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L’Africa fatica a sbarazzarsi dei presidenti a vita

Non ci sono solo le elezioni negli Stati Uniti. Due paesi dell’Africa subsahariana voteranno nei prossimi giorni. Si tratta di elezioni estremamente tese, in cui si temono incidenti. In entrambi i casi, infatti, il presidente in carica è aggrappato al potere e cerca un terzo mandato dopo aver giurato che si sarebbe fermato a due.

La Guinea voterà il 18 ottobre. Il presidente in carica, Alpha Condé, ha dovuto far adottare una nuova costituzione per potersi presentare per la terza volta, nonostante le promesse di voler rispettare il limite dei due mandati previsto dalla costituzione precedente. I critici di Condé gli ricordano una dichiarazione recente, in cui aveva sentenziato che modificare la costituzione sarebbe stato come “tradire ciò per cui mi sono sempre battuto”.

La stessa situazione si ripresenta in Costa d’Avorio, dove la popolazione voterà il 31 ottobre. La sorpresa, in questo caso, è arrivata dal presidente Alassane Ouattara, che dopo aver annunciato a marzo che non si sarebbe ricandidato, guadagnando la stima di Emmanuel Macron (che lo ha definito “un uomo di parola e un uomo di stato), in estate ha cambiato idea e ha deciso di puntare a un terzo mandato.

Malati di potere
L’Africa ha voluto rompere con i presidenti a vita, la generazione dei “padri della nazione” che abbandonano il potere solo da morti o quando vengono rovesciati dall’esercito. Il limite dei due mandati, sancito dalle costituzioni nazionali, avrebbe dovuto fermare questa deriva autocratica, ancora all’opera in alcuni paesi come il Camerun, dove il presidente Paul Biya è in carica da quasi quarant’anni.

Ma non è facile lasciare il potere, soprattutto quando si pensa di essere “uomini della provvidenza” o come quando, nel caso di Alpha Condé in Guinea, si è rimasti in esilio per quarant’anni e si pensa di aver diritto a un trattamento speciale.

Sia in Guinea sia in Costa d’Avorio la popolazione teme un’esplosione di violenza

Questa malattia infantile della democrazia africana porta in rotta di collisione una classe politica sempre più vecchia e una popolazione composta soprattutto da giovani che aspirano al cambiamento. Le società civili tentano di salvare la marcia verso i regimi costituzionali, come in Senegal e in Burkina Faso, ma sono ancora troppo deboli per imporsi ovunque.

Sia in Guinea sia in Costa d’Avorio la popolazione teme un’esplosione di violenza a causa della determinazione dei due presidenti a conservare il potere ma anche di una storia recente problematica.

La Costa d’Avorio si è ripresa con difficoltà dalla guerra civile degli anni duemila, con la divisione del paese in due, l’elezione contestata di Laurent Gbagbo e il intervento francese. Oggi l’opposizione chiede il boicottaggio del voto, e gli incidenti sono più che probabili.

Intanto la Francia, ex potenza coloniale di entrambi i paesi, resta in silenzio. Settant’anni dopo le due indipendenze, è sicuramente la scelta migliore. Ma Parigi non è mai troppo lontana. Qualche giorno fa il Financial Times ha riferito che a settembre il governo francese aveva suggerito un rinvio delle lezioni in Costa d’Avorio, richiesta però respinta.

Le due elezioni, nel migliore dei casi, saranno la cronaca di un colpo di mano riuscito, e nel peggiore la causa di un caos annunciato. Comunque vada, non è una buona notizia per l’Africa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 14 ottobre 2020

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