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Il caso Tik Tok e la coercizione democratica

La terribile vicenda della giovanissima ragazza palermitana morta per un gioco estremo propagato dalla piattaforma on line Tik Tok costituisce un punto di svolta. Una rottura epistemologica, direbbe qualche filosofo. Il discorso sui limiti della e nella rete, rimasto per troppi anni un esercizio retorico, diventa ora un problema serissimo. Non si può immaginare di rinviare, sopire, troncare, a mo’ dell’eterno conte zio.

Una proposta. Si istituisca una sorta di patentino digitale, come quello richiesto per condurre i ciclomotori, ad esempio. E, come ha deciso il Garante dei dati personali, per l’intanto il social in questione rimanga bloccato. Un patentino significa aprire la strada alla trasparenza della nostra identità digitale, in un’età in cui è quest’ultima a prevalere su quella analogica. Ciò non significa violare la privacy, perché – ovviamente- la tenuta di un apposito registro deve rimanere un atto riservato con le sanzioni del caso. Ed è ammissibile, a scanso di potenziali ritorsioni in ambienti autoritari, il ricorso a pseudonimi o nickname, sempre che i nomi reali siano a loro volta ben custoditi.

Nessuno potrà restituire la vita ad Antonella Sicomero, venuta meno per una delle gare assurde che attirano soprattutto gli adolescenti. Ma simili pratiche orripilanti sono la forza d’urto dei social in un mercato cui guardano con crescente interessi gli investitori pubblicitari. Tra l’altro, gli spot nell’area digitale hanno superato il livello della vecchia televisione generalista. Insomma, la morte di una ragazza ha un ulteriore retrogusto amaro, l’essere una sequenza di un mortifero trend di arricchimento.

I casi drammatici non si contano. Basti ricordare la valanga di insulti cui fu sottoposta l’infermiera dell’ospedale romano Spallanzani Claudia Alivernini, la prima persona ad usufruire del vaccino anti Covid. E poi, mutatis mutandis, la triste storia del revenge porn e dell’hate speech. Non esula da tale tipologia il clamoroso caso di Patrick Zaki, accusato per aver postato dei testi da lui mai riconosciuti come suoi.

Oggi, nel giorno della memoria, si rende a maggior ragione cruciale intervenire, anche per le inquietanti folate di negazionismi nei riguardi dell’olocausto, o di rigurgiti neo-fascisti, o di spiriti razzisti. Non si parte da zero. Prima del Garante per la tutela dei dati personali si era mossa l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che aveva varato il regolamento 157/19 sull’odio in rete, rimasto una pur nobile dichiarazione di principi. Così come altre carte volte alla tutela degli utenti, a cominciare dai minori. Ma si tratta di atti o di comitati privi di conseguenze pratiche.

Ora serve, finalmente, un salto. Fino ad immaginare forme di coercizione democratica. Non sono leciti vuoti normativi, in un universo assai lontano dall’età dell’innocenza di Internet. Da luogo votato all’esercizio delle libertà, si è entrati in una selva oscura. È proprio il caso di dire. La componente cosiddetta dark della rete è nettamente superiore al livello noto e trasparente. Gli oligarchi – gli Over The Top– sono ormai delle vere e proprie meta-nazioni, altro che G20.

Uno spiraglio è offerto dalla nuova proposta del regolamento europeo Digital services act, che all’articolo 20 stabilisce la sospensione da parte delle piattaforme dei contenuti manifestamente illegali. Almeno per il periodo necessario per gli accertamenti. Del resto, in una situazione come l’attuale le piattaforme non possono invocare l’assenza di vigilanza su ciò che transita con il loro supporto tecnico. Tra l’essere ignari postini e il divenire editori a tutti gli effetti, c’è un ampio tertium genus da definire con una creativa cura giuridica.

Del resto, il diritto va rinnovato nell’era digitale, senza inutili conservatorismi. Si facciano confronti, si costruiscano tavoli, si scelga innanzitutto il dialogo. Tuttavia, si passi dalla teoria alla prassi. La tragedia è immanente. La velocità evolutiva di tecniche sospinte dall’intelligenza artificiale porta con sé il rischio concreto di una situazione fuori controllo. Dall’anarco-liberismo urge passare ad un approccio autenticamente riformista.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto il 27 gennaio 2021

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