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I colpi di stato nella società dello spettacolo

Abbiamo visto un tizio travestito da guerriero Sioux, con due corna sulla testa, e la faccia dipinta con i colori di guerra. Un altro si aggirava per i corridoi con la bandiera sudista, quella degli stati schiavisti che nel 1861 scatenarono la guerra di secessione americana. E un terzo era travestito da Batman. Tutto questo, però, non avveniva a Disneyland, capitale mondiale dello spettacolo, ma a Washington DC, capitale mondiale della democrazia. O almeno, così credevamo.

I leoni e le giraffe sarebbero stati troppo banali, lo squalo bianco lo avevamo visto tutti sul Discovery Channel e i clown non fanno ridere più nessuno. No, è la Washington di Trump il più grande spettacolo del mondo, una performance che fa impallidire il circo Barnum di un secolo fa, con il suo autentico Buffalo Bill, e il moderno Cirque du Soleil che incanta le folle di tutto il pianeta.

Poi, con il passare delle ore, si è capito che lo spettacolo comportava gas lacrimogeni, esplosivi, morti e feriti. E che l’assalto al Campidoglio, la sede del parlamento americano, era vero. La sessione che doveva ratificare il voto dei delegati dei 50 stati per il candidato democratico Joe Biden, una procedura esclusivamente notarile, è stata interrotta dall’irruzione dei sostenitori di Trump, che hanno cercato di impadronirsi dei documenti che attestavano la regolare elezione di Biden e bruciarli.

Un assalto che non aveva nulla di spontaneo: gli autobus erano arrivati da tutta l’America e lo stesso presidente aveva dato l’ordine di marciare lungo Pennsylvania Avenue, la strada che collega la Casa Bianca, in basso, con la sede del Congresso, in alto. Insomma, era un colpo di stato, diretto dal presidente in carica.

Le immagini, frammentarie, non si accordavano con l’idea mentale che abbiamo dei colpi di stato: ci vengono in mente carri armati nelle strade, militari che si impadroniscono della televisione, posti di blocco con le mitragliatrici. Ieri, invece, abbiamo visto bizzarri personaggi che si facevano i selfie nell’ufficio dello Speaker della Camera Nancy Pelosi oppure si affrettavano verso l’uscita con un leggìo come souvenir del saccheggio. In mezzo a loro, giornalisti che fotografavano, poliziotti senza manganelli e funzionari con la mascherina che restavano al loro posto.

La società dello spettacolo ci ha abituato a ogni sorpresa, a serie televisive in cui si susseguono i colpi di scena ma ci ha anche anestetizzato rispetto alla dimensione violenta del potere. Per quattro anni, mentre i fuochi artificiali continuavano e gli spettatori erano incollati ai tweet incendiari del presidente, il bulldozer Trump avanzava, eliminando ogni giorno un pezzo della pallida eredità di Barack Obama. L’agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) cancellava le regolamentazioni introdotte per proteggere la qualità dell’aria e dell’acqua dall’inquinamento industriale, il Congresso a maggioranza repubblicana, eliminava le regolamentazioni che vietavano alle imprese minerarie di scaricare rifiuti tossici nei fiumi. Dopo le elezioni, l’amministrazione Trump, ha aperto allo sfruttamento petrolifero altre aree naturali protette in Alaska. 

Perfino la telefonata di Trump al segretario di stato della Georgia con cui chiedeva di rovesciare l’esito del voto in quello stato e di attribuire a lui i delegati nel collegio elettorale che invece erano andati a Biden ha provocato un po’ di maretta (c’era l’audio registrato) ma neppure più di tanto. Il gangster che occupa la Casa Bianca e continuerà a esercitare i poteri di presidente degli Stati Uniti fino al 20 gennaio, aveva abituato il mondo a tutto.

Ci siamo dimenticati che Mussolini e Hitler avevano un loro lato buffonesco: la mascella sporta in avanti del duce, le sue esibizioni dal balcone di palazzo Venezia a Roma, oppure le performance di Hitler nelle coreografie naziste disegnate dalla regista Leni Riefenstahl oggi sono oggetto di curiosità e fanno sorridere. Ma nell’ascesa e nella permanenza al potere dei due dittatori hanno avuto un ruolo importante. Per quattro anni Trump è stato trattato con indulgenza dai democratici mentre trovava volonterosi complici tra i repubblicani: quello che abbiamo visto ieri è stato in fondo la logica conseguenza del disprezzo per la democrazia e i diritti umani che aveva mostrato fin dalla campagna elettorale del 2016, prima di essere eletto presidente.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Bolive – Università di Padova

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