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ER, il sogno incarnato del Sacro tra Terra, Cinema e Teatro.

Davvero uno strano, oltreché terribile momento, questo. Scivolati dentro un inverno pieno di insidie e di forzati momenti di stasi, cosi simili a quelli che vive la natura ripiegata su se stessa, specie per quanti operano nei settori culturali e dello spettacolo dal vivo, capita di scoprire che sottotraccia il Lavoro dell’Arte continui incessante e non perda in creatività e mordente, persino riservandosi il tempo di una riflessione.

Riuscire ad essere in accordo con il ritmo continuo, profondo vibrante della Vita, sembra essere l’implicita missione di Ermanna Montanari, ER del titolo, e del suo sodale compagno di una ormai lunga avventura pubblica e privata, Marco Martinelli, che pare appena agli inizi per tanti aspetti, e che sempre sorprende per freschezza anche l’osservatore esterno.

Probabilmente questo è il portato di un agire cosi legato al sentire e al capire, osservare studiare, da non avere neppure bisogno di grandi proclami di ridefinizione o nuovismo a tutti i costi per agire nella profondità delle cose cogliendone tratti di radicamento e di mobilità nel tempo e nello spazio.

Penso sia superfluo persino ricordare per chi legga, che i fondatori di Albe hanno declinato l’universalità da sempre, servendosi come attrezzi artigiani della pratica multiculturale, della pedagogia attiva nei confronti dei giovani di una rilettura irriverente e rispettosamente filologica insieme dei classici della Cultura di una sorta di gaio trovarobato nelle storie e nelle tradizioni del mondo, che davvero è bello perché vario ed unico e unito nei suoi elementi dai più umili ai più preziosi dal basso all’alto.

Non si tratta di appiattire differenze o stabilire indebite equivalenze, quanto di afferrare relazioni per cui nei lavori dei nostri capiamo subito il nesso tra il prima e il dopo per esempio, squadernati qui per noi nel nostro Presente non già per fare Museo ma contemporaneità e comprendiamo conseguentemente d’istinto il nesso antropologico tra il narrare del griot e quello delle molteplici forme della nostra tradizione orale.

Inevitabile, qualche anno fa un folgorante incontro o meglio ritorno a Dante, genius loci ravennate, ma anche nume tutelare di una strada di pietas e umanesimo senza languori e senza sconti quella stessa strada che da tutto il mondo porta e riporta ricorrentemente a Campiano, luogo della memoria, sacrario di divinità domestiche, buen retiro e molto altro la strada che apre e contrappunta anche il bellissimo film implicito omaggio ma non dedica nel senso più abusato del termine ad Ermanna Montanari.

Una strada, una donna a schiena dritta e chioma sciolta che non ha paura di macinare percorsi e soprattutto non nasconde il suo essere profondamente Lei, la donna-ctonia, dietro la maschera dell’attrice provetta. Ma anche la figura prismatica che tiene insieme eroine del mito con antieroine non per questo meno tragiche del presente:7 sirene, personificazioni di un femminino eterno non perché immutabile, ma al contrario perché compresente a se stesso nelle mutazioni più proteiformi dalla vedova Cazzafuoco, alla badessa Rosvita, passando per Fedra, suicida per amore o meglio, vergogna e pregiudizio, fino alla Mater dolorosa di Pantani, a cadenza quasi testoriana.

Raggiungo Ermanna e Marco telefonicamente, appunto a Campiano,che, mi dicono, interrotta forzatamente una turné internazionale e ritornati in Italia, hanno eletto come residenza creativa, nutriti anche dalle quotidiane visite al piccolo locale cimitero, vissuto come luogo di memoria viva e qui hanno in qualche modo moltiplicata la loro capacità di connessione e creazione, realizzando lo spettacolo, Madre che ha debuttato in ottobre e soprattutto portando a termine nelle varie fasi di lockdown, più o meno ristretto, progetti individuali estremamente significativi e sempre individuali in senso ben diverso da quello vagamente antitetico o competitivo che si intende abitualmente.

Probabilmente, complementari sarebbe l’accezione più pertinente. E questo ER, cosi radicato nella materialità di un inferno tutto terreno è appunto il prodotto nato nei mesi del primo lockdown da una visione platonica di Marco inerente il guerriero Er, dal libro decimo di Repubblica morto in battaglia e risvegliatosi sulla pira funebre per raccontare ciò che aveva visto agli inferi.

Del resto, Ermanna, è nome guerriero, maschile:la lotta contro la caducità delle cose è propria della veggenza teatrale e la vestale contemporanea in jeans e canotta che vediamo lasciarsi futuro e passato alle spalle immersa in un presente che è un vero essere-per l’esser-ci, è peraltro, la maschera espressiva, espressionista che poi vediamo prodursi nelle varie sequenziali spesso terrifiche trasformazioni. sempre altro da sé e un passo avanti quando crediamo di aver colto l’attimo più alto o esaltante di una poetica e di una carriera. Se cosi davvero si può chiamare il percorso pur ricchissimo di riconoscimenti e incarichi prestigiosi di Albe e della grande interprete. Perché dire carriera presuppone un bilancio, un punto e a capo qui totalmente assente.

Il film di Marco potrebbe essere anche un omaggio alla pregnanza degli archivi e al fatto di quanto essi siano legati a doppio filo al nostro presente, per quanto ciò suoni bizzarro in prima battuta. Questo è un film che si regge soprattutto su un sapiente montaggio che è stato possibile grazie alle molte ore di lavoro in sala che Francesco Tedde mi ha generosamente concesso e il risultato, è appunto quello di una simultaneità di azioni come se questo fosse appunto un’orizzonte di estrema attualità nel duplice senso che queste incarnazioni ci parlano oggi per l’oggi e che ci scorrono insieme adesso, a rimarcare il senso di un cammino che continua, che non si guarda mai indietro anche se non sa cosa vedrà o chi incontrerà ancora più avanti. Il destino umano è errare sia intendendo di vagare che di fare sbagli ma è questo che ci porta lontano.

Questa pandemia ci ha insegnato o meglio ribadito, la fragilità che ci appartiene:noi non possiamo che accettare questa cosa. In un certo senso si tratta di abbandonare una forma mentale prometeica, che ci voleva provocatori costanti del trasformare e forgiare. Ora non si tratta di rassegnarsi o adattarsi, ma di ripensarci come parti del tutto. Non entità superiori in dominio della natura. Non è un caso che un personaggio centrale sia per me Belda sottolinea Ermanna,in comunicazione con erbe, spiriti, pietre e animali.

Il nostro animale feticcio è non per caso il resilientissimo asino che ha dalla sua l’esperienza della fatica, l’innocenza dell’interrogazione. siamo tutti asini cocciuti rispetto al mistero davanti a noi.

Di fronte alla tragedia che abbiamo davanti noi abbiamo compreso di doverci anche ritirare a studiare come da tempo non facevamo, travolti dall’impegno organizzativo e dal diretto lavoro di scena.

Però, come avrai ben compreso, per noi, sporcarci le mani e studiare in vista del fare e non per stare nell’Accademia è una priorità di vita e dunque ci siamo posti tutti i problemi che concernono in questa fase tutti i livelli della nostra categoria, nello spirito egalitario che ci ha sempre contraddistinto.

Si fanno molti convegni, si dicono tante cose, ma secondo noi è molto importante dare segnali sia simbolici che concreti in questo momento:noi che ci siamo dovuti fermare, intanto abbiamo deciso di spartire i finanziamenti che ci arrivavano con altre località del territorio, specialmente le più giovani e sconosciute che altrimenti rischiano la sparizione. Il problema del mondo teatrale in questi anni è sostanzialmente che, a dispetto di tanta ricerca e riconoscimenti, arrivano molte risorse a riedizioni dei vecchi stabili. Bisogna essere in grado di redistribuire in favore delle piccole realtà.

Ma siamo fiduciosi, dobbiamo, perché vediamo tanto ingegnarsi a trovare forme e modi di comunicazione. E a noi piace stare sul pratico. Meglio fare qualcosa che niente. Va bene usare tutti i canali per esprimersi. Come vedi io sono già al quarto filmato e mi piacerebbe sicuramente continuare. Quanto a me, dice Ermanna che già avevo sperimentato delle forme di scrittura poetica come le miniature campianesi, è venuta proprio voglia di mettere nero su bianco un po’ di saperi, competenze, convinzioni sull’arte scenica.

Cosi, in forma di dialogica con uno studioso uscirà in primavera questo libro sullo spazio scenico che ne tratterà i vari aspetti spaziali, filosofici, naturalistici, come fosse un trattato di stampo umanista. Una piccola sorpresa di cui non posso e non voglio anticipare troppo. A noi piace chiudere questa chiacchierata con l’immagine tra le tante di Ermanna in turné, processione giocosa aKybera, apparizione splendente di bianco nella luce d’Africa, come bianco è il suo completo maschile di guida dantesca nei gironi del nostro oggi, somma di tanti altri oggi che si sono avvicendati. Er è una produzione di Teatro delle Albe e ha debuttato il 5 dicembre in prima assoluta al Film maker film festival nella sezione Sconfinamenti, visibile per 72 ore in streaming gratuito. Vedremo quale sarà l’ulteriore cammino di questa ragazza studentessa ravennate dal vicino contado, che invece chiude propriamente il film mentre noi attendiamo di poter uscire a riveder le stelle e anche di partecipare ad un corale Paradiso che chiuda davvero degnamente le celebrazioni dantesche per traghettarci fuori dalle presenti more.

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