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Il patriarcato e l’urgenza di una rivoluzione di genere

Il sistema patriarcale è un costrutto culturale e tradizionale che regolamenta tutti gli ambiti delle nostre vite da circa trecento anni.

Dopo l’avvento della schiavitù americana, la rivoluzione industriale e il progetto commerciale capitalistico globale il patriarcato ha pregiudicato così l’educazione, il progresso della medicina, i diritti sociali e lavorativi di quella che chiamiamo “civiltà occidentale”, plasmando secondo canoni di privilegio tutti gli aspetti della vita in ogni persona sottoposta ai suoi dettami e alle sue leggi.
Dalla narrazione storica a quella artistica e letteraria, dagli studi scientifici a quelli psichiatrici chi detta ancora legge è “l’uomo bianco eterosessuale”, il quale cura unicamente i propri presupposti ignorando perlopiù volutamente le differenti esigenze di categorie e generi a lui assoggettati.
La lotta al patriarcato iniziò dai primi del 1900 attraverso la lotta per l’allargamento del suffragio alle donne, l’otto marzo 1917 ancora, in concomitanza con la seconda giornata mondiale delle donne socialiste, queste scesero in piazza a Mosca per chiedere tra le rivendicazioni la cessazione del primo conflitto mondiale. A seguito dei moti di liberazione femminista della fine degli anni sessanta e i primi dei settanta, i quali videro lo sviluppo di una concreta agenda di rivendicazioni nei confronti della cultura patriarcale, nel 1975 l’ONU battezzò l’anno come “l’anno della donna”, l’otto marzo di quest’anno le donne e le libere soggettività scesero in piazza in tutto il mondo protestando per i pari diritti, sancendo una volta per tutte questa data come “la giornata internazionale della donna”.
Il 25 Novembre del 1981 invece avvenne il primo incontro internazionale femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, innanzitutto per celebrare il massacro a Santo Domingo di tre sorelle attiviste, poi soprannominate “mariposas” (farfalle), che lo stesso giorno del 1960, mentre camminavano per strada, furono percosse e lanciate da una scarpata da parte della polizia la quale cerco di far passare il brutale assassinio come un incidente. Si decise che questa giornata diventasse la “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulla donna e contro la violenza di genere” per il riconoscimento della violenza sulla donna come fenomeno sociale da combattere, suggellato poi nella Dichiarazione di Vienna del 1993.
Queste date, questi appuntamenti, sono solo la porta di ingresso ad un mondo la cui elaborazione narrativa, sociologica e psicologica dimostrano quanto la società patriarcale sia discriminatoria e abusante verso le categorie che essa stessa assume come fragili; il femminismo suggerisce pratiche e percorsi per uscire da una dominazione univoca attraverso l’elaborazione delle esperienze personali fino ad una sintesi che identifichi i mezzi di lotta, spesso si parla infatti di “femminismi” in quanto le sintesi portano per zona geografica e cultura a risultati di volta in volta differenti, mantenendo come unico obiettivo comune l’eliminazione della cultura patriarcale.
La reazione della società a questi movimenti è stata sempre spietata, negli ultimi tempi è stata vietata l’educazione sessuale nelle scuole con conseguente aumento delle violenze e le discriminazioni minorili; è stata scoraggiata, dalle forze dell’ordine e dai tribunali, la denuncia da parte delle donne dei partner violenti e dei persecutori , fino ad arrivare ad un femminicidio dopo dodici segnalazioni di emergenza; sono state proposte, e in certi casi approvate, leggi volte alla perdita dell’autodeterminazione e all’umiliazione della donna, come le leggi locali che vietano la somministrazione della RU486 (pillola abortiva), leggi che obbligano a seppellire i prodotti abortivi anche senza consenso, leggi e sentenze che promuovono la sindrome di alienazione parentale volte a consegnare i figli al partner violento; continue narrazioni tossiche della stampa riguardo le violenze di genere, volte a denigrare la vittima e scusare l’aggressore. In tutti gli argomenti citati maggiori sono la risposta e il grido di liberazione, maggiore è la sistematica repressione, condotta con notizie fuorvianti e sentenze di condanna volte a criminalizzare diritti e rivendicazioni di un’intera fetta di popolazione oppressa, azioni ovviamente accompagnate da un magistrale imbonimento dell’opinione pubblica, schiava dell’imposizione di una cultura che non lascia spazio al contraddittorio.
Lentamente si avvicina la soglia di saturazione in cui l’insieme delle oppressioni diventa inaccettabile, quindi accanto alle rivendicazioni delle donne e delle soggettività trans si aggiungono quelle per le tante discriminazioni sistemiche da parte del patriarcato, come razzismo, grassofobia, abilismo e altre. In tante forme, queste lotte, stanno riconquistando alcune sacche dell’opinione pubblica e diverse categorie professionali come gli insegnanti o le professioni sanitarie, quindi maggiormente ci si accorge di quanto la società nel suo insieme vada cambiata urgentemente, per non rimanere dentro l’oppressione, per non dover piangere ancora altre vittime.

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto sardo il 1 dicembre 2020

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