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Quanto peso ha il Corpo delle Donne nella gestione della Salute?

L’esperienza del collettivo Amalia: appunti da un progetto e da un seminario in progress

Alcune nostre proposte di riflessione su questioni di salute e di Sanità pubblica e privata, potrebbero apparire una futile questione da club di “sentinelle del peso”. In realtà “corpo delle Donne” e “corpo sociale”, sono interazioni di una complessità progettuale (a prevalente finanziamento pubblico) che vede alcune Donne nello specifico come collettivo di competenze, confrontarsi con altre Donne, in quanto insieme sociale, soggetto e oggetto di cura, al centro di una complessa rete di connessione e al contempo di controllo sociale.

Il soggetto che pure in tempi oscuri da pestilenza mondiale ha l’ardire di continuare a lavorare con ostinazione sul genere, inteso come contraddizione e stimolo all’allargamento di diritti e opportunità, sulla Salute come bene comune primario al pari di ambiente e di fonti energetiche, è il Collettivo Amalia, costituito in maniera informale da un cosiddetto zoccolo duro di competenze variegate ma non strettamente ascrivibili all’ambito sanitario per servirci di un possibile ossimoro descrittivo.

Ambito sanitario probabilmente in sè non vuol dire nulla di effettivamente creativo e innovativo, se non lo associamo ad un’idea diversa di gestione, ad una relazione continua e scambievole con il territorio ed i bisogni sociali, con le infinite forme espressive della Cultura, allargando il concetto di salute all’idea di un benessere più ampio.

L’esperienza Covid, tragica ed emblematica sotto molteplici aspetti, costringe tutti, anche i più distratti o superficiali ad una costante riflessione non solo focalizzata sugli aspetti più strettamente virologici, senza sottacere le cause più profonde dell’attuale situazione, ma sui grandi sistemi di organizzazione della partecipazione, della formazione del consenso, del diritto di informazione. E naturalmente sulla crisi palese dei metodi e strumenti di rappresentanza e tenuta democratica che vanno di pari passo con la crisi della rappresentazione e auto rappresentazione dei soggetti in campo.

Cosi, tra un continuo sproloquiare di dittatura sanitaria, l’oscillare continuo tra negazionismo e reportage vittimistico e sacrificale di un perenne stato di emergenza, si perde di vista il nodo dello scontro in atto, tra decisionismo o tartufismo centralizzato ed esperienza auto organizzativa dal basso.

La partita è sempre quella dell’intreccio da trovare, o meglio da creare, tra equità, giustizia e diritto di libertà. Una libertà che ora più che mai non può definirsi semplicemente come l’ inanellarsi di facoltà e comportamenti individualistici ed egotici, ma necessariamente deve ridescriversi come condivisione e inclusione di diversità e valorizzazione delle differenze.

In quest’ottica l’esperienza singola che trova il suo senso nel collettivo, antica presa di parola, autoconsapevolezza di posizionamento nel campo da gioco, rinnovamento del linguaggio, auto aiuto e mutuo aiuto che arriva dalla storia del Movimento delle Donne, ha molto oggi da insegnarci rispetto al racconto di una crisi sanitaria e di una pandemia.

Fuori da qualsivoglia nostalgia retrò, l’ottica trasversale permette di percorrere una strada, certo accidentata e rischiosa, ma valevole di considerazione ed esplorazione. Non esistono né difese di circostanza, né formule, né spiegazioni univoche, nel mezzo della massima espressione di crisi dell’Anthropocene, ma soltanto possibili tracciamenti e prove di resilienza comune.

La sfida è storica senza mezzi termini, la posta in gioco altissima su molteplici e stratificati livelli.

Certamente, comunque la si pensi, una crisi di sistema è in atto già da tempo, quantomeno da quando si è cominciato a parlare di debiti da estinguere e di ribellione all’estinzione di specie. Oggi, un “incidente” di percorso, forse imprevedibile, ma comunque immaginabile, di qui l’importanza di tenere esercitate le facoltà immaginative sempre e comunque, eleva ad ennesima potenza aporie, contraddizioni, manchevolezze, insufficienze, iniquità e disparità, evidenziando sempre più, la Vita, categoria spartiacque, dirimente, nel bilanciamento tra diritti e doveri, in quanto entità minoritaria rispetto ad ingranaggi inesorabili di economicismo ultraliberista-liberticida.

Il Movimento delle Donne per primo ha parlato di autodeterminazione dei corpi e per primo ci ha parlato di bio-politica. Queste categorie oggi ci sono utili per leggere in filigrana un collasso senza precedenti del nostro universo valoriale di riferimento, oggi fortemente minato alle radici.

Sanità, salute pubblica, sistema di welfare, oggi sono termini improvvisamente tornati centrali, come si sarebbe detto un tempo, ma, in verità, esiste capillarmente sul territorio nazionale e locale, un insieme di esperienze, fuori dalla diade CUP-OSPEDALE, quantità delle prestazioni-dotazioni di organico, medico di base-medicina specialistica, spesso al di fuori delle istituzioni deputate, spesso in parallelo o dialettica, talvolta anche interne all’istituzione stessa, che fanno capo ai Quartieri e alle neonate Case della Salute,( sorte per direttiva europea e a gestione su base regionale).

Esperienze oggi fondamentali per tentare di gestire democraticamente una perdurante emergenza. E si sa che gli stati di emergenza cronicizzati, non producono mai una qualità democratica troppo elevata nel corpo sociale.

Collettivo Amalia forte di una esperienza laboratoriale triennale nel Quartiere Navile dove si è inaugurata una delle ultime case della Salute cittadine, esperienza che con gli strumenti della pratica teatrale ha fatto avvicinare cittadini, in prevalenza donne a operatrici sanitarie , forte di una rete di partnership significativa che vede in prima fila l’azienda sanitaria in quanto Dipartimento di Cure Primarie, l’Istituzione Minguzzi, da sempre attiva sulla prevenzione culturale delle condizioni di disagio e marginalità, lo stesso Quartiere Navile che ad opera del partecipatissimo tavolo consultivo di indirizzo per la Casa della Salute, ha messo al lavoro maggioranza, opposizioni, associazionismo, singoli cittadini, raccoglie il guanto di sfida della pandemia.

Lo fa inserendo nella sua già ricca e definita programmazione di azioni finanziate da bando regionale e non solo, uno step in più, sentito come doveroso in un momento cosi difficile e poco aggregativo per definizione.

L’organizzazione di una giornata seminariale in tempo di Covid, non già per spiegare, ma per rinvenire e rintracciare e raccontare pezzi di quella Medicina di iniziativa che si avvale di pratiche nuove, ma si regge su solide radici teoriche dagli scorsi decenni, tutte da reinventare e ridefinire alla luce di una realtà sempre più incalzante, dei mutamenti tecnologici, dei mutati contesti urbani, generazionali, etnici, di genere, tali da ridisegnare tutta la disciplina medica nei suoi fondamenti e il modo di approccio e fruizione da parte del cittadino.

Questo primo step di riflessione, che voleva essere anche il modo indiretto per far conoscere e festeggiare il documento scaturito da mesi e mesi di lavoro del Tavolo partecipato di quartiere, si scontra oggi con le difficoltà insite nella situazione di espansione del contagio in ondata due, che tutti conosciamo.

Non si potranno dunque occupare tre luoghi topici del Quartiere come inizialmente pensato, con lavori seminariali, letture letterarie a hoc, spezzoni di video interviste, interventi di testimonianza benedetti da madrine congruenti e introdotti da attori-conduttori, in presenza di un pubblico seppur doverosamente contingentato e in collegamento diretto con diversi relatori.

Nella nuova necessaria formulazione, alcuni dei protagonisti succitati si ritroveranno nella giornata di domenica 25 ottobre dalle ore 14e30, al centro di Quartiere Borgatti , altrimenti detto Lame, dalle 14e30, per discutere in collegamento con altri relatori anche esterni al nostro territorio, amministratori e politici di primo piano , quali Sandra Zampa e Livia Turco, riportando un insieme di esempi, di narrazioni, di pratiche, suddivise in tre sezioni: Mappe, Narrazioni e Trasmissioni di Saperi, introdotte da performers-guida quali Donatella Allegro, Giuseppe Attanasio e Flavia Bakiu, mentre Silvia Napoli, Bruna Zani e di seguito Flavia Franzoni e Maria Giovanna Caccialupi , saranno le rispettive madrine.

Le limitazioni logistiche e in qualche modo di resa spettacolare, non faranno però perdere di vista la ricchezza di contenuti e, la varietà delle ospiti e soprattutto lo sguardo realmente a 360 gradi su cosa possa oggi significare porsi l’obiettivo di implementare una medicina territoriale e di prevenzione, fuori dalla logica dell’ospedalizzazione, dello specialismo settario, della continua emergenza, della patologia spersonalizzante, in favore viceversa di un rafforzamento della equità e accessibilità ai servizi, di una possibilità nuova di indirizzarli almeno in parte, di raccontarli insieme a chi ci lavora, contribuendo a riscrivere un patto tra erogatori e fruitori di servizi che fu alla base delle numerose conquiste in tema di diritti e di Salute degli anni ’70. Nulla nella Storia si presenta sotto i medesimi cieli negli stessi termini, ma i diritti non sono di conseguenza acquisiti una volta per tutte e devono necessariamente rimodularsi cosi come prima di essere accolti i bisogni vanno accuratamente ascoltati e raccolti da chi ne è portatore, in un incessante lavoro di etnografia urbana e sociale. Ci si collega in diretta streaming dalla pagina social di Facebook di Collettivo Amalia, meritevole di più di una visita anche per la raccolta di bellissime testimonianze di giovanissime in tempo di confinamento sociale da vedere e ascoltare.

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