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Perché amiamo così tanto Diego se siamo femministe?

Tre donne argentine e maradoniane scrivono di politica, amore e calcio. L’articolo è stato pubblicato il 30 ottobre scorso, in occasione del sessantesimo compleanno del Dieci. L’ultimo

Questa sarà la prima e l’ultima volta che daremo spiegazioni sul perchè dei nostri sentimenti e le nostre scelte. Per noi il femminismo è molto più che una lotta per una causa e per degli specifici diritti. Per noi il femminismo è un modo di guardare, di amare, di godersi e di vivere le nostre vite. E le nostre vite non sono nient’altro che continue contraddizioni, per questo dedichiamo le nostre parole alla riflessione di questi sentimenti, delle scelte e delle contraddizioni che viviamo, in modo da rafforzare quello che siamo: femministe, popolari e amanti di Maradona. Abbiamo memoria e non ci dimentichiamo la violenza che ha agito contro molte donne; questo ce lo abbiamo chiaro, e sappiamo che fa parte della società e del futuro per il quale lottiamo; una società dove essere un maschio non significhi avere privilegi né agire alcun tipo di violenza contro le donne.

Vogliamo che l’essere maschi non sia una questione di potere né di forza fisica. Ma in mezzo a tanto rumore che soffoca le voci dei poveri, non dimentichiamo che Diego e il suo calcio puntavano sempre a Sud. Fin dalla nascita questo era il suo destino e ha sempre saputo bene da dove veniva e dove voleva puntare: è uscito dal fango e non ha mai dimenticato la sua origine, la coscienza di classe l’ha forgiato nei luoghi dove ha perfezionato la sua arte con il pallone e con gli ultimi, i dimenticati, ha trasformato il calcio in un palcoscenico per rendere visibile l’invisibile.

Se parliamo di Diego, parliamo della gente, quella che lo ha sempre accompagnato, non solo per le sue commedie, ma perché i quartieri poveri si sentivano rappresentati nella loro ribellione e nelle loro decisioni. Ha saputo anche voltare le spalle a questo calcio truccato, come quando ha lasciato il Barcellona per dare gloria a una squadra del Sud Italia, il grandissimo Napoli, e togliere l’egemonia ai ricchi del Nord, alla potente Juventus di Platini, al potente Milan di Berlusconi; Diego si è opposto al più potente e ha proiettato la sua voce nel collettivo.

Si è ribellato alla macchina e alle multinazionali FIFA e Conmebol perché non ha accettato il gioco dei potenti e ha preferito portare avanti la sua posizione politica. Il costo è stato alto: sono stati quegli stessi uomini potenti a tagliargli le gambe nel Mondiale del 1994, e abbiamo sofferto tutti. Tuttavia, Diego non ha imparato la lezione e la sua disobbedienza è stata quella di resistere al blocco contro Cuba, sostenere la rivoluzione bolivariana in Venezuela, giocare a calcio con Evo e sostenere la pace in Colombia, sempre quando le voci suonavano tiepide. E’ inoltre da qualche anno che ormai per i giocatori miliardari la partecipazione alla Nazionale spesso non è una priorità. Ci sono troppi interessi in gioco per lasciare le partite delle proprie squadre.

Ed ecco che torna Diego in un’immagine di Italia 90: piangendo davanti alle telecamere per la sconfitta di un Mondiale che aveva giocato ancora non fisicamente al top. Ma le autrici di questo testo non sono le uniche a pronunciarsi sul nostro amore per Maradona. Ecco perché aggiungiamo altre voci che ci aiutano a guardare, a mettere sul tavolo le contraddizioni, a non cancellare il nostro passato, la nostra educazione e le nostre passioni, che non riescono ad entrare in una manciata di parole.

È inconcepibile per me pensare il mondo senza Maradona come è inconcepibile per me pensare il mondo senza femminismo

Monica Santino è un’ex calciatrice, parte de La Nuestra, di Villa 31. E ci racconta: «Non so perché una persona debba spiegare il perché ami qualcuno. Ami qualcuno per quello che fa, per quello che significa. E tutto ciò che intendeva trascendeva il campo da calcio e da gioco perché era una persona capace di trasmettere un livello di emozione che si vedeva raramente. Il calcio lo genera, lo fa, ti fa abbracciare qualcuno che non conosci quando la tua squadra segna un gol. Il calcio ti fa piangere profondamente, che hai una gioia a volte inconcepibile o eccessiva. E Maradona è il calcio e Maradona è tutto questo. Maradona è una persona che non dimentica mai da dove viene, quali sono le sue origini, di cui è orgoglioso. Questo è un punto di vicinanza con un movimento sociale come il femminismo, che vuole trasformare il mondo. E Maradona, a modo suo e a volte anche machista, cerca di trasformare il mondo. Quindi, abbiamo più punti in comune che punti di divergenza. Poi, ovviamente, ci sono delle contraddizioni, ma fanno parte della vita e del gioco stesso.

È inconcepibile per me pensare al mondo senza Maradona come è inconcepibile per me pensare al mondo senza femminismo. Quindi, mettere una cosa in contraddizione con l’altra, come se essere una femminista non ti permetta di amare Maradona, non è il femminismo che mi piace o a cui voglio partecipare. E il femminismo non è nemmeno uno strumento che utilizzo per trasformare la mia vita e quella di chi mi circonda: semplicemente, lo strumento per un mondo più giusto dove non ci sono né oppressi né oppressori. E Maradona ne ha molto. Amo Maradona, sono femminista, lesbica, vengo da Buenos Aires e amo il mio paese. Sono una peronista e ho odiato i 10 anni di Menem. Io sono tutto questo, come accade alla maggior parte di noi: siamo un mare di contraddizioni che ci fa essere vive e non solo per mangiare dormire e guardare la tv, ma per bruciare e cambiare tutto come ha fatto Diego in tutti i suoi anni da giocatore e come fa anche oggi, nel giorno del suo sessantesimo compleanno».

Essere una femminista significa dover cancellare le nostre storie, i nostri viaggi, ciò che una volta ci faceva vibrare per l’ emozione? Ro Ferrer è una comunicatrice, illustratrice e fumettista e aggiunge il suo sguardo: «Chi sarei stata senza il pugno alzato di Diego, il pianto sconsolato, la costruzione di una spiritualità della squadra e della gente … senza il cuore a mille quando i muscoli delle sue gambe si allungavano in quel momento in cui il suo piede toccava la palla e cominciavano a ballare … Sono femminista e convivo con tante contraddizioni, riconoscendo anche gli errori, i miei e quelli degli altri. Mi ha fatto amare il calcio. E lui non è Dio, è un uomo che oltre la gloria, ha avuto e ha ancora miserie; figlio di questa cultura di merda che ti porta in alto e ti schiaccia con la stessa forza, che insegna agli uomini che noi siamo la loro “proprietà privata”, che hanno tutti i privilegi e poche responsabilità oltre a quelle stabilite dagli spazi del potere . Sono una femminista e una maradoniana, perché quando lo vedo, la mia infanzia torna ad abbracciarmi»

.È oro ed è anche fango

Ayelén Pujol è una giornalista sportiva e gioca a pallone. Ci racconta: «Mi interessa il suo calcio e, come è ovvio, il fatto che lui sia sempre dalla parte degli oppressi. Quando l’ho visto giocare e parlare, ho sognato di essere come lui: sfondare in campo, emozionarmi all’idea di segnare come faceva lui con il sinistro, e poi uscire e dire le cose che diceva. È un creatore, ci ha invitato a pensare a mondi nuovi e più giusti possibili attraverso il calcio. È oro e anche fango, sia chiaro». E in questo viaggio abbiamo trovato parole che ci hanno affascinato e che hanno innescato la voglia di continuare a pensare.

Come quelle di Maia Moreira, del dipartimento Genere del Lanús Club (di cui è fan) con il suo articolo Maradoniana e femminista: l’ordine dei fattori non cambia il risultato, sul portale “La bola siempre al Diez”, dove ci dice, tra le altre cose: «Ci sono tanti femminismi, per questo mi piace definire il mio femminismo a partire da alcune questioni che considero fondamentali. Una di questi è abbattere quell’assioma che assurdamente segna l’antinomia dell’essere femminista e tifosa di Maradona. […] Come tante altre, costruisco la mia vita intorno ai miei gusti. Amo essere felice pensando che – come ho imparato da Diego e dal femminismo – l’esistenza si interseca con i sentimenti di migliaia di compagne che come me vogliono un mondo migliore e più giusto: un mondo più egualitario. Per me la militanza femminista ha molto a che fare con questo spirito di squadra che ho sempre visto in Diego, nonostante il passare del tempo. Credo che Maradona sia sempre presente in questa miscela che amalgama il popolare e l’accademico e che, non a caso, ha trovato in molte di noi la scusa perfetta: il calcio. Scusa che usiamo anche come strumento per fare in modo che un mondo, di diritti per tutti, diventi realtà. Non voglio come femminista che ci dimentichiamo da dove veniamo, voglio che ci conosciamo e ci accettiamo nelle nostre differenze, che ci muovano sempre le ingiustizie, che ci si metta in gioco sempre come una squadra. E sento dal più profondo che Diego è anche un po’ questo, con tutti i suoi difetti, come lo sono anche io con tutti i miei difetti. El Pelusa ci parla delle sue origini, di quando ha accettato il suo nuovo mondo ma senza mai smettere di metterlo in discussione tutte le volte che lo credeva ingiusto. E continua sempre- e speriamo per sempre- a fare squadra e a regalarci allegria. Diego è un incontro, è il nulla e la gloria che cantato da Patricio Rey, è il popolo».

E terminiamo, non senza augurare buon compleanno al ragazzo per cui abbiamo pregato o acceso candele o fatto i nostri rituali quando la sua vita stava per svanire e migliaia di persone in attesa piangevano in tutto il mondo. Vi salutiamo continuando a pensare e a interrogarci: a volte sbagliamo a volte no e ne paghiamo le conseguenze. Un po’ come lui, che si fa carico dei suoi errori. E condividiamo queste idee perché il nostro femminismo si costruisce nel fango e nella contraddizione; nella collettività e nella celebrazione; nel pianto e nel dolore quotidiano per tutte le ingiustizie. Vogliamo cambiare il mondo tutti i giorni ma, nel frattempo, gridiamo gol e ci abbracciamo.

Questo articolo è stato pubblicato su Dinamopress il 26 novembre 2020

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