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Se una notte d’inverno la cultura…

Se la Cultura, come istanza, come priorità di comunità, come progetto identitario, viene accantonata dall’agenda politica e ricondotta ad una semplice(sic!) e certamente dolorosa questione di sostegni economici emergenziali, cosa si può mettere in campo per reagire con forza alla aporia di senso e, oserei dire al deficit di Democrazia che ne consegue?

Da una zona ad un’altra, in questo complicato scacchiere a color di semaforo, certo è che, se il Pensiero per fortuna non si mette in pausa, ogni moto espressivo pubblico, soprattutto collettivo viene inibito in una sorta di gigantesca rimozione antropologica che desta sconcerto prima, nuove forme di attenzionamento poi, infine un certo quasi rassegnato spaesamento persino nei più ferventi operatori per lo spettacolo dal vivo.

Dopo quasi un anno di esperienza pandemica possiamo dire che se si affinano e consolidano e si rendono in qualche modo più popolari e accessibili processi di conoscenza e avvicinamento nei confronti di grandi artisti anche di nicchia da un lato,si crea parallelamente un grande repertorio pubblico e open, persino sulle piattaforme più generaliste, d’altro canto vero è che preoccupa l’assenza di prospettive produttive sul nuovo, l’assenza di uno scambio corale di caratura internazionale che solo i festivals in presenza possono garantire, la voce della testimonianza viva e del dissenso, il luogo comune dove le storie e le opinioni si snodano, si rappresentano e mettono a valore, superando cosi i concetti di spettacolo e intrattenimento.

In altre parole viene a mancarci, con tutte le possibili lodevoli eccezioni del caso di cui vi ho ampiamente raccontato in questi lunghi sofferti mesi, l’Agorà.

In questo contesto non potevamo tralasciare di fare una bella chiacchierata sullo stato delle cose con la figura di curatrice e organizzatrice, che più volte segnalata e anche riconosciuta ai massimi livelli della categoria nei prestigiosi premi UBU, ha fatto della piazza la metafora più alta ed efficace di una operazione di rinnovamento identitario sui territori. Una pratica che ricompone e ricuce le nostre aree metropolitane da tempo, da cinque stagioni almeno, ben prima che l’emergenza sanitaria ponesse anche la questione della relazione tra aree geografiche e sociali in modo cosi ultimativo e riproponesse ancora in modo drammatico e inusitato il tema dei confini.

Ci stiamo riferendo naturalmente ad Elena di Gioia, artefice della stagione Agorà nelle località della Pianura Est valorizzate in tutte le loro pieghe più nascoste da questa acuta e ispirata redattrice di mappe dell’Arte e della creazione. Nelle vesti di coraggiosa produttrice Elena è stata anche un’operatrice che ha dimostrato possibile la cosa in questo momento più difficile:stare dentro le cose del Presente, accettando i limiti e insieme il dinamismo della situazione, che tale è in realtà sotto le spoglie dello stallo . Un fermento emotivo esistenziale che vibra tra le nostre piazze fisicamente deserte e le finestre delle nostre case- Fortezza Bastiani, rese vigili come occhi spalancati dalla luce calda di quella bella lampada che hai fatto bene a mettere li, proprio li, come recita l’azione corsara dei Kepler ai tempi del coprifuoco di cui Di gioia è stata recentemente artefice.

Voglio cominciare con Elena il mio discorso proprio da questo punto preciso, perché di solito, quando si vuol fare un complimento a chi si assume il rischio di una visione, si dice che sia lungimirante. In questo caso specifico, quello intendo, suggerito dall’agenda Covid, l’urgenza a me sembra, quella di uscire da un loop altalenante di nostalgie temporis acti e proiezioni più o meno distopiche o sbilanciate sul futuro, per affrontare invece un opaco lento presente in cui niente di risolutivo sembra accadere.

Insomma, chissà che il vero vedere lungo e avanti, non sia quello che nasce proprio da chi sceglie di immergersi in tutte le contraddizioni del presente con timore certo, ma senza paura paralizzante nello stesso tempo, scegliendo di affrontare anche ciò che non si può comprendere e prevedere appieno in ogni risvolto.

Di Gioia mi conferma che stare dentro una scelta di produzione “nuova” è stato il modo, la chiave per stare fino al collo nella materialità del momento in un’ottica di sfida da raccogliere e superamento .

Ce ne sono state altre di modalità interessanti, come ad esempio quella delle Albe di Ravenna, che hanno scelto di suddividere il loro contributo statale in maniera in tutto solidaristica con piccole e molto meno conosciute realtà di artisti e teatranti anche singoli che non godono di sponde ufficiali.

Se tutti compissero gesti simili, si attuerebbe una grande rivoluzione, ma la cosa veramente importante, una volta assodato e assorbito il fatto, vulnus ovviamente tremendo, che i teatri continuano ad essere chiusi e lo saranno ancora per un po’, se tutti, specialmente addetti ai lavori, responsabili di istituzioni culturali, si ponessero la domanda di come effettivamente sostenere gli artisti e far si che possano esprimersi, non solo sopravvivere ed essere appunto dentro le cose come è loro natura, allora si che si attuerebbe un profondo e importante cambiamento di paradigma. Scegliere di sporcarsi le mani e stare dentro un pensiero attuale, non di tendenza, non di mainstream, ma semplicemente di realtà, significa scegliere di provare a fare le cose e dunque produrre, per esempio

Significa non vivere il discorso dei sussidi e ristori in un’ottica di conservazione e risparmio o di pezza emergenziale, bensì, in un’ottica di supporto e ove possibile rilancio. Si tratta della stessa differenza che esiste tra vedere, anche osservare e invece, posare lo sguardo, che presuppone sempre l’assunzione di responsabilità di chi sceglie una opzione di punto di vista. Insomma il teatro è fatto per questo, non per stare comodo fra i velluti, ma per lavorare sempre,come anche per esempio il teatro Metasasio di Prato, pur chiuso, sta tentando di fare.

Questo perché si lavora in una logica artistica, espressiva, realizzativa, di libertà emotiva e di pensiero e in una logica di sostegno agli artisti, prima di tutto. Che significa non solo dare una sponda economica, ma preservare una identità professionale.

Non pensi esista un problema di eticità e di linguaggi che in qualche modo in questo momento viaggiano in parallelo evidenziando momenti di grande vulnerabilità culturale?

Certamente l’appannamento dei valori morali è quanto di meno dignitoso ci tocchi di affrontare in questa fase ed è spesso trasversale a schieramenti e dichiarazioni di intenti più o meno di senso comune.

Naturalmente è accompagnato ad un impoverimento del linguaggio o ad una sua banalizzazione retorica, come ad esempio la vulgata sulle nuove tecnologie come se fossero un sistema di comodo già chiuso e impacchettato e analizzato una per tutte, quando invece sono un territorio da attraversare e tutto in movimento, non solo da fruire passivamente o in modo emergenziale, ma da capire in senso scrittorio e in senso ricettivo eppoi da piegare ai propri contenuti.

L’esempio di tutte le nostre ultime produzioni di Kepler da giugno in avanti fino ad ora, è abbastanza esemplificativo in questo senso, perché realmente si è seguita l’evoluzione degli accadimenti anche nel senso dell’approfondimento e della ricerca sui linguaggi, il tutto accompagnato ad una sfida di grande purezza morale:partire dalla propria condizione di artista e /o di precario, spesso categorie coincidenti ed esemplificate dalla figura emblematica del rider, figure calate comunque in un contesto politico e sociale ben definito, per raccontare senza infingimenti e senza prosopopea l’universalità della solitudine e riconoscerla anche nella vita dei luoghi e degli oggetti.

Per fare questo c’è stato un gran lavoro come sai, non solo in senso materiale per approntare microfoni e telecamere, ma anche per scrivere in modo diverso. Oggi abbiamo bisogno del fatto che anche grandi istituzioni culturali sentano il bisogno far lavorare giovani promettenti artisti su questo esercizio di nuove forme espressive che potrebbe essere alla fine un bene, sempre che non si lasci indietro nessuno. Il rischio da evitare è che ognuno si rassegni a cercare di salvarsi da solo, replicando attitudini talvolta tipiche anche dei tempi migliori. Solidarietà ed fuoriuscita dai cliché, dovrebbero essere opzioni-guida in questo momento. Sempre il fortunato esempio di Coprifuoco, ci ha fatto cogliere una dimensione di possibile allargamento della pratica e fruizione teatrale in senso inclusivo e democratico:inutile girarci intorno, nel bene o nel male, la possibilità di collegarsi gratuitamente o a cifre accessibili da ovunque, allarga gli intrecci interessanti tra artisti, cosiddetto pubblico e addetti ai lavori. Siamo stati seguiti da critici, operatori e giornalisti come mai prima in questa avventura e si è potuta collegare gente da varie parti d’Italia, magari non cosi attrezzata con gli spazi culturali da seguire le novità teatrali. Questa è una cosa che allarga il cuore anche in momenti cosi complicati …

Un altro grande protagonista nel modo-mondo operativo di Liberty e naturalmente delle stagioni di Agorà, è il comparto degli amministratori locali con i quali naturalmente l’intesa è grande perché, semplicemente, è loro consapevolezza che l’Unione dei territori, al di là delle definizioni e dinamiche politico-amministrative passa attraverso la creazione di un senso di comunità che solo i momenti aggregativi e partecipativi possono dare. Ed il teatro nel corso di questi cinque anni di stagioni ha dimostrato di poter essere un addensante di contenuti ed un collante di cittadinanza non da poco.

Certamente, riflette Digioia, in questo momento, la pervasività globale della pandemia e l’apertura data dalle tecnologie comunicative, fanno debordare Agorà dai suoi stessi confini geografici, ma questo non deve essere interpretato come una perdita di centralità o di messa a valore:anzi.

Sarà proprio a partire da una lettura diversa, altra, inusuale, inaspettata, della eterna dialettica centro-periferia, piccolo-grande, locale-globale, che le cose potranno andare avanti.

Il patrimonio di esperienze sempre di più sarà patrimonio comune in senso molto più ampio di quanto si sia potuto immaginare fin qui e se ci mancheranno certe esperienze di rassegne e festival che costituivano una straordinaria occasione di confronto, questo non significa che non ci possa essere una qualche forma di scambio internazionale, come la recente esperienza di Atlas of transitions, aggiungo io, sembra indicarci.

Tuttavia, sarà fondante dare fiducia alla dimensione giovane o anche semplicemente minoritaria, a produzioni agili, alla potenza del racconto e della scrittura più che dell’allestimento, alla moltiplicazione dei luoghi del teatro, nelle città, nelle periferie, nei borghi, fuori dai teatri in senso stretto.

E non si sta ovviamente parlando solo di piccoli gruppi contingentati di spettatori, ma anche di costruire alleanze produttive con altri soggetti territoriali che a modo loro fanno cultura, aggregazione, spettacolo e che oggi sono fortemente penalizzati da queste vicende emergenziali. Come ad esempio ARCi, con cui già si è istituita una partnership per coprifuoco.

Per intanto, attendendo una migliore stagione in tutti i sensi, Agorà non lascia da sola nessuna delle categorie che abbiamo citato nel corso della nostra chiacchierata, cominciando dall’impegno ad onorare i contratti per le rappresentazioni in programma, posticipandole, senza cancellarle per il futuro, a costo di lavorare un po’ a singhiozzo, ma a ciclo continuo, come già avvenuto quest’anno, rinunciando in pratica alle ferie, per rappresentare ovunque si potesse non appena si potesse.

Infine, last but not least, si prosegue con quanto già seminato, in questo caso una sperimentazione bellissima che ha caratterizzato la prima parte della stagione in modo del tutto originale, in quanto richiesta partita da Digioia stessa ad alcuni dei migliori talenti di attori autori teatrali del nostro territorio, per esprimere un pensiero, una fantasia, una suggestione, germinati direttamente dalla nostra situazione di cattività e costrizione di un oggi impensato, inimmaginabile addirittura per molti aspetti, fino allo sconcerto. Stiamo ovviamente parlando di La parola soffiata, recitativo per voce sola e sola voce, che si diffonde alla domenica sera, come premonizione, monito, speranza, consolazione, elaborazione dai microfoni a turno, da ognuna delle sale comunali degli otto comuni dell’Unione Reno Galliera, riportando il rapporto individuo comunità, lontananza fisica e vicinanza dell’ascolto, solitudine e solidarietà ad una essenza intima, confidente, ma non confidenziale e dunque pubblica. Domenica 17 gennaio tocca alla perizia ispirata di Angela Malfitano, straordinaria attrice, formatrice, pedagoga teatrale che ci consegnerà, dal palazzo comunale di Castello d’Argile,una sua personale visione del concetto di magia, forgiato sulla pratica dell’incontro con maestri e maestre di vita e teatro, ripercorrendo carriera personale e percorsi intellettuali imprescindibili . Un ascolto dunque scelto, meditato, di tipo radiofonico e nello stesso tempo non semplicemente imperniato sulla voce, ma concentrato su di essa,grazie al collegamento on air, magari in cuffia, nell’emozione di essere ancora una volta in tanti dietro quella luce calda proprio quella della lampada che abbiamo fatto bene a mettere li, ognuno nella propria stanza, un po’ meno stavolta solitaria e abitata per contro da un vortice di reminiscenze e pensieri che cedono in parte il loro copyright per farsi voce comune.

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