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Funerale di un povero

“Non c’è niente di più triste del funerale di un povero. Perché il povero comincia a essere sepolto in vita”.

Negli ultimi tre mesi a Roma sono morte dieci persone che vivevano per strada. Uno di loro si chiamava Mario, aveva 58 anni e da quaranta viveva nei dintorni di Termini. La sera del 5 gennaio aveva cercato riparo dal freddo nell’androne di un albergo vicino alla stazione. Lo hanno trovato morto la mattina dopo.

“La tragedia suprema del povero è che nemmeno la morte sfugge alla vita”.

Mario era nato a Roma il 5 febbraio 1962. I genitori avevano avuto tre figli, tutti maschi, e poi si erano separati. La famiglia era implosa e lui era finito per strada.

“Non c’è niente di più brutale che non avere per sé neanche lo spazio della morte. Dopo una vita senza un posto, non avere un posto per morire. Dopo una vita senza mai aver posseduto niente, non possedere nemmeno i sette palmi di terreno della morte”.

A Roma almeno tremila persone dormono per strada e migliaia di altre vivono in condizioni precarie. I posti offerti dalla Caritas e da altre associazioni sono 1.700. Quelli messi a disposizione dal comune con il cosiddetto Piano freddo sono circa 700. Succede ogni anno: arriva l’inverno e l’amministrazione ne resta sorpresa. Nei corridoi del Campidoglio la chiamano emergenza così è più facile sottrarsi alla programmazione, a interventi strutturali, alle responsabilità.

“Non c’è niente di più triste del funerale di un povero, perché non c’è niente di peggio che morire gratis”.

Il pomeriggio del 5 gennaio Mario è andato a trovare un amico con cui aveva vissuto a lungo per strada e che poi è riuscito ad affittare una stanza vicino Termini. Si è medicato le caviglie distrutte dal diabete e poi gli ha detto che se ne sarebbe andato. Faceva freddo, l’amico ha provato a farlo restare, ma lui non ha voluto. Ha raggiunto il suo angolo in via Marghera e si è addormentato. Nella notte le temperature si sono abbassate fino ai quattro gradi e il cuore gli si è fermato. È quello che succede quando si muore di freddo.

“È necessario comprendere che la differenza maggiore tra la morte del povero e quella del ricco non è la solitudine del primo e la folla che accompagna l’altro, l’assenza di fiori del primo e lo sfarzo dell’altro, il legno scadente della bara del primo e il cedro dell’altro. Non è nemmeno la velocità del primo funerale e la lentezza del secondo”.

Sabato 23 gennaio la comunità di Sant’Egidio ha organizzato il funerale di Mario nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Era mattina presto e fuori infuriava una tempesta affilata dal vento e dal gelo. La pioggia batteva sulle vetrate della chiesa e rompeva i silenzi tra una preghiera e l’altra. Per via del covid-19, una cinquantina di persone si sono fatte un cenno con gli occhi quando il prete ha detto di scambiarsi un segno di pace. Alcuni si conoscevano, altri no, certi avevano vissuto in strada con Mario, molti lo avevano incrociato da volontari. Tutti si sono raccolti attorno alla sua bara liscia e semplice per un ultimo saluto, poi lo hanno accompagnato fuori. Davanti alla basilica c’era l’auto che l’avrebbe portato al cimitero di Prima Porta, dove non ci sarebbe stato più nessuno ad aspettarlo e dove l’avrebbero seppellito appena smesso di piovere.

“La differenza maggiore è che il funerale del povero è triste più per la sua vita che per la sua morte”.

Le citazioni sono tratte da “Funerale di povero”, un articolo scritto dalla giornalista brasiliana Eliane Brum contenuto in Le vite che nessuno vede (Sellerio 2020).

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 25 gennaio 2021

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