Skip to content

Il cavaliere della pizza apocalittica e altre storie

Mentre la realtà e i suoi contorni oggettivi sembrano sfuggirci di mano ogni giorno di più, persi tra big data e rigurgiti medievalistici di vario tipo, ci pensano i giovani della compagnia Kepler 452 a ridisegnare la mappa del nostro contemporaneo ristretto nei confini temporali e geografici minimi e nello stesso tempo globali della pandemia.

Prendete un paese di poeti, santi, navigatori ed eroi mancati, un lockdown o coprifuoco a corrente alternata, una città come tante popolata di solitudini che si abbeverano di spritz e nutrono di delivery food, ma anche Adorno, l’Angelus Novus di Benjamin, Marx reloaded e la nuova epica urbana della union riders, shakerate con l’ultima frontiera di poetica teatrale costituita da slittamenti progressivi verso una astrazione di realismo che linka implacabilmente i performers al loro pubblico e otterremo una parte del fascino che subito ha suscitato la call dei Kepler per uno spettacolo peer to peer, one to one, da realizzarsi in tutta sicurezza prima che scatti il coprifuoco .

In una manciata di giorni di metà novembre ed entro orario 18-22, si può prenotare una consegna speciale da parte di un corriere speciale che avrà tanta voglia di chiacchierare con te, cliente-spettatore determinato comunque a consumare qualcosa perché questa è l’essenza di una società fondata sulla comunicazione del consumo sempre e comunque. Con lo statuto di intangibilità proprio dei messi divini, i riders diventano paradigma e paradosso tra protagonismo notturno e sfruttamento contrattuale delle identità precarie e a termine che siamo costretti a ricoprire

Parliamo di questo e molto altro ancora, con Nicola Borghesi che di Kepler è un po’ il mattatore ma che confida su un collettivo affiatato, flessibile e paritario per elaborare azzardi che si rivelano fari potenti su questi nostri giorni contraddittori e sfasati. Adorno e Benjamin sono numi tutelari a sottolineare il legame tra la propria soggettività fragile e il mondo da un canto e dall’altro l’irriducibilità che sempre s’annida o s’incarna da qualche parte ,a ciò che è conforme. Quell’aporia, quello scarto, che chiamiamo lapsus e che abita nella narrazione dei Kepler i nostri spazi urbani davvero da tempi non sospetti.

Spazi che Nicola percorrerà da est ad ovest nella geografia comunale accessibile e negli orari consentiti ai comuni mortali in regola col fisco e con la Siae, per un totale di 4 appuntamenti a sera con amici o preferibilmente perfetti sconosciuti, che pagheranno 18 euro, guadagnandosi così anche il diritto di ricevere un catering di home made tagliatelle confezionate al mattarello, per sentirsi porre spiazzanti questioni inerenti l’assurdo della nostra condizione presente. Un po’ come se Beckett incontrasse Andy Warhol in salsa etico-proletaria. Insomma, sappiatelo, oggi tra la via Emilia e il West, ci sono i Kepler, cavalieri con dado termico, forse appunto dadaisti in pectore e inediti lari tutelari dei confini di residenza che sposano la nuova filosofia esistenzialista brasiliana .

“Possiamo affermare” mi dice Borghesi “che questo spettacolo, nasce in continuità con il Primo giorno possibile, che si è rivelato essere il primo, di molti giorni possibili, dopo diverse sospensioni impensabili eppure reali per il mondo della rappresentazione dal vivo”.

“La cosa paradossale è che, in un momento in cui in fondo tutto il lockdown aveva avuto una narrazione eroica, inedita a ben vedere, per un paese come l’Italia, infine riconsiderato nel consesso internazionale su un piano titanico e solidaristico-unitario, noi abbiamo fatto questo giorno come una cosa anche disperata, oltrechè finalmente possibile e se ben ricordi, molteplici erano in quella azione collettiva e interrattiva i richiami non tanto all’estate speranzosa per definizione, ma al destino mortale di specie e all’iniquità individuale delle singole vite”.

“Non ci sentiamo in questo assimilabili ad altri che indirettamente o meno sono stati influenzati da o costretti a confrontarsi con quello che ci sta accadendo semplicemente perché noi assumiamo come poetica di lavorare nelle crepe, nelle smagliature della Storia e del principio di realtà, mentre si fanno e disfano sotto i nostri occhi e quindi non ci spiace intervenire con spettacoli pensati ( ma comunque sempre lungamente pensati e collettivamente) come instant. Sì, in effetti, alla fine di questa storia, potremmo avere una specie di antologica per fasi, della pandemia. Sarebbe divertente. Qui, adesso la situazione di questa nuova fase sociale epidemiologica è per certi versi più destabilizzante e stressante e quello che si vede in fondo al tunnel non è poi cosi rassicurante. La gente che cantava dai balconi oggi si rivolta contro tutti e se la prende persino con quelli che magnificava. Le ingiustizie, le cose grottesche già c’erano e si vedevano, ma oggi c’è più stanchezza e spesso se non rabbia, si ha afasia e disorientamento. Noi mostriamo in qualche modo che possiamo ancora esserci e parlarci. Magari rompendo le convenzioni”.

Da Benjamin al Brasile ci conduce la storia dimostrativa del campanello. Da bambini il suono del campanello è Trilly, è la slitta di Babbo Natale, la capretta buona, la sorpresa affettuosa: solo prima dell’Olocausto, però, perché poi esso ha assunto una connotazione sinistra, l’avvisaglia di qualcuno che ci viene a cercare contro la nostra volontà, per ignoto, tragico destino. Eppoi, nel senso comune diciamo pure che certi fatti sono campanelli d’allarme nella nostra abituale esistenza solipsistica e cocoon, possiamo aspettarci al massimo il corriere di Amazon o il fattorino della pizza. Sempre che abbiamo pagato le multe. Ora, appunto, il salto di specie è determinato dal fatto che l’imbozzolamento è derivato diretto del coprifuoco , tra le varie altre cause e dunque, merita anche una adeguata risposta.

Chiedo allora a Nicola se tra le righe il tema dello sfruttamento e del Lavoro siano al centro della loro ultima fatica , visto il dibattito che ora si dispiega, ora si incarta, ora si interseca tra gig economy e lavoratori dello spettacolo.

“Sì e no, nel senso che noi sì, siamo lavoratori in crisi, evidentemente, specie ora autoproducendoci perché impossibilitati ad andare avanti con il nostro nuovo spettacolo, ma naturalmente io so di essere anche privilegiato perché comunque svolgo un lavoro identitario, che ho sempre saputo essere il mio. Però questo non mi impedisce di vivere tutti i contraccolpi della situazione e soprattutto di vedere intorno a me un mondo ingiusto e inceppato: sì, è vero, noi abbiamo il discorso dei riders che gira intorno perché tanti che conosciamo, lo fanno anche per un po’, perché ci interessano le loro dinamiche, perché prima di imparare a tirare la sfoglia e farci la pizza in casa, magari con il lievito madre, abbiamo a nostra volta fatto qualche ordinazione”.

“Ma il ragionamento che è alla base di questo esperimento, è che , in quanto attore, non posso agire uno spazio pubblico qualsiasi, ne chiuso né aperto, mentre, se mi metto una divisa da raiders, io posso veramente attraversare la pandemia e la tempesta senza colpo ferire. Anche se in questo caso, il meteo mi dice che farà solo più freddo e non ci sarà maltempo”.

“Per questa volta, abbiamo fissato un biglietto, il suo prezzo, facendo un po’ di calcoli tra le ore di impegno, il numero medio di spettatori che normalmente potremmo avere .. La tecnologia c’entra perché naturalmente lo spettacolo, se così lo vuoi chiamare, funziona perché il testo è tutto scritto come un copione, ma c’è questa interazione mediata dalla piattaforma zoom poi il risultato cambia a seconda di chi prenota e della situazione. Si presuppone uno o al massimo pochi congiunti collegati al computer e dunque al rider, fino a che non lo sentiranno suonare alla porta e portero loro la consegna e forse una novella:buona, cattiva? Angelo sterminatore o di annunciazione? In ogni caso, sarà stato un successo, perché sarà abbattuta la convenzione, il pregiudizio, la norma, a seconda dei contesti e punti di vista, che vuole il fattorino, il messo, comunque un neutro, o in una relazione neutra”.

“Il rider sono io, ma ci sarà un intervento di Paola Aiello ed Enrico, è quello che logisticamente e tecnicamente controllera il tutto, con Riccardo Tabilio che ha scritto e pensato con me”.

Esco la prima sera di prenotazioni, verso le 20 e 30, sperando di incrociare i miei pallidi cavalieri e constato , a mia volta in bicicletta, che la città è inopinatamente deserta, complice il primo vero assaggio di freddo, ben prima del coprifuoco vero, che comunque i riders possono violare e che in effetti, sono loro in quantità iperbolica a sostare ovunque, in panchine, scalette o piazzette, in attesa di ordinazioni, chini sulla app, a sancire i perimetri e le geografie urbane. Se non proprio una antropologia del rider certamente un reportage fotografico sarebbe bellissimo, penso mentre calendarizzo la mia esperienza per uno di questi prossimi coprifuochi con i Kepler.

Se le Consegne, termine non a caso anche militare, sono le delimitazioni del nostro coprifuoco per una guerra mai apertamente dichiarata, ma di fatto vissuta e dagli sbocchi imprevedibili sia in senso artistico e culturale che antropologico, d’altro canto, questa ormai lunga vicenda epidemica, ha prodotto anche nuove forme di coordinamento e rapporto tra realtà e soggettività. Una di queste è il coordinamento Amlet_a, di cui invece chiacchiero con l’attrice, performer, attivista e scrittrice Donatella Allegro. A segnalare che la pandemia non puo essere alibi per dimenticare le irrisolte questioni di genere.

Amleta infatti, nasce come prodotto naturale del Coordinamento Attori e attrici unit*, costituitosi durante il lockdown di marzo . Si tratta di un collettivo a matrice femminista, che nasce dall’impegno diretto di una trentina di attiviste stanche del ruolo femminile ancillare delle professioniste del palcoscenico rispetto alla preponderanza e dominanza degli elementi maschili in tutti i gangli vitali del sistema spettacolo.

Si parla molto oggi di big data, della loro estrapolazione, manipolazione per una ricerca di consenso o viceversa per un invito al dissenso e soprattutto su chi li possa agire e possedere. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo deciso di uscire dall’epoca del sondaggismo e del like, con una inchiesta seria, con numeri inoppugnabili che mostri impietosamente le cifre con zeri di una minorità e disparita imbarazzanti della componente femminile anche in un ambiente suppostamente aperto e ricco di differenze.

La verità è che i direttori di teatro e di compagnia donna sono pochissimi e persino i ruoli, i numeri delle donne in scena sono inferiori di parecchio a quelli maschili.

Da questa logica emancipatoria discendono inoltre considerazioni più profonde di politica e cultura dei generi. Infatti i caratteri femminili, per quanto le menti e competenze possano essere brillanti, illuminate, sensibili, sono pur sempre concepiti o visti attraverso uno sguardo maschile .

Insomma, chiosa Donatella, esiste un problema di immaginario, non poi cosi libero, persino tra le avanguardie e le alternative. Amleta cosi, ha , su base nazionale, cosa in questo difficile momento ambivalente per la difficoltà dei contatti e posizionamenti, l’esigenza di creare spazi di libera discussione e aggregazione per le donne dello spettacolo , chiede di utilizzare i fondi pubblici in maniera corretta rispetto alle percentuali occupazionali e all’offerta culturale. Giudica imbarazzante il permanere del famigerato gender pay gap che si abbatte anche sulle personalità femminili più in vista e invoca una reale scala di valori meritocratica che possa mettere alla prova anche le Donne in tutti i posti chiave.

Naturalmente si è anche parlato di scrittura collettiva e di fare qualcosa insieme a livello produttivo e sicuramente, aspettando tempi migliori, qualcosa di nuovo , verra fuori.

Insomma, non tutte le pandemie, sembrano venute fuori per nuocere, a giudicare dal fervore sperimentale che si vede in giro e dalle forme applicative di tecnologie in remoto sempre piu disinvolte, empatiche, comunicative. Ma certo questo non può bastare per un settore che da sempre ha fatto della libera agorà dei corpi politici la sua pregnanza e la sua ragion d’essere. L’imperativo per tutti, lettori-spettatori è a rimanere sintonizzati sulle resilienze diffuse.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati

Il viaggio nella memoria della schiavitù
di Francesco Festa /
Un’altra Rai è possibile
di Vincenzo Vita /
Santarcangelo, primo movimento
di Silvia Napoli /