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Il consumismo al tempo della pandemia

L’invito a far ripartire l’economia è diffuso insieme allo stigma per gli assembramenti in quelli che fino a ieri erano i templi del consumo. A guadagnarci sono i giganti del web. Occorre ripensare a cosa e perché si produce

C’era una volta, una quindicina di anni fa, Slavoj Žižek. Lo Slavoj Žižek teorico spiazzante, che scriveva analisi interessanti, corpose e provocatorie sul capitalismo in trasformazione. Lo Žižek de Il Grande AltroIl godimento come fattore politico, e soprattutto del suo capolavoro, Il soggetto scabroso. In questi libri si definiva la tesi fondamentale di Žižek sul capitalismo postmoderno o ipermoderno.

La «civiltà», per Freud, era basata sulla limitazione pulsionale, sul contenimento degli istinti, e sulla fatica che ogni individuo doveva fare per garantire attraverso questo contenimento la propria appartenenza alla società e alle sue regole. Esisteva quindi l’Autorità, familiare e istituzionale, che aveva il ruolo fondamentale di indicare e sorvegliare la via di questo assoggettamento necessario. L’autorità era repressiva, tradizionale, verticale, visibile, incarnata, tendenzialmente autoritaria, racchiusa simbolicamente nella figura del Padre, «colui che dà la legge», colui che reprime, indica, punisce, premia, ma nello stesso tempo, grazie a questo ruolo, regala l’ingresso nel mondo.

Tutto questo, secondo Žižek, veniva spazzato via dal «capitalismo del godimento». Se la legge autoritativa della prima modernità era «non devi godere» (almeno non troppo, e non incompatibilmente con l’ordine sociale tradizionale), quella della seconda modernità diventa «devi godere». Il capitalismo – da meccanismo di contenimento degli istinti finalizzato alla produzione e alla costruzione dell’ordine civile – diventava un meccanismo di scatenamento e moltiplicazione degli istinti. Un capitalismo che impone il godimento attraverso i consumi, e che non solo non pone limiti, ma li travolge travolgendo come stantia, passata e triste l’idea stessa di limite, replicando così nella soggettività individuale la tendenza economica all’accumulazione infinita (in questo caso di piaceri, esperienze, divertimenti). Il Padre ora dice «devi godere»: devi divertirti, provare, sperimentare, raccogliere ogni occasione di espansione del tuo book di istinti realizzati, ampliare il tuo catalogo di desideri concretizzati, fantasticare su nuovi desideri, realizzarli, incastrarli tra loro in forme inedite che come risultato daranno un’identità personale sempre mossa e in espansione. «Devi godere»: dicendo così, il padre smette di essere Padre e diventa uomo tra gli altri, piccolo, debole, desiderante, senza Legge, anch’egli infrattore di leggi, rete distesa a catturare piaceri, «soggetto scabroso». 

Insomma, il capitale postmoderno era scatenamento istintuale. Non solo per Žižek. In fondo qui Žižek, con grande originalità, raccoglieva anche quello che da due decenni era il mainstream sociologico, che sosteneva che il consumo fosse diventato dominante rispetto alla produzione, che l’ordine normativo stesse crollando, che l’autorità paterna era tornata al creatore, che i generi sessuali stavano diventando un meta-genere unico perché la mega-macchina dei consumi tutto uniformava, le identità, le appartenenze, le limitazioni, i confini, i territori, e che solo Sovrano era l’individuo, le leggi non esistevano più e l’autorità nemmeno: l’ordine sociale si costituiva così indirettamente, attraverso il piacere e la libertà, non più attraverso il comando. La società normativa e repressiva era finita, perché al capitalismo del consumo serviva l’individuo sovrano anarchico consumatore teso alla massimizzazione del profitto (o rendita, per i privilegiati) del piacere. 

Addio al vecchio Freud, il suo mondo era inesorabilmente declinato insieme al vecchio Edipo, scalzato da Narciso. La colpa diventa non godere, non tentare l’oltrepassamento simbolico del confine edipico, non cercare di forzare le serrature del limite: era questa colpa a disegnare un individuo mancante, marginale, esausto, escluso, esterno alle norme sociali e quindi pericoloso portatore del rischio del nulla e del vuoto, da stigmatizzare, evitare e isolare. La vecchia colpa – l’infrazione della legge, dell’autorità, dei limiti e delle differenze – diventa invece l’Ideale, il vecchio Ideale dell’Io, anch’esso come il Padre seppellito e deprivato di maiuscola, esploso nei mille pulviscoli del desiderio senza cornice, troppo umano.

 

La fine del «capitalismo del godimento»?

Che ne è di questo «capitalismo del godimento», nell’epoca della pandemia e dei lockdown dichiarati e non dichiarati, negati e reiterati? I giornali e il governo – e pezzi di economia e società gli uni contro gli altri – attaccano e stigmatizzano il sovrano gaudente, l’individuo nell’atto di disporsi a essere meritevole del piacere o in quello di protrarre il più a lungo possibile una vita attivamente inserita nel mondo dei consumi e delle possibilità. Media, governi e pezzi di economia e società stigmatizzano ora l’individuo che hanno sponsorizzato fino a pochi mesi fa: l’individuo che corre solitario (il runner), che cammina a diverse velocità (passeggiatore e/o passeggiatore con cane, anch’esso, il cane, fino a poco fa suggerito come migliore amico, strumento di salute per anziani e pet therapy per tutti), che beve degli aperitivi dentro la giostra di quella perdizione urbana infernale chiamata Movida, che consuma e si attarda nei bar, balla e conquista e si apparta in discoteca, si assembra nei party, scolpisce, cesella o dimagrisce il proprio fisico in palestre o corsi aerobici o tecniche cardio con dispositivi digitali di auto-misurazione, auto-competizione comunitariamente condivisa e quantificazione solipsistica del Sé, si distrae al cinema e a teatro, va al ristorante e organizza cene per officiare il grande rito della celebrazione del Cibo come Arte, Cultura e collante dell’identità nazionale riprodotto in decine di trasmissioni televisive di cucina alta bassa e media, presenzia a fiere, convegni e congressi per aumentare il proprio impact factor sociale, perché il capitale sociale è – veniva detto – quanto di più importante possa accumulare l’individuo sovrano ai fini della realizzabilità di desideri e ambizioni, perché non esiste X factor senza impact factor.

Stigmatizzano ora, i media, i governi e un pezzo di economia e società, lo stesso individuo che hanno cercato di modellare, quello che è o cerca di essere o restare Giovane, pulsionale, desiderante, in cerca di esperienza e socialità attraverso il piacere o di piacere attraverso esperienza e socialità. Tutto questo, fino a qualche mese fa, dovevamo farlo, ci diceva il Grande Altro zizekiano, l’autorità invisibile del padre gaudente decaduto, la legge non scritta dell’appartenenza sociale, il tessuto tutto dello Spettacolo e della propaganda permanente della merce, l’ingiunzione (sostenuta dai media che oggi la stigmatizzano, magari sostenendola ancora nella colonna destra delle loro home page) di farsi individui performanti che desiderano e sono degni di essere desiderati. 

Quello che dovevamo fare, adesso, non dobbiamo più farlo, ci dicono a settimane alterne i media e i governi locali, regionali e nazionali. Dicono, con i rinnovati toni del Padre, che in queste forme del godimento c’è l’origine della diffusione del virus, e che giusta etica è quella dell’auto-contenimento (dei cittadini) e dell’eroico sacrificio e martirio (di operatori sanitari e lavoratori). 

Dunque che ne è ora del capitalismo del godimento? È sospeso? È finito sotto i colpi della rivincita del Padre? Era una patina che nascondeva la permanenza di autorità verticali mentre mimava l’orizzontalità e la libertà? Era un insieme delle due cose, di cui una veniva nascosta? L’inscenamento della libera orizzontalità era una geniale invenzione funzionale ad affermare una rinnovata, ma silenziosa e invisibile, verticalità ordinatrice? Il dominio del consumo sulla produzione si è reinvertito oppure non c’è mai stato, e la produzione non ha mai cessato di essere il momento dominante del processo economico?

 

La trasformazione del consumismo dentro la pandemia

Potremmo affermare di essere dentro una fase di transizione del sistema produttivo, con enormi conseguenze geopolitiche, economiche e sociali. Gli stessi modelli di consumo mutano e si ridefiniscono, lontani dal segnalare un ethos meno edonista e consumista. 

Il capitalismo e le sue élite non controllano tutto, né tanto meno sono un corpo unitario e omogeneo. In questa fase, nonostante l’enorme potere materiale e simbolico della sfera economico-produttiva, le esigenze dell’accumulazione hanno dovuto mediare dialetticamente con l’esigenza politica e sociale di proteggere la società attraverso l’adozione di misure di distanziamento. Alcuni modelli di consumo e produzione si sono scontrati con gli effetti del distanziamento, producendo cortocircuiti retorici e conflitti di potere, come l’invito a consumare per far ripartire l’economia diffuso insieme allo stigma per gli assembramenti nei templi del consumo. Altri settori e segmenti produttivi, invece, hanno rafforzato la propria tendenza egemonica grazie alle conseguenze del Covid, offrendo già da tempo un modello di consumo compatibile con l’attuale situazione. 

La straordinarietà della situazione ha determinato il rafforzamento dei «Giganti del Websoft» (web e software), ovvero quelle hub di servizi online, dall’e-commerce al gaming, passando per i social media e le App multimediali fino ad arrivare allo streaming. Un mercato oligopolistico, sempre più tendente alla concentrazione e al monopolio, dove ventuno grandi compagnie, per la maggior parte statunitensi (14) e cinesi (6), come Amazon, Microsoft, Google, Alibaba, Facebook, Nintendo, Oracle, Netflix e le altre, hanno moltiplicato i loro profitti contribuendo a un ulteriore processo di ristrutturazione sociale e politica. 

Le Websoft sono anche accomunate dal fatto di collocare la propria sede legale in paradisi fiscali (esteri, come le Cayman, e interni, come lo stato del Delaware negli Usa, in cui hanno sede tutte le più grandi multinazionali Usa del settore a parte Microsoft), rivelando come il settore in ascesa del sistema produttivo attuale sia una sorta di enorme piovra che estrae plusvalore dalla nostra socialità, alimenta sistemi di sfruttamento antichi basati sul cottimo senza restituire nemmeno un’esigua parte dei propri profitti in termini di trasferimento fiscale. 

Le nervature algoritmiche dei social media alimentano la fisionomia della sfera pubblica, strutturano una parte sempre più corposa delle relazioni sociali e delle dinamiche comunicative. Il godimento può essere ostentato e messo in scena attraverso la vetrinizzazione dell’Io offerta dai social, dove l’accumulazione di capitale sociale può avvenire attraverso avatar internautici riconosciuti da comunità incorporee. I modelli di consumo si fanno maggiormente individualizzati oppure, quando collettivi, delegano all’intermediazione delle piattaforme una socialità de-umanizzata e incorporea. Per il resto si può continuare a consumare comodamente da casa.

In presenza di una pandemia veicolata dai contatti sociali e senza un vaccino, la limitazione parziale dei contatti fisici è comprensibile e condivisibile. Tuttavia, alla luce delle evidenze empiriche di questi mesi, cinema e teatri sembrano posti infinitamente più sicuri di un centro commerciale, ma sono stati i primi a essere chiusi. Quest’ulteriore stretta, inserita nel contesto di ipertrofia economica e sociale dell’industria dell’intrattenimento online, potrebbe determinare effetti strutturali difficilmente reversibili. Inoltre, le conseguenze culturali ed economiche della pandemia potrebbero determinare una ristrutturazione del mondo della distribuzione sbilanciato verso i grandi oligopolisti del settore, soprattutto online, determinando la chiusura di migliaia di piccoli esercizi economici e alimentando un terremoto sociale. 

Se guardiamo alle proteste di queste settimane, per esempio, al netto di qualche maldestro tentativo di strumentalizzazione di un’estrema destra molto più presente sulla bocca degli opinionisti che nelle stesse proteste, queste si configurano come la manifestazione dell’insicurezza e del disagio di ampi settori della popolazione che rischiano di essere cancellati da questa grande trasformazione. 

L’Italia è il paese d’Europa con il più alto tasso di lavoratori autonomi. Molti piccoli commercianti e ristoratori dopo anni di condizioni materiali e uno status da classe media agiata, anche grazie allo sfruttamento di mano d’opera in nero e/o scarsamente retribuita, vedono un futuro minacciato dalla chiusura delle attività e dall’incertezza economica. Assieme a questi, soprattutto nei contesti maggiormente segnati dall’economia informale e dalla precarietà, una moltitudine di figure, molto diverse per capitale culturale e traiettoria (dai lavoratori del terziario dequalificato a quelli dello spettacolo e della cultura) vedono amplificata la loro situazione di precarietà e insicurezza strutturale. Nessun reddito all’orizzonte, totale insicurezza mentre continuano le spese. Una voragine sociale esclusa dai modelli di godimento e consumo, a cui mancano le rose ma soprattutto il pane. 

 

Economia contro vita oppure riprendersi l’economia per garantire la vita?

L’economia, intesa come produzione di beni e servizi funzionali alla riproduzione sociale e materiale, è indissolubilmente legata alla vita. I modelli di consumo e produzione sono variabili fondamentali del gioco identitario e della nostra sussistenza materiale. Nella pandemia troppo spesso abbiamo rappresentato la frattura sociale principale come uno scontro tra interessi economici e tutela della vita. Questa rappresentazione rischia, però, di essere fuorviante. Non ha alcun senso contrapporre economia e vita: la prima, necessariamente, risulta fondamentale per la seconda. 

La sfera economica produce potere sociale, condizioni di subalternità e di dominio, inclusioni ed esclusioni dai modelli di consumo principalmente determinati dalla posizione nella produzione capitalista e consolidate o attenuate dalle politiche istituzionali. Quando si parla di economia si indica un complesso di situazioni caratterizzate da un’estrema diseguaglianza e una profonda antinomia degli interessi. Come abbiamo visto, per i «giganti Websoft» la pandemia è stata un terno al lotto mentre per la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici si è aperta una fase di enorme insicurezza economica. Il problema diviene riappropriarsi dell’economia, eticizzarne i fini e imporre il tema di un sistema produttivo al servizio delle necessità umane. 

Milioni di cittadini temono un nuovo lockdown perché si sentono socialmente ed economicamente scoperti da qualsiasi protezione, dopo la precedente esperienza. Loro non sono uguali ai loro padroncini che non vogliono il lockdown per mantenere i loro profitti, ma equiparandoli a questi padroncini si rischia di riprodurre retoricamente un’uniformazione sociale che non esiste. Bisogna ribadire che l’economia si può controllare e mettere al servizio degli obiettivi sociali e comunitari: non economia-contro-vita ma economia al servizio della vita.

Certo, per fare questo bisogna ragionare seriamente sulla geografia dei poteri esistenti ponendosi l’obiettivo di un nuovo protagonismo popolare attraverso la programmazione economica e sociale. L’enorme capacità di calcolo e previsione al servizio di Websoft, big data e algoritmi finalizzati alla profilazione individualizzata di miliardi di consumatori devono essere messi al servizio dell’edificazione di una società egualitaria, incastonata negli equilibri ecologici. Per fare questo la riconquista dello stato, l’idea di un campo geopolitico e internazionale come prodotto della ricostruzione di una forza politica diffusa diviene la condizione necessaria, se pur non sufficiente, di un programma socialista credibile.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia il 16 novembre 2020

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