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Libia, nuovi naufragi muoiono 94 migranti

Davanti le coste libiche. L’Oim: «900 morti dall’inizio dell’anno»

Si continua a fuggire dalla Libia e si continua a morire nel Mediterraneo. Dopo il naufragio di mercoledì al largo di Sabrata dove, nonostante l’intervento della ong spagnola Open Arms, hanno perso la vita sei migranti tra i quali un neonato di sei mesi, ieri almeno altre 94 persone sono morte in due diversi naufragi avvenuti davanti alle coste libiche. A darne notizia sono state l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e Medici senza frontiere che riportano le testimonianze raccolte dai loro operatori presenti nel Paese nordafricano.

Il primo gommone si è rovesciato al largo della città di Khums. L’imbarcazione trasportava 120 migranti, tra i quali anche donne e bambini. Quarantasette sopravvissuti sono stati recuperati dalla cosiddetta Guardia costiera libica e da alcuni pescatori. «Si tratta dell’ultima di una serie di tragedie che hanno coinvolto almeno altri otto naufragi nel Mediterraneo centrale dal primo ottobre», ha denunciato l’Oim. «La perdita di vite umane nel Mediterraneo centrale è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale del mondo», ha aggiunto il capomissione dell’Oim in Libia, Federico Soda.

Per l’Organizzazione sono 900 le persone che solo quest’anno hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa «alcune a causa dei ritardi nel salvataggio», mentre più di 11 mila sono state riportate nel Paese nordafricano mettendole – denuncia sempre l’Oim – a rischio di dover affrontare violazioni dei diritti umani, detenzione, abusi e tratta di esseri umani».

Altri venti migranti sono morti invece nel secondo naufragio denunciato da Msf, il cui staff a Soman ha assistito tre donne sopravvissute alla tragedia. «Sono state tratte in salvo da pescatori locali e sono attualmente in stato di shock e terrorizzate dopo avere visto i loro cari scomparire tra le onde e morire sotto i loro occhi», ha scritto Msf in un tweet.

Intanto Open Arms ha deciso di rendere pubbliche le immagini della disperazione provata dalla mamma di Joseph, il piccolo di sei mesi morto nel naufragio di mercoledì. «Ho perso mio figlio, ho perso mio figlio. Dov’è mio figlio, Dov’è mio figlio?» urla la donna che tenta di buttarsi in acqua dal gommone sul quale si trova e viene fermata dai volontari impegnati nei soccorsi. Una scelta difficile quella fatta dalla ong spagnola: «Abbiamo riflettuto se fosse il caso di mostra il grido del naufragio, il dolore e la disperazione», hanno spiegato. «La madre di Joseph era disperata perché suo figlio le era sfuggito dalla mani. Abbiamo deciso di rendere pubblico quello che accade in quel tratto di mare perché i nostri occhi non siano i soli a vedere e perché si ponga fine a tutto questo subito».

Dopo averlo salvato dal mare, i soccorritori hanno portato Joseph a bordo della nave dove i medici di Emergency sono riusciti a stabilizzarlo. Purtroppo il piccolo non ha resistito fino all’arrivo di una motovedetta della Guardia costiera italiana che avrebbe dovuto portalo a terra. Un elicottero ha portato il corpo d Joseph e sua madre a Lampedusa insieme a una ragazza di 18 anni incinta. Un’altra neonata di tre mesi e sua madre sono state evacuate e portate a Malta insieme a un ragazzo di 15 anni arrivato a bordo della nave in arresto cardiaco. Ora sulla Open Arms si trovano 259 persone.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 13 novembre 2020

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