Le proteste napoletane hanno dato vita a un legame sociale

di Diana Francese e Lorenzo Villani /
4 Novembre 2020 /

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La proteste che sono avvenute nei giorni scorsi a Napoli e che tutt’ora si stanno espletando hanno aperto numerose discussioni spaccando gran parte dell’opinione pubblica in dissimili fazioni. Si tratta nella maggior parte dei casi di dibattiti aderenti a una sfera soggettiva come quelli pro o contro la violenza perpetrata nelle strade. Continuare a parlare di ciò a due giorni dalla prima serata di protesta, dopo averla quantomeno metabolizzata, significa continuare a voler piangere sul latte versato. Utilizzare categorie morali lasciandosi prendere dalle emozioni non aiuta a far luce sul perché questa protesta, iniziata pacificamente, si è tramutata in una sterminata polveriera. La pandemia globale che si è abbattuta in maniera feroce sull’Italia ha modificato inequivocabilmente lo stile di vita di ognuno di noi in questi mesi, divenendo di fatto un vero e proprio “fatto sociale totale”, come direbbe il grande antropologo Marcel Mauss.

Un fatto sociale totale è infatti un fenomeno esterno all’individuo che però ha un potere di coercizione talmente alto che quest’ultimo non può esserne completamente indifferente. La maggior parte delle persone si sono adattate ad inserire le mascherine personalizzate nei loro outfit colorati per proteggere se stessi e gli altri, ma reduci da un lockdown che da un punto di vista economico e non solo ha stroncato quasi tutti, si rifiuta una nuova chiusura che non farebbe altro che danneggiare ulteriormente la situazione. Una situazione arrivata al limite nonostante si sapesse la pericolosità di una seconda ondata la quale richiedeva dei piani di sicurezza ben precisi e dei fondi investiti in maniera differente.

La protesta in particolare, può essere definita come un fatto sociale alla Durkheim e proprio secondo la sua definizione sociologica, urge in primis capire quali siano state le possibili cause che hanno portato a ciò, poiché un fenomeno deriva sempre da altro. L’annuncio repentino di una richiesta di chiusura totale in Campania ha preso tutti alla sprovvista e ciò non ha fatto altro che far degenerare il già presente malcontento popolare in esasperazione pura.  Non è facile in condizioni normali vivere in una regione in cui si ha un tasso di criminalità alto, che sfiora le 134mila denunce l’anno1 (per non parlare di tutti i reati che non vengono nemmeno denunciati), che ha un tasso di sovraffollamento delle carceri2 del 133% e una sanità insoddisfacente. Figuriamoci in condizioni avverse quali una pandemia globale, che impoverisce ancora di più chi è già di per sé povero e che lo incanala spesso e volentieri verso questo circolo vizioso quale la criminalità.

Urge così analizzare quello che è il tessuto sociale che compone le proteste di questi giorni, ed è proprio in base alla varietà di persone componenti che capiamo che il Covid ha colpito veramente tutti e tutte: adolescenti, commercianti e anche gli stessi affiliati alla criminalità. Gustave Le Bon nel suo libro La psicologia delle folle priva queste ultime di capacità critica, affermando la prevalenza della mediocrità in situazioni del genere. Questa visione, a nostro parere alquanto semplicistica, non fa altro che ritenere l’individuo un elemento passivo della folla. In realtà l’individuo è mai come oggi attivo, denunciando forte e chiaro una situazione insostenibile da anni che il governo attuale non riesce ad alleggerire. Mascherare la realtà napoletana con la pura estetica del Vesuvio, del mare o della pizza, (indignandosi come bambini appena nati per la violenza perpetrata quando ormai questa fa parte della realtà sociale napoletana da anni) non serve se non a mentirsi sul reale stato delle cose: ossia che la Campania ha una percentuale della popolazione a rischio povertà del 40% e che ormai non tutti la pizza possono permettersela.

Ai fini di un’analisi sociale che prenda in considerazione una prospettiva quanto più ampia possibile, i fatti di venerdì vanno analizzati in rapporto al contesto politico in cui sono inseriti, alle decisioni che non sono state adottate alle misure di assistenza che anche questa volta risultano non pervenute.

La domanda da porsi, una delle, non riguarda la camorra, Forza Nuova o De Magistris dalla Annunziata. L’interrogativo principale verte sulle reali condizioni e le motivazioni che hanno portato la gente in piazza.

Si possono dedurre molteplici fattori che risultano centrali poi per capire la fisionomia del nostro sistema economico-politico e le contraddizioni insite nelle dinamiche del nascente conflitto sociale.

Innanzitutto, uno degli elementi più interessanti risiede nell’atteggiamento che la classe politica ha adottato nei confronti dei manifestanti.

L’intero panorama politico, liberale e istituzionale, da destra a sinistra, si è limitato a condannare i fatti di Napoli senza neanche provare a comprenderne le motivazioni. Tale variabile discriminatoria è paradigmatica ai fini di un’analisi sociale che abbia come oggetto tutti quei settori che fuoriescono dai radar di interesse da parte della classe dominante. Il riduzionismo aprioristico al mero e semplice vandalismo denota la più esplicativa manifestazione di classismo ai danni di chi versa in situazioni di drammaticità sul fondo della nostra desolante piramide sociale.

Ma ciò non basta. Il tentativo di costituire una relazione funzionale fra il manifestante e i settori criminali della città è palese sinonimo di esclusione sociale. La tendenza a porre le voci della contestazione all’interno della stessa area della criminalità organizzata descrive bene l’orientamento che il sistema politico e mediatico intende adottare nel rapportarsi ai nascenti focolai di lotta e rivendicazione nel nostro Paese.

Trattasi di esclusione perché, in assenza di qualsiasi strumento di risoluzione di tali criticità, appare chiara la volontà di dare vita ad una nuova polarizzazione. Una distinzione, cioè, che abbia come suoi estremi i buoni e i cattivi. Coloro che assecondano e coloro che vandalizzano.

Che poi, alla fine, l’atteggiamento in sé altro non è che il coronamento del processo e della concezione democratica di un’intera classe politica che, al di là del dibattito pubblico, si palesa quotidianamente concorde all’unanimità in materia di gestione sociale: il cittadino è tale solo se inserito nell’elettorato in un contesto quindi di campagna elettorale. L’individuo perde i diritti legati alla sua cittadinanza se inserito in una folla impegnata nell’espressione del proprio dissenso: in quel caso è un camorrista, un fascista, un vandalo.

Ma chi era presente in piazza venerdì?

Le donne che fanno le pulizie a nero nei quartieri borghesi per 20 euro al giorno. C’erano i lavoratori del campo dell’edilizia e dei cantieri abusivi. Giovani occupati nel settore della ristorazione e dipendenti all’interno del settore del commercio.

Coloro, cioè, sui quali peserà l’imminente crisi economica. Coloro che vengono quotidianamente relegati ai margini di un sistema che non li nota perché non intende farlo. Coloro che, venerdì, hanno generato una controparte che si dichiara insoddisfatta del trattamento che gli è stato riservato.

Le piazze di Napoli venerdì hanno visto tale moltitudine rendersi partecipe di una rivendicazione che nella sua essenza è andata ben oltre il dissenso a breve termine. Tale maggioranza ha espresso con forza la sua esistenza.

L’esistenza di tale moltitudine è però stata ridotta ai minimi termini, con la complicità di un sistema informativo carente nella descrizione oggettiva dei fatti.

Qualsiasi critica sociale e ogni oggettiva messa in discussione dei rapporti di forza è stata soffocata da una normalizzazione assordante.

Su tale versante la questione appare assai contraddittoria. Trattasi di una comunicazione unidirezionale che trova come suo coronamento una narrazione mediatica che si dirige verso ogni segmento del tessuto sociale. Narrazione che, in tale occasione, manifesta tutte le contraddizioni strutturali che investono il suo apparato. Il sistema informativo, infatti, dall’origine dei fatti di venerdì, scandisce la sua programmazione orientandosi lungo due poli differenti. Il primo si palesa essere quello della regia occulta” e degli attacchi preordinati“, in riferimento dunque a ipotetici e specifici organizzatori responsabili di un certo piano direttivo. Il secondo si orienta verso il tradizionale kit di pregiudizi e luoghi comuni sul meridione; segno di settori della nomenclatura giornalistica che male hanno digerito l’unificazione avvenuta più di un secolo fa.

FONTI E NOTE

1. Indice criminalità, classifica de Il Sole 24 Ore, “Napoli 17esima in Italia “L’indice della criminalità”, Il Sole 24 Ore

Si veda anche: https://www.napolitoday.it/cronaca/classifica-sole-24-ore-criminalita-2019.html

2. Campania seconda regione in Italia per numero di detenuti: a Poggioreale sovraffollamento record  “I dati diffusi dal Garante dei detenuti: la percentuale del sovraffollamento delle carceri campane è del 133%, seconda solo a quella della Lombardia“

Si veda anche: https://www.napolitoday.it/cronaca/sovraffollamento-carceri-campania-dati.html

3. Dati Eurostat, 2020

Questo articolo è stato pubblicato su Effimera il 27 ottobre 2020

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