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Benedetto Petrone operaio comunista di anni 18

Perché è importante ricordare l’omicidio fascista di un ragazzino. Era il 1977. I fatti, le reazioni e la debole memoria nel resto del Paese di un assassinio politico avvenuto al Sud

Benny è morto da molto tempo, ucciso a coltellate dai vigliacchi fascisti. Benny, quel ragazzino di Bari Vecchia, sempre sorridente, che nel 2020 avrebbe compiuto 61 anni, diventando anziano con noi della sua generazione, quanti credevano (come dovrebbe accadere a tutti i ragazzi) di conquistare il cielo, la giustizia sociale, la felicità corale. Benny che vive sempre nella coscienza e nella mente degli antifascisti e dei democratici, nonostante sia trascorso tempo da quel vile agguato.

Anche quest’anno, il 28 novembre, nel 43° anniversario del suo omicidio, si è svolta a Bari una piccola ma intensa cerimonia, sulle note di un violino che suonava Bella Ciao. C’erano il sindaco di Bari, Antonio De Caro, la sorella di Benny, Porzia, gli antifascisti.

Allora cerchiamo di raccontare che cosa accadde quel 28 novembre 1977 a Bari. È necessario perché troppo spesso, anche nei testi di bravi e accurati storici di quegli anni di nuova Resistenza in ogni parte del Paese, le vittime dei fascisti del Sud vengono spesso dimenticate. Il nome di Benedetto Petrone non c’è quasi mai. Destino amaro del Meridione. E Benny, che ci ha lasciato una foto in cui sembra un giovanissimo Che, non merita di essere dimenticato fuori dai confini della Puglia. Va conosciuto e ricordato anche a Milano, Bologna, in Trentino, in Veneto, a Roma… ovunque. La memoria deve essere completa, senza omissioni.

L’agguato

Anno 1977. Le Brigate rosse uccidevano, ma continuavano ad essere attive anche le squadre di killer fascisti e morivano ancora militanti comunisti. La sera di lunedì 28 novembre un commando di esponenti del Movimento sociale italiano, partito all’epoca presente in Parlamento, accoltella e uccide a Bari, in pieno centro, davanti alla Prefettura e tra tantissimi passanti, Benedetto Petrone. Quel ragazzo aveva 18 anni ed era iscritto alla Fgci. Frequentava la sezione del Pci di Bari Vecchia, dove abitava, era il quinto di nove figli. Per aiutare la famiglia, aveva lasciato gli studi.

Lavorava come operaio edile. Zoppicava, perché da bambino si era ammalato di poliomielite. Dunque non poteva neppure correre, un “vantaggio” per una squadra ben organizzata ed equipaggiata di fascisti del Fronte della Gioventù. Uscirono dalla sede del Msi per “fare male” al primo comunista che avrebbero incrociato (accadeva spesso anche in quei mesi), compreso Benedetto, che non poteva né difendersi, né fuggire. Una vigliaccata.

Questa la cronaca, ricostruita sulla base di testimonianze. Sono le 19,30. Gaetano Rossini, simpatizzante della Fgci, sta rientrando a casa a Bari Vecchia. Su corso Vittorio Emanuele viene aggredito da un gruppo i fascisti armati di coltelli e bastoni. Lui fugge e si rifugia a Bari Vecchia. I clienti di un bar del quartiere impediscono ai missini di entrare in “casa loro”. Rossini avverte i compagni della sezione e trova Benedetto e Franco Intranò, 16 anni. I giovani militanti escono da Bari Vecchia: vogliono far capire ai fascisti che non hanno paura. Sono disarmati. Non trovano nessuno. Ma alle 20,30 appare il commando. I missini si calano il passamontagna sul volto e, al grido di “bastardi rossi”, danno il via alla carica. Erano troppi. I ragazzi fuggono di nuovo verso Bari Vecchia. Benedetto non riesce a correre come gli altri. Il sedicenne Franco se ne accorge e torna indietro. Un fascista aveva già raggiunto Benedetto e gli aveva conficcato un coltello nel ventre. Franco tenta di strappare via il compagno da quella morsa mortale. Il fascista tiene il suo amico stretto e spinge sempre più in fondo il coltello. La volontà omicida c’è tutta. Poi estrae l’arma sporca di sangue e ferisce Franco sotto l’ascella. Benedetto è ormai a terra. I missini continuano a colpirlo con i bastoni. Se ne vanno. Arriva la polizia. Franco, ferito, viene portato in ospedale assieme a Benedetto. Ma per il diciottenne non c’è più nulla da fare.

Le reazioni

Parte della classe politica, come sempre, vuol far passare la tesi degli opposti estremisti e liberare il Msi dal “peso” di un omicidio infame ed infamante, parlando genericamente di estrema destra. Ma le responsabilità del Movimento sociale emergono tutte. Esplicativi sono i titoli della Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicati a poche ore di distanza l’uno dall’altro. I giornalisti del turno di notte si rendono conto della gravità della situazione e il quotidiano esce con questo titolo in prima pagina: “Squadraccia missina uccide a Bari giovane comunista”.

Ma quella stessa mattina del 29 novembre va in edicola una seconda edizione. Il titolo viene cambiato e diventa più ambiguo nei confronti del Msi: “Feroce aggressione a Bari: giovane comunista ucciso da estremisti di destra”. Solo nel catenaccio si scrive che gli aggressori “sarebbero” (condizionale) iscritti al Msi. Le pressioni politiche erano già arrivate a destinazione.

Sempre il 28 novembre sera militanti, tanti, si sono riuniti in piazza Prefettura. Il Pci organizza una manifestazione per il giorno successivo. Forte è la tensione tra le forze della sinistra extraparlamentare, dal Movimento lavoratori per il Socialismo (Mls) a Lotta continua, a Democrazia proletaria. Si riunisce anche la Flm, la Federazione unitaria dei metalmeccanici, che indice per il giorno dopo uno sciopero aderendo al corteo. Cgil e Uil dicono subito sì, la Cisl nicchia. Alla fine lo sciopero viene indetto formalmente solo dalla Flm. In realtà vi partecipano i rappresentanti di tutti i sindacati confederali. C’è dolore e rabbia. Nessuna paura. I giovani di quegli anni la relegavano in angoli lontani dell’inconscio, schiacciata come era dalla sete di giustizia. Quarantatre anni fa neanche la fantascienza immaginava i social, il web, i messanger, gli smartphone, whatsapp. Ma non serviva. Erano in campo le citofonate, i tam tam, l’empatia, la solidarietà, il vivere una battaglia corale per un futuro migliore. Era il popolo antifascista di tutte le età, erano idealmente i figli e i nipoti dei partigiani che avevano liberato l’Italia pochi decenni prima.

Tutta la Puglia si riversò su Bari. Martedì 29 si troveranno in piazza oltre 30mila persone: tante tute blu, tanti studenti. Quasi mille ragazzi, mentre raggiungono il corteo principale dalle scuole di periferia, fanno irruzione nella sezione fascista Passaquindici. Durante il corteo viene assalita la sede del sindacato Cisnal. Secondo alcuni testimoni, la polizia sparò ad altezza d’uomo. Manifestazioni di protesta per Benedetto, quel giorno, si svolsero in tante città, da Roma a Milano, Torino, Genova, Firenze e Bologna sino a Napoli, Palermo e Catania.

I processi

Viene incriminato per l’omicidio Giuseppe Piccolo, che è subito latitante. Arrestati per favoreggiamento altri commilitoni. Andiamo oltre il terribile 1977, con brevi note. Nel gennaio del 1978, intanto, inizia il processo per il ricostituito partito fascista: quindici imputati, tra i quali gli assalitori di Benedetto, il giudice è Nicola Magrone. Tra le parti civili l’Anpi e l’Mls. Ma i tempi sono bui. Solo 6 vengono condannati per attività fasciste. Il 13 novembre del 1978 si apre il processo per l‘assassinio di Benedetto Petrone. Piccolo è ancora latitante, gli altri sette fascisti sono imputati per favoreggiamento. L’assassino, dal quale il Msi tentò di prendere le distanze (“ambiguo e mentalmente instabile”) fu rintracciato in Germania ed estradato nel 1979. Il processo durò due anni e si concluse con la condanna di Piccolo a 22 anni. Esagerati sconti di pena per i complici. Giuseppe Piccolo si tolse la vita nel 1984 nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto.

La memoria

Il cantautore Enzo Del Re compose la canzone “Benedetto” nei giorni immediatamente successivi l’omicidio.

Il libro di Nicola Signorile e Pasquale Martino, “Le due città – i giorni di Benedetto Petrone”, Bari, 1978, andò subito in ristampa con una nuova edizione.  In seguito altri volumi sono stati dedicati a Benny e al suo assassinio. E del 2007 è il documentario “Benny vive. La storia di un ragazzo della città in cui viveva, dell’epoca in qui è morto” del registra Francesco Lopez.

Il 17 dicembre 1977, viene deposita una lapide, senza autorizzazione, in piazza Prefettura. C’è scritto “In questa piazza il 28 novembre 1977 una squadraccia missina uccise Benedetto Petrone, 18 anni, operaio comunista. Gli antifascisti di Bari”. Due anni dopo fu distrutta, probabilmente dai fascisti. Fu subito ricollocata, ma il testo degli antifascisti di Bari fu sostituito con “i democratici e gli antifascisti di Bari” e la dizione “18 anni, operaio, comunista” con “operaio comunista 18 anni”. Mai più toccata da allora.

Il Comune di Bari ha intestato una strada a Benedetto Petrone qualificando il ragazzo “come vittima della violenza neofascista” contro il parere della Società di storia patria che considera il fascismo finito nel 1945, sbagliando clamorosamente. I fascisti c’erano ancora, i neofascisti pure.

E ci sono anche oggi. Cellule dormienti di un cancro che si è risvegliato in Italia come altrove. Accade quando la giustizia sociale fa acqua. Accade quando la Costituzione non viene applicata, quando all’emergenza sociale e democratica si aggiunge, come oggi, quella sanitaria. Il fascismo e il razzismo oggi possono trovare terreno fertile.

La memoria della Resistenza prima e di quella nuova Resistenza degli anni di Benedetto Petrone, è essenziale per spingerci ad agire in modo corale per la giustizia sociale, la libertà, la democrazia, la solidarietà, la pace. Lo dobbiamo a tutti coloro che sono morti nella Resistenza per darci democrazia e libertà. Lo dobbiamo anche a Benny, quel ragazzo barese di 18 anni che, sull’asfalto bagnato in quel giorno di pioggia del 28 novembre di 43 anni fa, non riuscì a correre per sfuggire ai suoi carnefici.

Questo articolo è stato pubblicato su Patriaindipendente l’8 dicembre 2020

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