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Una trasformazione radicale

Ove davvero il piano strategico del governo italiano fosse quello di traghettare oltre la crisi pandemica le piccole-medie imprese insieme alle ormai cadenti cattedrali della grande industria fordista ci troveremmo di fronte ad una sorta di luddismo del capitale. Ma non è così, naturalmente. Piuttosto sta prendendo forma, anche istituzionale, una irreversibile accelerazione del processo di trasformazione radicale; questo processo non potrà che concludersi con la distruzione della società-fabbrica, nata a sua volta cancellando le strutture domestiche e rurali. Il processo di sussunzione ci sembrava già, per come lo vedevamo realizzarsi, incredibilmente aggressivo, con l’erosione dello stato sociale, l’allargamento della forbice ricchi/poveri, l’imposizione della condizione precaria in ogni segmento della moderna impresa capitalistica. Eppure era, dal punto di vista dell’economia finanziarizzata e dei nuovi vincitori, ancora troppo lento, inaccettabile nel suo progredire graduale. La vecchia democrazia – cristiano sociale, liberaldemocratica o riformista – aveva fin dalla crisi del 2008 imboccato il viale del tramonto, con una sempre maggiore propensione per ogni genere di cedimento alle istanze prepotenti, perfino violente, del neoliberismo transnazionale. Questi cedimenti erano bilanciati da episodi di protesta e di resistenza, fiammate ribelli in genere di breve durata, pur se non di rado significative quale termometro del malessere. Proprio dentro questi scontri, nel primo ventennio di questo secolo, troviamo sia i primi vagiti di una nuova richiesta di emancipazione sia il consolidarsi del progetto di generale sottomissione delle soggettività, di espropriazione dell’esistenza. L’insieme – non univoco e pur tuttavia compatto – che guida il capitalismo moderno finanziarizzato non ha alcuna intenzione di trattare; vuole semplicemente dominare e dunque vuole il conflitto, disponibile anche alla guerra. Esige il controllo.

Tutto ciò non ha nulla da spartire con uno stato di eccezione. Carl Schmitt si poneva il problema del rapporto fra legalità e legittimità, in un ambito storico, politico, giuridico caratterizzato dal secondo conflitto mondiale, dal processo di Norimberga, dalla guerra fredda. Lo stato di eccezione costituiva dunque una modalità di esercizio del potere, di attuazione del governo. Oggi, al contrario, il programma capitalistico è quello di cancellare definitivamente un assetto sociale di cui non c’è più bisogno; dunque di eliminare ogni welfare residuo, qualsiasi comportamento consapevolmente collettivo, tutte le forme di cooperazione sociale rimaste nelle mani dei lavoratori. Non è fascismo sociale, non è new deal, non è comunismo reale.  E’ la risposta del capitale dentro la lotta di classe, è una rivoluzione nata nel tempo delle merci immateriali, dell’informatica. La cooperazione sociale viene piegata alla funzione di merce, deve essere necessariamente proprietà privata, così risolvendosi nella realtà dell’odierno conflitto l’apparente ossimoro di un bene “comune” acquisito in via esclusiva dai pochi che lo mettono a frutto. Più che uno stato di eccezione a carattere permanente si va instaurando un nuovo ordine che non è compatibile con la tradizionale divisione dei poteri e con la loro autonomia. La parità di bilancio è una regola fraudolenta introdotta per rendere impossibile il mantenimento del cosiddetto stato sociale (che non può non consumare risorse: equilibrio mediante spesa), per rimuovere in via definitiva la redistribuzione della ricchezza; in Italia fu approvata all’unanimità da entrambe le Camere, che dichiararono, con quel voto, la morte del potere legislativo autonomo. Certo. L’instaurazione di un nuovo ordine non è mai un percorso del tutto prevedibile. Esistono le deviazioni (come il reddito di cittadinanza o il blocco dei licenziamenti) ma anche le scorciatoie (come la crisi economica e l’emergenza pandemica); deviazioni e scorciatoie poggiano sempre su elementi oggettivi che non ha senso negare, di cui al contrario bisogna tenere conto. Ma sono, appunto, deviazioni, o scorciatoie. Quel che conta tuttavia è il progetto, è il percorso. Negando il virus non viene meno il piano di dominio del capitale; se non esistesse il virus troverebbe altre strade. Le norme introdotte per far fronte all’emergenza sanitaria si legano, in forma coerente e organica, con quelle che impongono, con le armi e con i tribunali, le grandi opere in Val di Susa. La condizione precaria è uno strumento di sussunzione che presenta ormai sia elementi formali sia elementi reali, e si congiunge, lucidamente, alla politica globale complessiva di gestione dei flussi migratori. A volte si costruiscono muri, a volte si costruiscono ponti; dipende dalle necessità contingenti dei nuovi capitalisti globali, estranei alle comunità e ai territori, indifferenti perfino rispetto alla distruzione dell’ambiente pur di averne profitto. Il progetto è dunque quello di un nuovo moderno assolutismo, una regola, non un’eccezione; e su questo vogliono costruire nuovi assetti istituzionali, non più ripartiti ma organicamente concentrati e funzionali alla riconduzione dell’esistenza dei soggetti (delle soggettività) a valore.

Il 4 dicembre 2020 è stato pubblicato il 54^ rapporto CENSIS. Come sempre presenta dati e rilievi di indubbio interesse. Leggiamo già in premessa: l’avanzare della storia trova, a volte, curve drammatiche e inaspettate che mutano radicalmente ambiente e paesaggi del vivere, individuale e collettivo. E, quasi evocando Marx, l’estensore annota, con riferimento al Covid: nella paura del tunnel abbiamo avuto occhi di talpa. Il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo. Cieco come una talpa è chi spera di poter gestire l’emergenza conservando gli attuali rapporti di forza fra le diverse componenti della società italiana; anzi è proprio fuori dal tempo. Ma la talpa si trova a suo agio dentro un tunnel privo di luce; la old mole di Amleto (atto primo, scena quinta) riappare nel diciotto brumaio (capitolo VII) come inesorabile scavatrice e sorprende l’intera Europa. È una talpa ironica, forse perfino sarcastica, quella del Censis; recita un doppio ruolo. Una talpa non riesce a vedere il mondo in cui si muove, sogna una conservazione concordata, ormai impossibile, degli assetti sociali ormai travolti dagli eventi;   l’altra talpa si nasconde sotto la superficie e percorre una via diversa, invisibile eppure concreta, decisa a riemergere in modo improvviso, clamoroso, scompaginando le carte. Chi si attarda a cercare la composizione del conflitto, ormai diventato dentro la pandemia una guerra aperta, è la talpa cieca; chi vuole contrastare (non tanto la fine ineluttabile dello stato-piano quanto piuttosto) l’affermarsi stabile di un nuovo dispotismo è Robin Goldfellow, il grande minatore, la talpa-rivoluzione. Questa è la partita che oggi si gioca. Il resto sono vaniloqui.

Il rapporto CENSIS contiene un esame lucido della situazione effettiva in cui ci troviamo a vivere e convivere. Il governo del paese e dell’economia viene paragonato, impietosamente, a una ruota quadrata che non gira. La spesa per la sanità (una delle più basse in Europa in percentuale del PIL) ha subito tagli considerevoli, ha mostrato i suoi limiti e la sua disorganizzazione incrociando l’imprevisto del Corona Virus, uscendone a pezzi. Il tasso di natalità è ai minimi storici, ma non esiste una programmazione dei flussi migratori capace di trasformarli in opportunità. L’occupazione presenta un saldo negativo di 475.000 unità, nonostante il blocco dei licenziamenti e soprattutto nonostante la ridotta qualità (intesa come retribuzione e trattamento normativo) dei nuovi contratti. L’abbandono scolastico rilevato nel 54^ rapporto annuale del CENSIS è certamente un problema strutturale, non una semplice sequenza di eventi negativi occasionali. Soprattutto la crisi sanitaria ha acuito la frattura fra i c.d. garantiti (dipendenti di grandi imprese, statali e pensionati) e i c.d. non garantiti (precari, disoccupati, dipendenti di microimprese) che sono ormai in larga maggioranza. Per un verso calano il PIL (si prevede circa del 10%, con picchi mensili del 18%) e i consumi (difficile stralciare un dato per segmenti, ma la media è abbondantemente sopra le due cifre); per altro verso l’invecchiamento della popolazione comporta un aumento inevitabile della spesa pubblica. Nella speculazione di borsa è un fatto notorio che rivesta un ruolo non secondario il c.d. sentiment. La percezione collettiva è oggi un elemento di cui i capitalisti del terzo millennio tengono conto proprio per gli effetti che essa è in grado di produrre; esistono infatti strutture che si dedicano, professionalmente e a pagamento, all’organizzazione e alla programmazione delle percezioni collettive da utilizzare nei processi di valorizzazione. Nel nostro paese il CENSIS ha rilevato che si va diffondendo la sensazione di un costante spostamento del baricentro economico da occidente a oriente; ci vorrebbe Nanni Arrighi per descrivere il fenomeno, con la sua intelligenza, proseguendo nelle intuizioni del suo splendido Adam Smith a Pechino (uscì nel 2007). L’idea che sia in arrivo chi vuole rimuovere l’occidente dal suo piedistallo genera inquietudine e produce una sorta di attitudine a cercare un responsabile, un nemico (Trump in questo è un maestro, ma, nel loro piccolo Orban o Salvini si danno da fare).

La crisi e l’inquietudine generano timore, paura. Non può stupire che, grazie anche all’opera martellante dei media, l’emergenza sanitaria abbia prodotto una poderosa accelerazione di questa condizione dell’animo. Un uso sapiente del terrorismo già lascia traccia dopo la fiammata e sedimenta incertezza mista a sospetto per il diverso, ad odio etnico o religioso. L’angoscia connessa alla malattia, alla caduta del reddito abituale, al contagio, alla morte hanno avuto in questi mesi un effetto sinergico; la paura e l’incertezza sono ormai radicate nella società, sono un sentiment che i nuovi capitalisti hanno subito intuito essere una merce preziosa, gratuita, capace di produrre profitto. Per questo hanno investito nel coltivare e far crescere un simile stato d’animo. Ci sono riusciti al punto che il CENSIS ha rilevato, nelle proprie ricerche, che per il 73% della popolazione italiana la paura costituisce ormai il sentimento prevalente. Con una conseguenza maledettamente gradita ad ogni Jeff Bezos di questo pianeta: il 57,8% degli italiani  (il 64,9% dei più giovani) è disponibile a rinunziare alle libertà individuali in cambio della salute, rimettendo le modalità al governo senza discutere; e il 38,5% degli italiani (il 44,6% fra i più giovani) è disponibile a rinunziare alle libertà civili a fronte di un maggiore benessere. Non a caso un capitolo del 54^ rapporto CENSIS titola: meglio sudditi che morti: la vita a sovranità limitata degli italiani e le scorie dell’epidemia. In mezzo a tanta paura ha retto invece, quasi senza problemi, l’economia di spesa digitalizzata; le piattaforme hanno incrementato i profitti oltre ogni più rosea previsione. Sul piano degli incassi per questi capitalisti del XXI secolo la pandemia è risultata un ottimo affare, neanche gli impresari delle pompe funebri hanno sviluppato così tanto la loro attività!

Non c’è limite all’avidità. La pandemia è l’occasione per eliminare ogni ruota quadrata che rallenta l’estrazione di valore, trasformando radicalmente e in tempi molto rapidi l’assetto della società complessiva. Senza esclusione di colpi, a costo di punire per meglio sorvegliare (siamo oltre Foucault), mettendo in conto la guerra. A partire dalla crisi del 2009 la povertà assoluta è raddoppiata; nel 2019 aveva raggiunto il 7,7% della popolazione italiana, 4.593.400 persone (1.376.000 immigrati, il 30% del totale). Come di consueto la crisi colpisce innanzitutto la parte debole; infatti la ricchezza è ora più concentrata nelle mani di una ridotta percentuale di milionari (3%) e di un pugno di miliardari che perseguono decisi la trasformazione radicale del modo di produzione e dei rapporti giuridici con i sudditi, nel segno d i un moderno assolutismo, accettato da una porzione crescente di popolazione, mentre la docile opposizione parlamentare veste i panni del vero negazionismo, quello di chi non vuol vedere la trasformazione radicale che si va compiendo e ultimando dentro la pandemia, sfruttando l’occasione per imporla definitivamente. La pandemia, per i nuovi capitalisti, è la levatrice di un nuovo dominio; i morti sono solo danni collaterali e non ci sono limiti in questa guerra per acquisire la cooperazione sociale.

Dentro la crisi, rileva il rapporto CENSIS, esiste una forma di resilienza che si concreta in una accentuata propensione al risparmio e in una crescente accumulazione di liquidità. Si stima che in Italia la liquidità complessiva abbia ormai superato il tetto di mille miliardi, accantonati per poter resistere e sopravvivere nel lungo purgatorio annunciato. È una somma cinque volte superiore allo stanziamento europeo complessivo (203 miliardi) che già sta accendendo appetiti in ogni segmento del pubblico e del privato, oltre che, naturalmente, della malavita organizzata. Il tesoro liquido di mille miliardi fa gola a tutti; è un obiettivo ravvicinato. Già cominciano a sentirsi le voci degli economisti che lamentano i danni provocati da questa consistente liquidità, responsabile di ingessare le possibilità di sviluppo. Vedremo, nel prosieguo e a breve termine, apparire imbonitori di ogni sorta per convincere i possessori a investire; ma se mai non ci riuscissero con le buone stiamo pur certi che dopo la carota arriverà a stretto giro il bastone per costringere chi non è convinto. E in qualche modo anche il 24% di seconde case andrà portato a profitto, nell’insieme si tratta di un bel gruzzolo che non va lasciato certo nelle mani dei sudditi. La rovina di molti sarà la fortuna di pochi. Ma, forse, non è finita. Esiste pur sempre la vecchia talpa che scava nascosta: aiutiamola a riapparire inaspettata!

Questo articolo è stato pubblicato su Effimera l’11 dicembre 2020

Immagine di copertina: Human Family, Harrygreb, Trastevere, Roma

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