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Le Case delle donne sono un bene comune

La recente presa di posizione del Senato in favore della Casa Internazionale delle Donne di Roma è un passo importante per il lavoro di contrasto alla violenza di genere. Ma la strada per un riconoscimento delle politiche femministe è ancora lunga.

I movimenti per i diritti delle donne degli anni Settanta hanno portato a maturare un frutto prezioso: le Case delle Donne. Testimonianze dell’efficacia delle politiche inaugurate a partire da quei bisogni incarnati che non trovano risposte all’interno delle nostre società, sono oggi fondamentali per il supporto delle donne in ogni ambito della loro esistenza. 

«Se infatti i luoghi delle donne sono stati in un primo momento le piazze o le case private, il consolidamento delle pratiche ha rivelato l’esigenza di fondare dei luoghi pubblici “stanziali”» scrive l’etnografa Maria Livia Alga nel capitolo che apre la raccolta del numero speciale di MeTis Allargare il cerchio, pratiche per una comune umanità, uscito a giugno per Progedit e di cui è la curatrice insieme a Rosanna Cima. Nella sua analisi Alga ci ricorda come si sia così permessa «l’inaugurazione di un nuovo posizionamento politico delle donne, perché, grazie e attraverso le relazioni instaurate in questi luoghi con altre, è diventato possibile negoziare diversamente i propri bisogni e la propria esistenza simbolica non più da sole, non più soltanto oppresse». 

Il ruolo delle Case delle Donne, che lavorano in sinergia con i centri antiviolenza, quando non lo sono esse stesse, è difficilmente sostituibile da semplici servizi, ma molte amministrazioni, che nell’ultimo periodo stanno intralciando in vari modi le loro attività, faticano a capirlo. 

La situazione della Casa Internazionale delle Donne di Roma è ormai simbolica: dal 2018 è stata revocata la convenzione in quanto la Casa non ha potuto pagare il canone fissato dal comune, perché troppo elevato. Il debito è stato persino aggiornato a un milione di euro senza che mai venisse riconosciuto non solo il valore sociale ma anche economico dei servizi prestati al suo interno, né le spese di manutenzione che la Casa ha sempre sostenuto. Dopo il recente voto del Senato che ha finalmente attribuito 900.000 euro alla Casa, si attende che il comune ripristini la convenzione.

«Il complesso demaniale del Buon Pastore in cui ci troviamo ha una destinazione vincolata a progetti per la difesa dei diritti delle donne» racconta Maura Cossutta, presidente della Casa Internazionale delle Donne, «eppure sono ormai due anni che il comune continua a trattarci come inquiline morose, senza capire minimamente la natura della nostra esistenza». 

La Casa è attraversata ogni anno da circa 30.000 donne, alle quali offre gratuitamente, grazie a 38 associazioni, tutela in caso di violenza, discriminazione e razzismo, supporto su libera scelta nella salute riproduttiva e autodeterminazione; consulenze psicologiche e legali, formazione al lavoro, sostegno alla maternità e numerose attività culturali. Il centro è anche sede dell’importante archivio di storia delle donne dell’Udi, uno dei maggiori in Europa e tutte le attività sono in rete con i centri antiviolenza e le case rifugio. Al suo interno opera Donne in Rete contro la violenza (D.i.Re), che raccoglie i centri non istituzionali che affrontano il tema della violenza maschile come risultato della disparità di potere tra generi.

Lo scorso 8 marzo l’associazione ha lanciato la campagna Violenza sulle donne. In che Stato siamo? per mettere in evidenza le mancanze da parte dello Stato italiano nell’applicazione della Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza e la discriminazione nei riguardi delle donne. Il report del Gruppo di esperte del Consiglio d’Europa (Grevio), incaricate di monitorare e valutare l’efficacia delle politiche dei singoli paesi nel contrasto alla violenza, trova che ancora, nonostante l’adozione di alcune importanti misure come la legge sullo stalking, «le basi dell’uguaglianza di genere incontrano resistenza in Italia». Il Grevio ha sottolineato l’importanza di politiche che promuovano l’empowerment femminile, riconoscendo che nel nostro Paese i servizi per le vittime sono principalmente offerti dai centri non istituzionali.  

Il clima culturale e sociale, fatto di stereotipi e pregiudizi sul ruolo della donna, fa sì che il numero dei femminicidi non diminuisca e, fa notare D.i.Re, «le donne che denunciano la violenza non ottengono misure di protezione efficaci, non sono credute nelle aule dei tribunali e rischiano di perdere i figli nelle cause di separazione». Ed è proprio qui che agiscono le Case delle Donne. 

«Quando abbiamo pensato di aprire la Casa nella nostra città, volevamo creare uno spazio di confronto libero, in cui l’aiuto fosse prossimale, di alleanza fra donne» racconta Valentina Galluzzi della casa delle Donne di Terni, i cui spazi sono oggi minacciati dalla giunta leghista, che ne vorrebbe la riassegnazione. «Dal punto di vista tecnico noi offriamo un servizio di bassa soglia» spiega Claudia Monti, anche lei operatrice della Casa di Terni «lavoriamo molto sull’accoglienza, in maniera anche non specifica. Capita spesso che vengano delle donne anche solo a chiedere informazioni per fare un’attività come lo yoga o il laboratorio di sartoria e poi pian piano viene fuori che invece hanno bisogno della legale e ci si ritrova a fare un colloquio di sportello».


«Per noi il primo approccio è fondamentale» le fa eco Manuela Ulivi, presidente della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, che al suo interno ospita una casa rifugio per coloro che scelgono di allontanarsi dal violento. «Le operatrici che lavorano con noi si sottopongono a una preparazione lunga e accurata, perché ci sono tante cose da valutare. È molto importante che le donne che vengono non si sentano giudicate ma accolte, affinché si instauri una relazione di fiducia che permetta loro di parlare tranquillamente». Ecco perché La Casa di Milano ha fortemente rifiutato la richiesta da parte della Regione Lombardia di fornire il codice fiscale di chi accede ai colloqui, una pratica che andrebbe contro l’anonimato che invece le attiviste assicurano.  

Si capisce come questo lavoro fatto di sfumature si costruisca solo sul campo, proprio perché frutto di riflessioni individuali e collettive che mettono in discussione il rapporto fra sessi a partire dal soggetto principale su cui si gioca la partita delle libertà e dei bisogni: il corpo femminile. Purtroppo però, o forse proprio a causa della sua radicalità, il lavoro sulle cause strutturali della violenza affrontato nelle istanze femministe, alla cui base si trovano gli stereotipi cristallizzati di una cultura che non riesce a promuovere una reale parità di diritti tra uomini e donne, è spesso ostacolato e sottovalutato. 

Ne è un esempio Lucha y siesta, casa rifugio e centro antiviolenza nato dai movimenti delle donne più di undici anni fa nel quartiere Tuscolano di Roma e che «rappresenta un modello di cittadinanza attiva, un esempio di solidarietà sociale e una proposta civile e culturale che va ben oltre la missione antiviolenza» come si legge nel comunicato del comitato Lucha alla città, nato in difesa della Casa. Lucha rischia infatti ormai da molti mesi il distacco delle utenze e lo sgombero dai locali di proprietà Atac, che dovrebbero essere venduti entro il 2021. 

«Oltre a sopperire al problema di ospitare le donne che si sottraggono a situazioni di violenza, Lucha è un presidio territoriale che fa un lavoro continuo di contrasto, prevenzione e sensibilizzazione» spiega Michela Cicculli, attivista di Lucha y Siesta. «Se l’accoglienza è fondamentale, è poi la rete sociale che ti permette di non rimanere isolata, di trovare un lavoro, di fare un corso di formazione o di farti delle amiche. Quindi chiudendo la struttura non si perdono solo posti letto, ma un polo culturale e sociale che offre un’attività fondamentale». 

Il coinvolgimento delle attiviste, che svolgono quasi tutte lavoro volontario, è segnato da percorsi che partono dal profondo del proprio privato, che si arricchisce dello scambio con le altre e da cui si dipana un processo decisionale totalmente, visceralmente partecipato. 

È questo approccio motivato dal vissuto che ha portato importanti risultati, come spiega Anna Pramstrahler, volontaria della Casa delle Donne di Bologna, la prima nata in Italia negli anni Ottanta sull’esempio di quelle già esistenti in Nord Europa e che è anche casa rifugio: «In questi anni è cambiata molto la percezione della violenza, che in passato era un tabù. Quando abbiamo presentato il nostro progetto in consiglio comunale, il pensiero dominante era che non sarebbe mai servita una cosa del genere in una città emancipata come Bologna. Invece appena abbiamo aperto sono arrivate moltissime donne, dimostrando il bisogno di raccontare il fenomeno in ombra della violenza domestica».

L’attività incessante dei centri, che subito si sono messi in rete per lavorare insieme su tutto il territorio italiano, ha fatto sì che oggi le donne denuncino molto prima e che ci sia una maggiore consapevolezza del problema nell’opinione pubblica.«Attenzione però» mette in guardia Pramstrahler «per cambiare la società in modo profondo è necessario che gli autori della violenza, gli uomini, abbandonino il modo arcaico di intendere le relazioni: una pericolosa gabbia per loro sessi e per chi gli sta accanto, alimentata da un cultura che continua a proporre un modello maschile vincente solo se ha le donne ai suoi piedi. Il miglioramento c’è stato, ma c’è tanto ancora da fare».

«La strada del riconoscimento del nostro valore è stata aperta e noi ci batteremo perché si arrivi fino in fondo, affermando la possibilità di avere in gestione il patrimonio pubblico in comodato d’uso gratuito, aiutando le associazioni e i luoghi delle donne a superare l’emergenza provocata dal Covid19 e riconoscendo il valore di bene comune dei luoghi delle donne femministi» si legge nel comunicato diramato dalla Casa delle Donne di Roma all’indomani del voto al Senato, aggiungendo come il riconoscimento sia ancora parziale «perché non affronta e non risolve la situazione di tutti i luoghi delle donne e di tutte le associazioni che stanno vivendo da anni situazioni di difficoltà e precarietà» e ricordando che le Case delle Donne sono una ricchezza per tutta la comunità e come tali vanno sostenute.

Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 30 ottobre 2020

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