realizzato un ampio outlet, circondato di altre realtà commerciali e produttive. Nel corso degli anni, infatti, si è potuto assistere ad una vera e propria stratificazione di nuovi insediamenti, unita all’ampiamento dello stesso outlet e alla realizzazione di nuovi spazi dedicati prevalentemente ad accogliere attività commerciali, che si sono estese a macchia d’olio cementificando tutta l’area a ridosso del casello dell’autostrada adriatica.

In questo continuum di capannoni, negozi e palazzine, su cui svettano le torri fintamente medievali dello stesso outlet, non esiste altro che non sia ascrivibile alla categoria del “produttivo”. Non sono stati creati, in sede di progettazione, spazi di carattere culturale o associativo; non vi sono luoghi per la socialità, né tantomeno parchi o aree verdi. Ci si può accontentare di qualche albero asmatico, sul margine di un parcheggio o di uno svincolo stradale. Si può anche osservare con un po’ di pietà l’ufficio turistico territoriale, giacere semivuoto fra una profumeria e un negozio di calzature.

Perché solo le pratiche figlie del capitale sembrano trovare spazio in questi nuovi insediamenti: non vi è spazio per altre possibilità, altri spazi, altre narrazioni. Ci si potrebbe, tuttavia, fermare ad osservare il passaggio delle persone che attraversano queste vasti superfici commerciali, in un fine settimana simile a tanti altri, a ridosso delle vacanze di Natale. Lo fa Annie Ernaux, in uno suo testo che non è stato tradotto in italiano4 :

 

Arrivo all’inizio del pomeriggio alle Trois-Fontaines. Coda nel parcheggio. Sin dall’entrata sono colpita dalla popolazione diversa dagli altri giorni, più coppie e famiglie, spesso con dei bambini; più donne con un foulard tra i capelli. Atmosfera evidente di effervescenza e di spesa – o di desiderio di spesa -, moltiplicata dalla grande affluenza. Come una specie di Grande Approvvigionamento. I carrelli straripano. La “magia di Natale” è significata ovunque. Delle ghirlande scendono in una pioggia d’argento sopra le scale mobili e le travi. In questo periodo diresti che il centro commerciali rassomiglia più che mai a una cattedrale gotica.

 

Amazon sulle risaie

Gli spazi come l’outlet cui si faceva riferimento, ma pure i numerosi centri commerciali, anche di medie dimensioni, che sono sorti in paesi o piccole città, sono identificati, nella narrazione agita da parte dei rappresentati della politica locale come grandi opportunità di crescita e di lavoro, soprattutto per le giovani generazioni. L’attrattività commerciale, nell’ideologia di uno sviluppismo acritico completamente piegato ai meccanismi del capitale è il paradigma di molte delle scelte politiche effettuate nel territorio emiliano negli ultimi decenni. Questo ha portato, in prima istanza, ad una frequente desertificazione dei centri storici e delle attività commerciali presenti, già danneggiati dalle “gallerie” commerciali costruite in precedenza.

Ma pure a interrogarci su una seconda questione, più marcatamente politico-sindacale, che resta ancora oggi quasi completamente fuori dal dibattito e dalla discussione: la creazione di posti di lavoro, che viene considerata come l’unico parametro per giudicare la bontà di un progetto, è già di per sé una questione altamente problematica. Infatti l’ignoranza politica e sociologica (nei casi in cui non si tratti di vera e propria malizia interessata) di molti amministratori ha portato a creare realtà di questo tipo – come outlet o sempre più spesso poli della logistica- senza alcun tipo di sorveglianza politica sulle modalità di somministrazione del lavoro e senza che si ottenessero contropartite sufficienti rispetto alle tutele dei lavoratori coinvolti in tali progetti, come hanno mostrato alcune recenti mobilitazioni avvenute nel cuore logistico dell’Emilia orientale, il Centergross di Funo di Argelato5. Rileggendo i documenti su Romilia, la “sinistra radicale”, nelle assemblee in cui era rappresentata, si interrogava già a quei tempi sulle condizioni dei lavoratori, in particolare dei lavoratori dell’edilizia, che sarebbe stata la prima categoria ad essere interessata da un’opera di quelle dimensioni.

In realtà, il problema del lavoro non concerne solamente lo sviluppo urbanistico, ma è una ferita aperta in tutta l’Emilia-Romagna, dove occorrerebbe studiare e approfondire la questione del lavoro povero, soprattutto nel settore primario (penso alla frutticultura) nel settore terziario (dalla riviera degli stagionali sino al comparto della logistica e della ristorazione).

È comunque rilevante notare come questi investimenti massicci e invasivi per la vita delle comunità in cui si sono realizzati abbiano effettivamente portato posti di lavoro e una qualche forma di “sviluppo”, anzi, per riprendere il titolo di un testo magistrale di Giulio Sapelli su Pier Paolo Pasolini, una forma di “modernizzazione senza sviluppo6”. Si sono create nuove cubature (in molti casi di bassa qualità), si sono creati nuovi posti di lavoro (anche in questi casi di bassa o bassissima qualità): questo è tutto quello che conta, perché la locomotiva non può fermarsi nemmeno per un millimetro, fermarsi a respirare, a riflettere, a capire quale modello antropologico e di civiltà del lavoro si sta diffondendo.

 

Gli ultimi 5 anni alla guida dell’Emilia-Romagna sono stati anni densi, impegnativi e ricchi di risultati importanti. L’Emilia-Romagna è oggi la locomotiva del Paese, tra le regioni più virtuose in Italia e in Europa sotto tanti punti di vista. Ma c’è ancora molto da fare. È ora di consolidare il lavoro fatto insieme e imprimere un’ulteriore accelerazione che porti l’Emilia-Romagna nel futuro. È ora di fare #UnPassoAvanti.

(dal sito internet personale dell’attuale presidente dell’Emilia Romagna)

Sarà utile notare come la ripresa economica non è combaciata con una trasformazione o un cambiamento sostanziale delle pratiche di programmazione e di sviluppo del territorio, come mostrano alcune testimonianze recenti, almeno in provincia di Bologna. È interessante notare come tutto questo sia accaduto e accada in una regione, l’Emilia-Romagna, che ha approvato una legge regionale sul consumo di suolo da più parti considerata come stringente e presentata come “rivoluzionaria” da parte degli stessi amministratori regionali. Il problema è che la norma permette delle deroghe e nelle sue maglie larghe trova spazio anche la possibilità di realizzare nuovi insediamenti di carattere produttivo, progetti di dimensioni notevoli che hanno sollevato alcuni dubbi significativi.

La regione e il suo personale politico si trovano divisi fra l’esigenza di un certo rigore nell’affrontare la questione dell’ambiente e del consumo di suolo (una presa di coscienza piuttosto tardiva e, davvero non si capisce, quando effettivamente frutto di un cambio di mentalità) e la retorica che in questi anni è stata resa egemone intorno al modello emiliano, o meglio un ritorno in chiave tardo-capitalistica del “modello emiliano” di togliattiana memoria: l’idea che la regione sia diversa, anche antropologicamente7, e che rappresenti una “locomotiva d’Italia” dove l’economia regge gli urti della globalizzazione e la de-industrializzazione.

La risposta a chi cerca di opporsi (nel caso emiliano sempre con pratiche non violente né particolarmente “rumorose”) ad ampi progetti di carattere produttivo rischiosi per l’equilibrio ambientale e, in generale, territoriale, è molto scivolosa e spesso si sostanzia in malcelate accuse di nimbismo o di disfattismo. Questo è ad esempio avvenuto in occasione della realizzazione del vasto progetto di Fico, nella periferia bolognese, realtà che malgrado i toni trionfalistici naviga in acque poco rassicuranti, preparandosi a una complessiva ristrutturazione aziendale che cela nelle proprie pieghe una profonda sofferenza economica per quella che anche molti urbanisti hanno definito come una “cattedrale nel deserto”.

 

L’Amministrazione Pubblica ha reagito in tempi rapidissimi, neppure negli USA avremmo potuto immaginare tempistiche così strette. In fondo trovare una destinazione e un senso a uno dei sei milioni di edifici inutilizzati in Italia, di cui due milioni di proprietà statale, è una cosa molto sensata e anche vantaggiosa per chi la ‘presta’: il Comune ci può solo guadagnare. Ed è ciò che è accaduto con il Caab felsineo. Qui si affronta il tema del cibo in modo banale, ma originale: lo si affronta dall’inizio. Siamo andati all’estero, ebbene adesso è ora di creare infrastrutture in Italia e cercare di raddoppiare l’esportazione arrivando a 100 milioni di euro, bisogna pensare in grande.

(Oscar Farinetti, in occasione della inaugurazione di Fico, fabbrica italiana contadina)

L’esempio più significativo riguarda, tuttavia, il dibattito che si sta consumando intorno all’insediamento produttivo di Altedo, nel territorio comunale di Malalbergo. Il progetto prevede di realizzare un polo logistico che andrà a coprire almeno cinquanta ettari di terreni agricoli, dove sopravvivano alcune delle ultime risaie della pianura bolognese. In termini di pianificazione urbanistica, il nuovo polo logisitco di Altedo rappresenta una proposta estrema, addirittura più ampia- per il peso della cementificazione sul territorio- del progetto di Romilia. Oltre a questo, il progetto si realizzerebbe in un territorio non servito da collegamenti ferroviari, aumentando notevolmente il traffico veicolare di automezzi pesanti, in palese opposizione con i principi del Pums provinciale, il cui obiettivo primario è proprio la riduzione del traffico veicolare. Sotto il profilo ambientale, il progetto di Altedo sarebbe altamente inquinante e invasivo e aumenterebbe il rischio di dissesto idro-geologico (in un’area già sotto stress, come visto negli ultimi anni).

Questi elementi, raccolti in maniera rigorosa dalle associazioni ambientaliste che si battono contro il progetto e spiegati in maniera più estesa dal giornalista Alessandro Canella8, non sono sufficienti a far desistere la politica locale- anch’essa ambientalista, almeno sulla carta- nei suoi progetti di sviluppo economico.

La sindaca del comune interessato, espressione del centrosinistra, ha risposto in maniera piccata ai rilievi che sono stati posti alle ultime scelte della sua amministrazione, utilizzando un’unica argomentazione possibile: il polo logistico di Altedo, nel comune da lei amministrato, porterà con sé oltre 1500 posti di lavoro. Si tratta di un’argomentazione davvero difficile da decostruire o da smontare, perché il polo verrà creato in un territorio quasi totalmente privo di attrattività economica, peraltro in un contesto di crisi economica globale.

 

Le ultime risaie rimaste sono al di là dell’autostrada e non dove deve sorgere il polo logistico. Questo progetto porta 1.500 posti di lavoro. Leggere di persone che snobbano l’occupazione perché hanno la pancia piena, la casa calda e i soldi, inizia ad indignarmi e offendermi. Sono figlia di operai e so cosa vuol dire mettere in tavola le alette di pollo anziché le fiorentine. Il polo non è una centrale nucleare, né una discarica ma un’opportunità di crescita per tutto il territorio. Con questo intervento saranno fatte opere pubbliche per migliorare una viabilità in crisi da 20 anni. Saranno creati nuovi collegamenti di trasporto pubblico, ma tanto non va bene nemmeno questo per chi non conosce questa zona e non vuole capire che l’inquinamento legato alle macchine che girano nelle nostre strade è il 90% del problema. Verranno piantati centinaia di alberi, ma anche questo non va bene perché è una “forestazione antropica”.

(Dal profilo facebook della sindaca, gennaio 2021)

La regione ha definito il progetto di Altedo come “non prioritario”, pur non essendo contraria a priori alla realizzazione del polo logistico. Entro la fine del 2021, un altro comune dell’Emilia, Spilamberto, in provincia di Modena, accoglierà un polo di Amazon. La contropartita è rappresentata dalla creazione di ben 200 posti di lavoro in un comune di circa quindicimila abitanti.

 

Tramonto

Nella cittadella regionale troneggia un quadro di Aldo Borgonzoni, pittore impegnato, vicino al Pci bolognese nell’immediato dopoguerra. La pittura rappresenta il “tramonto del mondo contadino” in atto negli anni del boom economico, caratterizzati, per il bolognese, dall’abbandono delle campagne e dal trasferimento verso le città, centro del potere economico. In questa pittura ad olio, realizzata alla fine degli anni Ottanta, il pittore rappresenta il passaggio dalla campagna alla città, le evoluzioni e le trasformazioni sociali che caratterizzano anche la pianura padana nelle Trenta Gloriose.

Il tramontare progressivo del mondo contadino, rappresentato anche da grandi fotografi come Enrico Pasquali, è stato un avvenimento naturale, a cui occorre guardare senza alcuna forma di dolore o di nostalgia.

Altrettanto inutile sarebbe il passatismo, l’evocazione di un ricordo sbiadito, da ragazzo della Via Gluck. Sarà forse più utile, quasi necessario, studiare gli errori compiuti nel corso dei decenni, la devastazione di cui ho cercato di fornire un breve spaccato in questo testo e confrontarli con il perdurare della medesima retorica sviluppistica, quella della “grande locomotiva” che non può fermarsi. Una retorica che si è autoalimentata, espandendosi, acquistando una potenza e dimensioni sempre maggiori, senza che nessuno abbia in alcun modo cercato di proporre una narrazione diversa, o una prospettiva politica divergente, più rispettosa dell’ambiente e della civiltà del lavoro, orientata dalla politica locale e non dal potere economico.

La locomotiva resta pur sempre una delle regioni più cementificate e inquinate d’Europa. Questo è un dato di fatto. Anzi, un dato incontrovertibile come gli splendidi dati econometrici o quelli sulla qualità delle cure sanitarie che durante la scorsa campagna elettorale per le regionali veniva quotidianamente presentati dai candidati del centrosinistra.

Ripercorro i comunicati, le dichiarazioni; scandaglio i profili facebook e gli articoli di giornale; mi rendo conto di come a mancare non sia una scuola di partito né tantomeno una basilare formazione di carattere amministrativo, giacché gli amministratori locali, sulla carta, sono sempre più formati, hanno seguito i corsi dell’Anci e i migliori master proposti dall’università neoliberale. Non manca nemmeno una prospettiva politica, come ho pensato per molto tempo. Questa prospettiva esiste già ed è quella neoliberale, con quale elemento “socialista” quando può servire.

Si potrebbe facilmente dire che la devastazione risieda nell’incapacità, da parte degli amministratori locali e delle forze della sinistra di governo, di costruire una programmazione politica indipendente dal modello capitalista e neoliberale. La classe dirigente locale emiliana, piuttosto, si è mostrata asservita a questo preciso modello di sviluppo, rivelandosi incapace di proporne un altro. La decantata alterità non rappresenta che una costruzione retorica, un racconto utile da utilizzare per tratteggiare i contorni di un’epica regionale da utilizzare quando è necessario.

Ma l’ignoranza è prevalentemente antropologica e sociologica e poi, in una prospettiva più ampia, è ignoranza del paesaggio, del territorio, della sua evoluzione in un quadro storico.

Si tratta di un’eredità di cui resteranno tracce irreparabili proprio perché impossibili da cancellare. Di Romilia resta solo un ricordo obliquo, lontanissimo, grazie al rigore manifestato da alcuni rappresentanti politici. Non è stato così in altri casi. E difficilmente può esserlo in una regione che si vuole presentare come una locomotiva proiettata verso la crescita economica a tutti i costi.

 

La città si traveste, diventa vetrina di un modello di urbanizzazione che passa attraverso le immagini e la rappresentazione simbolica della propria capacità di competizione. L’attrattività diventa l’imperativo di politiche di marketing che poco si curano della strutturazione geografica degli insiemi territoriali e puntano a generare visioni edulcorate in cui non c’è spazio per le contraddizioni e frammentazioni che connotano invece i sistemi insediativi e che ora esplodono nella crisi. Una città […] che ingloba le campagne, travolge i paesaggi rurali e dove non li cementifica, li piega a mera dimensione scenografica. Una logica mercantile che dagli scaffali degli showroom si travasa nel corpo urbano e nella natura stessa della città, la cui ragion d’essere non sono più i cittadini ma i consumatori. Un processo di urbanizzazione che sottende un cambiamento radicale rispetto all’organizzazione territoriale della modernità fordista, l’etica, le regole, le finalità sociali, la filosofia che ne stava alla base9.

Resistono alcune tracce del passato, loro malgrado. Solo le torri fintamente medievali di un outlet, un toponimo resistito all’abisso degli anni che riaffiora nel nome di un nuovo insediamento industriale o commerciale; qualche monumento sbrecciato nel cuore di centri storici sempre più abbandonati.

Mentre agli uomini e alle donne del futuro questo tempo ancora dominato dal capitale e dalle sue leggi non avrà offerto nemmeno delle belle rovine.

 

Note

1 Simona Vinci, Strada provinciale numero tre, Torino, Einaudi, 2007

2 Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Einaudi, Torino, 1961.

3 Giorgio Falco L’ubicazione del bene, Torino, Einaudi, 2009.

4 Annie Ernaux, Regarde les lumières mon amour, Paris, Seuil, 2014.

5 Ultimo esempio :https://www.fanpage.it/attualita/vogliamo-essere-lavoratrici-e-madri-la-protesta-delle-operaie-yoox-di-bologna/

6 Giulio Sapelli, Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, Milano, Bruno Mondadori, 2005

7 Scrive, molto saggiamente, la storica Gabriella Gribaudi, La memoria, i traumi, la storia, Roma, Viella, 2020: “In Emilia nel 2012 a crollare furono soprattutto i capannoni industriali che non erano stati costruiti a norma, furono infatti soprattutto gli operai a morire sotto le macerie. Ma il fatto che quelle costruzioni non fossero state erette nel modo migliore e soprattutto secondo regole etiche non intaccava gli stereotipi positivi che dominavano e dominano tuttora l’immagine degli emiliani” e, in riferimento a un articolo che sottolineava la diversità antropologica delle genti d’Emilia, ribadisce: “In questo caso l’allusione implicita è a un altro stereotipo: quello delle genti del Sud che piangono e si autocommiserano, contrapposto all’orgoglio e alla fattività degli emiliani, vera e propria categoria applicata a una popolazione.”

8 https://www.radiocittafujiko.it/cemento-sullultima-risaia-il-polo-logistico-di-altedo/

9 Paola Bonora, “Consumo di suolo e collasso delle politiche territoriali” in Quaderni del territorio, 2012.

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