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La crisi della scuola ieri e oggi. Come la pensava Rodari

Un grande convegno a Roma patrocinato dalle Biblioteche di Roma e poi tante iniziative disseminate nella città che lo aveva adottato. Invece, tra le tante cose di cui il virus ci ha privato, c’è anche la possibilità di riprendere in mano con l’occasione del centenario della nascita, l’eredità letteraria, umana, politica di uno dei più grandi scrittori che abbiamo avuto: Gianni Rodari.

Scrittore, giornalista, intellettuale nel senso gramsciano del termine, tutti e tutte lo abbiamo almeno una volta incrociato nella nostra carriera scolastica, molto più spesso nei primi anni, meno (quasi mai a dir la verità) andando avanti, quando alle sue filastrocche, romanzi, racconti, a personaggi come Cipollino o il Barone Lamberto, la scuola ha sempre preferito quelli di autori più “importanti”, meno legati al mondo dell’infanzia, periodo della vita che invece Rodari scandagliava attentamente, convinto che fosse importante prestargli attenzione, anche quando, crescendo ce la lasciamo alle spalle.

È finita, quella dell’infanzia, per diventare una gabbia (senza che peraltro lui se ne lamentasse più di tanto), nella quale il mondo della cultura e naturalmente la scuola ha finito per sistemarlo, un’etichetta utile quando vai in libreria e vuoi orientarti tra i libri, fascia d’età, genere, casa editrice… “il più grande scrittore per l’infanzia”, e sei liquidato per sempre.

A proposito del rapporto con le case editrici varrebbe la pena riprendere in mano il libro curato un po’ meno di quindici anni fa da Stefano Bartezzaghi che aveva raccolto in volume alcune delle lettere scritte da Rodari al suo editore, Giulio Einaudi. Con stile sempre ironico, alle volte graffiante, Rodari dimostrava la sua sofferenza. Una sofferenza intanto economica, perché gli ingranaggi della cultura editoriale, allora come oggi, stritolavano lo scrittore dentro lungaggini e ritardi che ne condizionavano la quotidianità e obbligavano lo scrittore a esortare Einaudi – “sua eccellenza”, “sire”, “monsignore”, come di volta in volta si dirigeva all’editore – per assolvere i suoi impegni e pagarlo.

Il vil denaro già, premeva anche al nobile Rodari, come d’altronde preme a molti suoi personaggi che hanno il problema di riempire la pancia e sono senza soldi per farlo. Problema che ricchi e padroni non potevano certo capire. Ma forse altrettanto importante era per Rodari quel riconoscimento di cui sentiva la cultura dell’epoca incapace. Troppo più avanti di lui Pavese, Vittorini, Calvino, Moravia, Morante per poter competere con loro. Lui che, unico scrittore italiano, aveva ricevuto il premio Andersen per la letteratura dell’infanzia, venerato nei paesi dell’Est Europa come un divo del cinema, in Italia non riuscì mai a ottenere quello di cui forse più di tutto sentiva il bisogno. Il riconoscimento personale, certo, ma anche quello che le tematiche dell’istruzione, della formazione, del rapporto con l’infanzia e la scuola pensava dovessero avere nel dibattito culturale del nostro paese. Lui, che non badava troppo ad assecondare un piacere narcisistico, un’affermazione personale, di questo ne soffriva, perché soffriva indirettamente nel dover constatare quanto nella cultura del nostro paese ciò che riguardava la fantasia, la creatività, l’infanzia e i bambini, e quindi anche l’educazione e la scuola, non fossero una priorità, e venivano relegati ad ambiti in cui si confrontavano addetti ai lavori, esperti, circoli ristretti, mentre l’attenzione generale della società si rivolgeva ad altri temi, mentre gli intellettuali “seri” si preoccupavano delle sorti del paese, non potendo certo perdere tempo dietro all’infanzia e i suoi bisogni.

Ne soffriva come scrittore, come poeta, come giornalista, certo. Ma ne soffriva molto anche come genitore, come cittadino di un paese che aveva messo le cose sotto-sopra. Poco, troppo poco si è parlato di quel Rodari che, dalla posizione appunto di genitore, pensava di poter dare un contributo al dibattito sul ruolo e la funzione della scuola, di poter esercitare una funzione positiva nei confronti dei suoi colleghi, nell’esercizio di uno dei mestieri più difficili del mondo, quello appunto di genitore.

Dirigeva da un paio d’anni il Giornale dei genitori, di cui aveva ereditato la direzione dopo la morte di Ada Marchesi Gobetti, che lo aveva fondato agli inizi degli anni Sessanta, quando proprio da genitore decise di rivolgersi ai suoi “colleghi” in una celebre lettera pubblicata sul Paese sera. In quella lettera si rivolgeva a chi come lui esercitava la “professione”, provando a farlo “con passione, con sofferenza, con competenza o con leggerezza, e secondo i casi con esasperazione, con disperazione”.

Rodari scrive ai genitori “sudisti”, quelli che come i sudisti americani della guerra civile sono razzisti senza accorgersene, quelli che perseguono una neutralità che in realtà nasconde sempre scelte politiche che approvano lo status quo e complicano il lavoro di chi vuole trasformare la realtà. Provando a esprimere tutte le sue perplessità sulle caratteristiche che stavano assumendo all’epoca le organizzazioni dei genitori, nel tentativo di riformare la scuola e di assorbire al suo interno anche le istanze dei genitori degli alunni, dice che “le condizioni in cui si esercita il mestiere di genitore sono tanto diverse da impedire che un discorso valga per tutti. Per esempio, se parliamo di scuola, è quasi impossibile trovare una piattaforma comune tra il padre contadino delle Puglie o un manovale del Tufello e il padre industriale di Torino, professionista di Milano, burocrate capo di Roma”. A fronte di una sempre più diffusa e insistente volontà di fondare “partiti di genitori”, Rodari oppone la chiarezza della scelta ideologica e politica, che rende idee divergenti di scuola incompatibili tra loro. “Tra il genitore che ritiene suo dovere principale educare il figlio al culto delle memorie della Repubblica sociale italiana e quello che pone al di sopra di tutto la devozione a Santa romana chiesa; tra quello che vuole preparare il figlio a farsi una posizione e quello che vuole soltanto, se ci riesce, aiutarlo a farsi una testa per ragionare, il dialogo è difficile, quasi impossibile”.

Certo, sarebbe stato utile che all’interno della scuola le diverse componenti avessero trovato un luogo dove confrontarsi, dove stabilire una dialettica tra posizioni diverse, ma certo Rodari non “vedeva come un’associazione di persone socialmente, ideologicamente e politicamente eterogenee possa proporsi, di fronte alla scuola fini comuni”. Il rischio, quello appunto di perseguire una convergenza illusoria, o ancora peggio, un superficiale e inutile accordo inservibile a chi voglia cambiare veramente le cose.

Di fronte alla crisi della scuola e della famiglia cinquant’anni fa Rodari pensava che fosse fondamentale sostituire all’autoritarismo la solidarietà, alla disciplina, tante volte evocata dagli adulti per placare le necessità dei più giovani, la modestia, la pazienza, la tenacia con cui la democrazia doveva prevalere sull’ignoranza e lo spirito di sopraffazione. Il problema non è essere in disaccordo, ma non sapere esprimerlo e pensare che gridare più degli altri serva ad avere ragione, ma chi grida di più lo fa “per coprire la propria incertezza, per mascherare la confusione, per far tacere la benefica voce del dubbio”.

Lo vediamo oggi nei movimenti che stanno cercando di portare avanti percorsi di ridefinizione del ruolo della scuola e dell’educazione nella società, da Priorità alla scuola, a quelli che a Roma hanno dato vita all’esperienza di Apriti scuola!. A quasi cinquant’anni dall’approvazione dei decreti delegati siamo ancora lì, presi dalla difficoltà di capire come far funzionare questo delicato sistema in cui studenti, insegnanti e genitori si trovano a stare. Non ci sono scorciatoie, ma il tentativo di concepire scelte consapevoli, di sciogliere equivoci e ricostruire alleanze e legami che si sono sfilacciati. Lo diceva Rodari ai genitori, dal giornale che dirigeva, rivolgendosi però a tutti, studenti e insegnanti, che “il corporativismo – quello dei genitori come quello degli insegnanti – si batte dando una dimensione sociale alla propria azione […]. Il punto di partenza può essere l’incontro tra l’insegnante ‘allergico’ e il genitore ‘aggressivo’. La vita quotidiana può essere cacciata dalla porta, ma rientrerà dalla finestra. L’attenzione ai rapporti quotidiani tra gli uomini deve essere paziente e continua, se vogliamo che la scuola dei consigli diventi per tutti una grande occasione di crescita civile”.

Non era facile cinquant’anni fa, continua a essere difficile anche oggi. 

Questo articolo è stato pubblicato su Napoli Monitor il 22 ottobre 2020

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