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Opacità e reticenza del “Corpo di Polizia”

Mancate destituzioni, promozioni per i condannati: così l’istituzione ha operato precise scelte per consentire avanzamenti. Altro che rinnovamento. La rubrica “In punta di diritto” del sostituto procuratore generale di Genova, Enrico Zucca

La recente promozione di alcuni poliziotti condannati per i fatti della Diaz ha avuto ancora larga eco. Amnesty International questa volta l’ha tempestivamente denunciata con sdegno. A scanso di equivoci, più grave reazione avrebbero meritato le precedenti promozioni, passate quasi inosservate, dei veri masterminds dell’operazione mistificatoria a copertura delle torture. Bene ha fatto Lorenzo Guadagnucci a ricordare la linea di continuità, che ha radici lontane, nell’azione del ministero e nel dipartimento della Pubblica sicurezza che mal si concilia con la nota intervista del prefetto Franco Gabrielli, in cui pur si provava a fare i conti con il passato. E ancora a ricordare come ciò significhi di fatto un’uscita dalla Convenzione Edu, nella costante sfida alle prescrizioni della Corte di Strasburgo che richiede il massimo rigore anche sul piano disciplinare. Una nota del Viminale ora precisa che l’avanzamento di carriera è “automatico e dettato da una procedura amministrativa obbligata”.

Sostanzialmente è vero, per quanto il punto non sia la qualifica raggiunta, ma il ruolo significativo ancora concretamente ricoperto dai condannati. Spiega poi il comunicato che ciò è l’effetto della “mancata destituzione dei funzionari all’epoca non intrapresa dalla amministrazione” e della supposta “scelta della magistratura nel non irrogare l’interdizione perpetua dai pubblici uffici”. Ora l’interdizione perpetua accede solo alle condanne superiori ai cinque anni, quindi è più che ambiguo il riferimento a una scelta della magistratura. L’oscura prosa cela invece una cruda verità e una scelta questa volta reale. Ecco che cosa è successo: la polizia ha avviato procedimenti disciplinari contestando i gravi fatti dolosi, accertati in sede penale, come se fossero meramente colposi (una grottesca contraddizione in termini): così ha impedito scientemente e ab origine la possibilità di irrogare la massima sanzione della destituzione (prevista solo per fatti dolosi). Non una legge ma una scelta arbitraria ha impedito la sanzione che la Cedu impone.

46%: riporta il New York Times che negli Usa i poliziotti licenziati dall’amministrazione per avere commesso gravi abusi nel 46% dei casi sono reintegrati nel servizio

Questa penosa vicenda non è stata mai rappresentata dai governi alla Corte di Strasburgo che richiedeva precise informazioni sul punto, né al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che monitora l’esecuzione delle sentenze di condanna della Corte e deve accertare anche l’adozione di rimedi istituzionali per impedire il ripetersi delle violazioni. Il silenzio e l’ambiguità opposti in quelle sedi sono il contrario di un’operazione di rinnovamento e trasparenza. Lo sanno il prefetto Gabrielli e i vari ministri. Ad Amnesty la nota ministeriale rimprovera invece di non valutare la svolta degli attuali vertici. Insomma, si occupi di parlare di torture nel mondo, nella rubrica consueta, ma lasci stare casa nostra. Non è facile andare fino in fondo con i poliziotti. Negli Stati Uniti, ad esempio, in caso di gravi abusi anche penali molti sono immediatamente licenziati dalla loro amministrazione.

Quello che succede dopo lo rivela il New York Times. Sono le commissioni arbitrali che, secondo uno studio, ordinano nel 46% dei casi la reintegra nel servizio, spesso con gli arretrati di paga. Si applica nel diritto del lavoro il principio del precedente: non si puniscono i lavoratori più di quanto lo si è fatto nel passato per violazioni simili. Anche qui l’ex capo della polizia applicò a un condannato della Diaz (l’agente che ha inscenato un falso accoltellamento) questo principio, commutando la sanzione proposta per lui, un mese di sospensione, in 47 euro di ammenda per assicurare parità di trattamento con altri precedenti. Principi, prassi, procedure oscure. Tutto concorre a rappresentare un mondo di solidarietà autoreferenziale in una istituzione che si chiude a difesa al resto della società: è il Corpo di Polizia, “The Force”, per dirla con Don Winslow.

Questo articolo è stato pubblicato sul Altreconomia, n° 232 – Dicembre 2020

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