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“Quella di Bologna fu una strage di Stato. Nar compromessi coi servizi segreti. I depistaggi sono stati la regola da piazza Fontana a Ustica”

Nelle oltre duemila pagine con le quali motivano la condanna all’ergastolo di Cavallini i giudici della corte d’Assise ricostruiscono tutti i dettagli sulla bomba del 2 agosto del 1980: “Strage buona per tutte le piste pur di negare responsabilità dei neri, servizi e istituzioni. Nell’80 la P2 al massimo del suo fulgore, venuta meno la possibilità del compromesso storico le mancava solo il botto risolutivo. Depistaggi? Prova che esiste deep State”. I giudici chiedono d’indagare per falsa testimonianza e reticenza gli ex Nar Fioravanti e Ciavardini e l’ex generale dei carabinieri.

Il “terrore” “per essere davvero totale, dirompente e inarginabile deve provenire da una mano invisibile“. La riflessione di Michele Leoni, presidente della Corte d’assise di Bologna che ormai un anno fa condannò Gilberto Cavallini all’ergastolo, arriva a pagina 2073 delle motivazioni della sentenza sul processo all’ex Nar alla sbarra con l’accusa di essere di quarto uomo nella mattanza del 2 agosto 1980, quando una bomba sventrò la stazione e lasciò tra le macerie e nella polvere 85 vite perse e 200 feriti. Per Leoni, giudice estensore del verdetto, il “dilemma” se la “strage di Bologna sia una strage ‘comune’ o ‘politica’ “non esiste”, in radice, “perché si è trattato di una strage politica, o, più esattamente di una strage di Stato“. Ed è una conclusione che per il magistrato arriva in maniera fluida e quasi spontanea con queste parole: “Lo si comprende in maniera già esaustiva e incontestabile dai depistaggi che vi sono stati, soprattutto quello consacrato nelle condanne definitive emesse a carico di Gelli, Musumeci, Belmonte, Pazienza (ossia uomini ai vertici delle istituzioni, o che le stavano metastatizzando con le loro consorterie, o che erano inviati speciali da paesi esteri). Queste persone – ragiona il giudice – non avrebbero avuto interesse a coprire e mandare impuniti quattro criminali che si divertivano a scatenare il panico nella popolazione e turbavano la convivenza sociale se in ballo non vi fosse stato anche il loro interesse. Nessuna logica può affermare il contrario“.

La “mano invisibile” del terrore – La procura generale di Bologna – che avocando un fascicolo destinato all’archiviazione – sta perseguendo il percorso che ha portato a chiedere il rinvio a giudizio per il possibile quinto uomo dell’attentato, Paolo Bellini, per chi è considerato complice del depistaggio, l’ex generale del Sisde Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, e per Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli a Roma, imputato per false informazioni al pm, troverà nelle parole messe nere su bianco una sorta di indicazione dell’orizzonte da esplorare in futuro nuovo processo. “Sia chi ha commesso una strage (come qualsiasi altro delitto) sia chi lo protegge, è a conoscenza delle ragioni per le quali la strage è stata fatta, e doveva essere fatta. Soprattutto – si legge nelle motivazioni – entrambi vogliono salvaguardare il fine della strage, ossia il terrore, che per essere davvero totale, dirompente e inarginabile deve provenire da una mano invisibile. Solo in questo modo si fa sentire la popolazione esposta su tutti i fronti, in balia di ogni cosa, senza coordinate, riferimenti, ripari sicuri, perché nessuno può individuare un nemico da cui difendersi”.

Il “compromesso storico” mancato e il “botto risolutivo” – Un nemico che era perfettamente inserito in un contesto storico, quello degli anni di piombo, dove la “prospettiva politica atlantista” la faceva da padrone e venuta meno la possibilità del compromesso storico portò avanti “il botto“. Un inquadramento non nuovo per lo stesso estensore che però viene descritto seguendo una struttura precisa. Può essere “raffigurato secondo uno schema geometrico costituito da tre concentrici – scrive il giudice – nel minore e nel più interno di essi si inquadra l’attività (ideativa e organizzativa) delle cellule operavano sul piano materiale, a cui a volte l’esecuzioni di stragi e attentati veniva appaltata. Immediatamente sopra a questo, quale cerchio intermedio, si collocano l’attività e il moto globale dell’eversione di stampo terroristico volta al sovvertimento dell’ordine istituzionale tramite una strategia del terrore indiscriminata. Il terzo cerchio, quello più estremo, si identifica nella cornice piduista, intimamente integrata in una prospettiva politica atlantista la quale coltivava e strumentalizzava le attività eversive e terroristiche a fini di consolidamento e occupazione del potere”. E le prove raccolte nel processo – durato quasi due anni – tutte le “prospettazioni giudiziarie” “depongono per una interpretazione dei fatti univoca. In quell’estate del 1980 la P2 era al suo massimo fulgore. Venuta meno la possibilità del compromesso storico (che in prospettiva avrebbe aperto finalmente la strada di una democrazia dell’alternanza, invisa anche al blocco sovietico) le mancava solo il ‘botto’ risolutivo, nell’interesse proprio e di altri”.

Tutte le piste straniere per negare la responsabilità dei terroristi neri – Dopo iniziò la girandola vorticosa di depistaggi e l’inserimento di piste straniere: quella tedesca, quella libanese, spagnola, la monegasca (pista Ciolini), la libica e naturalmente quella palestinese la più famosa (archiviata nel 2015 dopo 9 anni di indagine, ndr) che la difesa dell’imputato Cavallini ha cercato di riportare nel processo. Il giudice ricorda che è “stato gettato un amo anche per una pista israeliana, troppo impegnativa però perché potesse essere accolta da qualcuno. Resta invece il fatto che quella di Bologna è stata una strage buona per tutte le piste, varie, eterogenee, tutte fungibili come pezzi di ricambio, per nulla imparentata l’una con l’altra, salvo che per un comune intento: negare la responsabilità di terroristi di destra italiani, servizi segreti italiani e istituzioni italiane, e dirottare tutto su imprecisate, fantomatiche e fantasiose organizzazioni estere, o su governi esteri che a loro volta reclutavano imprecisati e fantomatici mercenari. Anche questo non è senza significato. Ma è anche drammatico perché rivela come, da più parti, ma congiuntamente si sia sempre operato sistematicamente per nascondere la verità. Quella della strage di Bologna resta una vicenda costellata da una stupefacente convergenza di falsità e depistaggi, che dura tutt’ora”.

La galassia di destra “melting pot” con “identità condivisa” – Ma qual era il vero volto di questi terroristi? Per la Corte d’Assise la “destra radicale ed eversiva non era un insieme di sigle separate e fra loro indipendenti, ma un insieme di componenti che fra loro interagivano e cooperavano attraverso la compartecipazione e l’osmosi, all’insegna di un disegno comune. Ciò era caratteristico, anzitutto, delle due formazioni, i Nar e Terza Posizione, che maggiormente riscuotevano l’adesione delle nuove leve, i giovani e giovanissimi che attratti dal miraggio di combattere, anche in maniera cruenta, la società borghese e giungere a una rivoluzione
antitetica a quella perseguita dagli estremisti di sinistra”. Una visione che ha portato la procura generale di Bologna ha ipotizzarlo nella tranche d’inchiesta che riguarda i mandanti della strage.

“Nar e Terza Posizione non erano entità così distinte, divergenti, separate, concorrenziali anche dal punto di vista ideologico, come da più parti si è voluto far credere. Al contrario, vi erano punti di contatto, sovrapposizioni, compenetrazioni, sinergie, che, peraltro, come si vedrà dal complesso delle dichiarazioni raccolte, erano assai ampie e travalicavano non solo gli ambiti dichiarati di queste due entità, ma si proiettavano addirittura su tutta la destra eversiva, la quale ben poteva considerarsi una sorta di melting pot in cui tutte le componenti si riconoscevano in un’identità condivisa”, si legge nelle motivazioni. Un panorama quindi variegato in qualche mondo ma unito nell’identità e anche nei rapporti con i servizi segreti, da cui certamente non erano esclusi i Nar. “Non si capisce come mai – si legge in un altro capitolo del verdetto – nel variegato panorama del terrorismo di destra, Tuti, Concutelli, Delle Chiaie, Graziani, Massagrande, i vari capi di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, Fachini, nonché Fiore e Adinolfi, fossero tutti compromessi con i Servizi e con altri poteri dello Stato, e solo i Nar (Cavallini compreso) facessero eccezione”. I giudici escludono quindi che i Nar “fossero gli unici portatori di una verginità di intenti”. “Vi sono molti elementi per affermare che i Nar erano vicendevolmente integrati con personaggi e organizzazioni della stessa estrazione”. Inoltre, “una miriade di dichiarazioni depongono per una radicata compromissione fra terrorismo, P2, e Servizi segreti”.

“Cavallini poteva essere processato 38 anni prima” – il E Cavallini “era tutt’altro che uno ‘spontaneista’ confinato in una cellula terroristica autonoma. Nonostante la sua maniacale riservatezza il suo nome è comparso in molti scenari, direttamente e/o incidentalmente. Risulta chiaro che Cavallini, con i suoi ‘collegamenti, era pienamente consapevole dei disegni eversivi che coinvolgevano il terrorismo e le istituzioni deviate”. La corte boccia la parte di imputazione con il termine “spontaneista” che ha impedito un verdetto di colpevolezza per strage politica. Una visione “che riconduce tutto alla dimensione autarchica di 4 amici al bar che volevano cambiare il mondo (con le bombe, ma anche con il solito corteo di coperture e depistaggi) lascia perplessi, anche perché non si sa attraverso quale percorso istruttorio e/o processuale si sia approdati a ciò”. Senza dimenticare che Cavallini avrebbe potuto essere processato molto prima. Il giudice cita una lettera di Valerio Fioravanti (sulla cui posizione e responsabilità insieme Francesca Mambro vengono dedicate moltissime pagine, ndr) scriveva: “Prendi ad esempio la strage di Bologna: perché io e Francesca ci siamo dentro e non ci sono i vari Cavallini, che pure vivevano con noi?”. Ecco per il presidente estensore Leoni “il fatto che il contributo agevolatore fosse integrato anche dalla semplice ospitalità concessa all’attentatore (che poteva dirsi pacifico anche solo in base a questo scambio confidenziale) era di immediata percezione anche per il profano. Ben trentotto anni fa”.

Dall’omicidio di Mario Amato a quello di Piersanti Mattarella. Il testamento di Falcone – Nell’enorme mole atti, verbali, sentenza analizzati e studiati dai giudici entrano anche quelli riguardanti l’omicidio del giudice Mario Amato – trucidato a Roma il 23 giugno del 1980 dai Nar – e quello del presidente della Regione Piersanti Mattarella, ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980 dalla mafia. Nel caso del magistrato la corte parla di “un altro chiaro esempio della strategia, e della necessità, di sopprimere chiunque si stesse avvicinando a verità troppo “scomode”. La toga era titolare delle inchieste sul terrorismo nero e i giudici intravedono in quella intuizione di una unitarietà criminale una vicinanza fortissima con Giovanni Falcone. Di Mattarella – a cui si dedicano oltre 100 pagine – si parla di come con la sua politica fosse il “più accreditato promotore di un nuovo “compromesso storico”, nel solco tracciato da Aldo Moro” e si avanza l’ipotesi del “ricorso a killers estranei a Cosa Nostra, provenienti da altre organizzazioni criminali, che avrebbe aperto la strada a concrete collaborazioni con l’antistato”.La corte quindi un verbale di audizione di Falcone della seduta del 3 novembre 1988 della Commissione Parlamentare Antimafia: “Il problema di maggiore complessità per quanto riguarda l’omicidio Mattarella deriva dall’esistenza di indizi a carico anche di esponenti della destra eversiva quali Valerio Fioravanti. Posso dirla con estrema chiarezza perché risulta anche da dichiarazioni dibattimentali tali da parte di Cristiano Fioravanti che ha accusato il fratello, di avergli detto di essere stato lui stesso, insieme con Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella. È quindi un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se e in quale misura ‘la pista nera’ sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani. Ci sono stati grossi problemi di prudenza in relazione a procedimenti in corso presso altre giurisdizioni, quale ad esempio il processo per la strage di Bologna in citi per parecchi punti la materia è coincidente. Ci sono collegamenti e coincidenze anche con il processo per la strage del treno Napoli- Firenze-Bologna che è attualmente al dibattimento, collegamenti che risalgono a certi passaggi del ‘golpe Borghese‘, di cui possiamo parlare perché se ne è già parlato nel dibattimento, in cui sicuramente era coinvolta la mafia siciliana. Ciò risulta dalle dichiarazioni convergenti, anche se inconsapevoli, di Buscetta, di Liggio di Calderone. Ci sono inoltre collegamenti con la presenza di Sindona, sono tutti fatti noti. Questi elementi comportano per l’omicidio Mattarella, se non si vorrà gestire burocraticamente questo processo, la necessità di una indagine molto approfondita che peraltro stiamo svolgendo e che prevediamo non si possa esaurire in tempi brevi”. La corte ricorda che “quella sull’omicidio Mattarella fu l’ultima indagine di rilievo condotta da Giovanni Falcone. Poco dopo fu delegittimato. Poi venne ucciso. Le sue tesi si persero. La sua vicenda ricorda l’Ulisse dantesco che giunse in vista del Purgatorio“.I legali dei familiari delle vittime: “Atto di monumentale importanza” – La sentenza su Gilberto Cavallini “rappresenta un atto di monumentale importanza che rende giustizia alle vittime e che dà spiegazioni logiche ed ampie a numerose questioni di fatto e di diritto. La strage di Bologna del 2 agosto 1980 è una strage fascista e di Stato – commentano gli avvocati Andrea Speranzoni e Roberto Nasci -. La sentenza ci mostra il volto del terrorismo nero, al servizio di quegli apparati dello Stato che sabotavano la democrazia dall’interno, mediante l’affiliazione alla loggia P2. Pagine importanti ci sono rispetto alla riunione riservatissima del 5 agosto 1980 a cui parteciparono numerosi ministri del governo dell’epoca, rispetto all’omicidio di Piersanti Mattarella e all’inquadramento del fenomeno del terrorismo nero nell’Italia di quegli anni e ai patti di potere che vi hanno fatto da sfondo e che ora stanno emergendo“. Per gli avvocati “franano, inoltre le piste internazionali e il giudice scrive che ‘la verita’ è che la pista palestinese si basa su elementi tecnico-processuali di una povertà assoluta. Non c’è nulla serio che la ‘sostenga e che nella pista palestinese non c’è nulla che possa assurgere alla dignità tecnico-processuale almeno di un indizio’. Infine “pienamente convincenti sono le pagine che spiegano la vicenda che toccò a Maria Fresu e che affronta gli effetti distruttivi e devastanti prodotti dall’attentato”. Sulle denunce nella parte finale della sentenza, dicono che ne terranno conto e ne riferiranno all’associazione dei familiari delle vittime, “per decidere se esercitare l’azione civile”. Che a questo punto può essere solo lo Stato.

“Depistaggi di organi dello Stato sono stati la regola, prova che esiste deep State” – “I depistaggi da parte di organi dello Stato sono stati la regola che ha contraddistinto tutte le più gravi stragi commesse nel nostro Paese dal 1969 al 1980 (Piazza Fontana, treno di Gioia Tauro, Questura di Milano, Piazza della Loggiatreno ItalicusUstica e stazione di Bologna), e questa è già la prova, in re ipsa, del fatto che agli autori andava accordata protezione da parte dello stesso Stato – si legge nelle motivazioni -. Si è quindi trattato di un disegno costante, unitario, ‘bloccato’ e prolungato nel tempo, segno inequivocabile di un rapporto di reciproca dipendenza fra formazioni criminali e apparati statuali, complici di una strategia concepita a livello alto. Molto alto. Alle stragi vanno aggiunti i vari colpi di Stato, tentati o minacciati (Piano Sologolpe Borghesegolpe Bianco), i tanti attentati a treni che potevano risolversi in altrettante stragi (da quelli ai treni della primavera e dell’agosto del 1969, all’attentato dell’aprile del 1973 al treno Torino Roma, ai due quasi dimenticati di Vaiano nel 1974, di Terontola del 1975, a quello di Silvi Marina nel 1974), l’esistenza di una entità segreta come la P2 che già aveva fagocitato una serie di vertici dello Stato e stava gradualmente ‘metastatizzando’ tutte le istituzioni del Paese, i rapporti fra terrorismo, mafia, e ‘ndrangheta. Non è certo un caso che strutture come ‘Gladio’ e ‘Anello’ siano rimaste totalmente occulte fino agli anni Novanta, e siano emerse solo dopo che lo scacchiere internazionale si è ‘sbloccato’. Che non si tratti, non si sia trattato di ‘spontaneismo’, lo si comprende anche alla luce di questi quasi quarant’anni trascorsi. Nulla è cambiato, ma tutto sopravvive. Vi sono ragioni personali per non confessare una strage, come vi sono ragioni ‘superiori’”. Il giudice va oltre e spiega che “tutti i depistaggi che hanno contraddistinto le stragi e i delitti eccellenti avvenuti in Italia costituiscono un’altra prova dell’esistenza in Italia del cosiddetto deep State, ossia un insieme di organismi militari, economici, politici, associativi, più o meno legali, dalla contiguità più o meno sommersa, e trasversali, che condizionano in modo occulto le strategie di potere, servendosi degli organi rappresentativi come schermo”.

“Indagare per falsa testimonianza Fioravanti, Mambro e Mori” – Nessuno dei condannati, né quelli in via definitiva – Fioravanti Mambro e Ciavardini – né Cavallini, ha mai ammesso la responsabilità di quella che resta una ferita ancora aperta, tra le tante, per l’Italia. Ma non solo è una vicenda destinata a tenere ancora impegnati gli uffici giudiziari, non solo perché l’11 gennaio riprenderà l’udienza preliminare per Paolo Bellini e gli altri imputati nel filone dei mandanti, ma perché l’Assise bolognese ha inviato gli atti ai pm perché indaghino ancora Fioravanti, Ciavardini, l’ex compagna di Cavallini Flavia Sbrojavacca, il generale Mario Mori e l’ex militante di Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra. E se è pur vero per i giudici per i protagonisti di queste storie che sono Storia, “le dinamiche e le ragioni del passato devono continuare a restare blindate”, non è detto che prima o poi non la verità imbocchi la strada giusta.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano l’8 gennaio 2021

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