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Matteo d’Arabia

Una buona notizia, con i tempi che corrono, è merce rara. Eppure è arrivata, in piena pandemia sanitaria, politica e sociale: il ministero degli esteri italiano, accogliendo la risoluzione del Parlamento presentata da due deputate (M5S e Pd), ha bloccato la vendita all’Arabia Saudita e agli Emirati arabi di 12.700 bombe da aereo e missili, cancellando la licenza alla fornitura concessa nel 2016 dal governo guidato, pensate un po’, da Matteo Renzi. La ragione del blocco è semplice e incontestabile: quegli ordigni, costruiti a Domusnovas in Sardegna dalla ditta tedesca Rwm (la Germania non può vendere armi ai paesi belligeranti. Non direttamente), vengono utilizzati nella guerra civile in Yemen provocando stragi tra la popolazione. Crimini di guerra e violazione dei diritti umani. Persino il nuovo corso statunitense ha lanciato segnali nella stessa direzione.

I diritti umani l’Arabia saudita li viola non solo in trasferta, cioè in Yemen, ma anche in casa propria. Ai danni delle donne, e questo è risaputo. Ma siccome del lavoro non importa più niente a gran parte della politica e del mainstream mediatico, si sa meno della violazione dei diritti di chi lavora. Dato che a fare i lavori manuali, quelli più pesanti, sono gli immigrati soprattutto asiatici, sono loro le vittime della monarchia assoluta saudita. 250 euro lordi al mese, un sesto del guadagno di un saudita doc. Iper-sfruttamento, condizioni di lavoro e di vita orribili, libertà violate, uso non metaforico della frusta, come testimoniano numerose inchieste internazionali.

Ma allora, che cos’è l’Arabia Saudita? “La culla del nuovo Rinascimento”, parola di Matteo Renzi, stimato professore nella scuola d’innovazione del principe ereditario Mohammed bin Salman, il think tank del fondo sovrano saudita. Aggiunge il Matteo d’Arabia: “Sono geloso del vostro costo del lavoro”. Per qualche lezione nell’arco dell’anno il nostro incassa 80 mila dollari, quanto (al lordo) 25-30 operai asiatici in un anno di sfruttamento nei cantieri edili di Riad. E’ riconoscente al principe ereditario, il piccolo principe di Rignano, e si rivolge con affetto e reverenza al mandante dell’assassinio del giornalista del Washington Post Jamal Khassoggi con parole di zucchero: “E’ un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammed bin Salman”. Punto.

Matteo d’Arabia ha aperto la crisi politica in un momento drammatico per il paese riducendo la politica all’immobilismo, bloccando il varo del Recovery fund e l’utilizzo dei 209 miliardi europei, i ristori alle fasce sociali più colpite dalla pandemia, in piena campagna vaccinale e spiega al colto e all’inclita di voler andare avanti “perché me lo chiede il Paese”. Va così avanti che arriva fino a Riad per osannare il grande principe, caracollato da palazzo Madama al palazzo reale saudita con un jet privato della fondazione saudita per un appuntamento epocale che chi se ne intende chiama “la Davos del deserto”.

È altrimenti chiamato “il rottamatore”: di uomini (Prodi, Bersani, D’Alema), governi (Letta), idee (di sinistra), diritti (articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) e di nuovo governi (Conte 2); solo una mossa, la più importante, non gli è riuscita, la rottamazione della Costituzione, bloccata da un plebiscito di no. Forse pensava già all’Arabia saudita quando diceva: se non passa il referendum su di me, me ne vado, lascio la politica. O forse pensava a uno strapuntino sul jet della Nato. Ma poi, il Paese gliel’ha chiesto e così lui va avanti, a tutta birra (si fa per dire, a Riad non si può bere né quella bionda né quella rossa). Adesso è lui stesso a svelare il mistero di Riad: vola nel deserto per invidia del basso costo del lavoro, pensava di aver dato il massimo contro i diritti del lavoro con il jobs act e invece ha scoperto che il grande principe, frusta in mano, è più bravo di lui.

La decisione di bloccare la vendita di armi ai bombaroli di Riad è stato uno degli ultimi atti del Conte 2, ma è diventata operativa successivamente alla sua caduta per mano di Renzi. Coincidenze, naturalmente. Dentro la crisi drammatica che attraversa l’Italia in molti, anche nel Pd, si domandano: si può fare un nuovo governo senza Renzi? La domanda andrebbe rovesciata: si può fare un governo insieme a Renzi?

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