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Per una ripresa ribelle e femminista

Subito dopo la grande crisi del 1929, uno dei padri dell’economia moderna, John Maynard Keynes, scriveva nel 1931: “Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova epoca. Nel frattempo, se vogliamo veramente fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, importuni, pericolosi, ribelli nei confronti di chi ci ha preceduto”.

Quella frase torna di estrema attualità oggi, nell’affrontare in ottica ‘ribelle’ e femminista il post Covid19, guardando al paradigma economico dominante e alle sue ripercussioni. Sfida che coglierò parlando al festival di Internazionale 2020, a Ferrara, il 3 ottobre alle 18.30.

Mi è stato chiesto di fornire una riflessione ‘originale’ su chi sarà a fare le spese della crisi economica innescata dalla pandemia, con un’attenzione particolare all’universo femminile. Lo faccio volentieri, forte del mio ruolo di coordinatrice di Minerva – Laboratorio di studi sulla diversità e le disuguaglianze di genere presso la Sapienza Università di Roma.

Molti dati ufficiali e ricerche ad hoc svolte in questi drammatici mesi ci hanno descritto una situazione definita con il termine inglese Shecession, una recessione che colpisce le donne molto più degli uomini, nel confronto con la crisi del 2008 invece denominata Hecession, a causa della forte perdita di posti di lavoro concentrata nell’edilizia e nell’industria manifatturiera.

Questa volta le donne sono le principali vittime dello sconvolgimento sociale ed economico causato dalla pandemia. E non solo negli Stati Uniti, dove, nonostante costituiscano meno della metà della forza lavoro, in aprile hanno perso il 55% dei posti di lavoro – con le donne di colore (nere e ispaniche) colpite in modo peggiore. In Italia, secondo i recenti dati dell’Istat, abbiamo già registrato 470 mila occupate in meno rispetto al secondo trimestre del 2019, di queste 323 mila in meno tra quelle con contratto  a tempo determinato. E così torniamo a confermare un dato che ci caratterizza da tempo: un tasso di occupazione femminile sotto il 50%, per precisione al 48,4%.

Come abbiamo scritto su vari media, le donne sono state confinate a casa dal telelavoro più frequentemente degli uomini, e questo ha fatto inevitabilmente aumentare i conflitti tra lavoro retribuito e non. In particolare, tra prima e dopo il periodo di confinamento (lockdown) poco è cambiato nella divisione del lavoro all’interno dei nuclei familiari: il lavoro in casa e per i figli è aumentato per tutti, ma per le donne questo è avvenuto in misura maggiore.[1]

Con un’indagine online, promossa nell’ambito del progetto Counting Women’s Work e condotta su un campione di 1000 persone (uomini e donne maggiorenni) insieme alle colleghe Erica Aloè, Alessandra De Rose e Marina Zannella abbiamo rilevato informazioni sui tempi di vita e di lavoro in casa e fuori casa prima, durante e dopo il lockdown e chiesto agli intervistati e intervistate di confrontarsi con le proprie sensazioni di (in)soddisfazione, stanchezza, (in)felicità, ecc.

Nell’articolo che abbiamo pubblicato su inGenere abbiamo mostrato come le ore giornaliere dedicate al lavoro retribuito sono sensibilmente diminuite per le persone intervistate che risultavano occupate prima dell’emergenza Covid19. Prima del confinamento gli uomini dedicavano in media poco più di 6 ore al giorno al lavoro retribuito, mentre le donne circa 5 ore. Durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria, il tempo dedicato al lavoro retribuito si è ridotto di circa 90 minuti al giorno negli uomini e di 30 minuti per le donne. Lievi segni di recupero appaiono, per entrambi i sessi, nel periodo immediatamente successivo alla fine del lockdown.

Quando si guarda al lavoro non retribuito occorre tenere distinte le ore dedicate al lavoro domestico in senso stretto (cucinare, lavare, fare la spesa, stirare, ecc.) da quelle impiegate per la cura dei figli e delle figlie, di diverse età. Nel periodo di lockdown il tempo medio giornaliero dedicato al lavoro domestico è passato da poco più di due ore a poco meno di quattro per il campione delle donne, mentre l’aumento è stato di circa un’ora per il campione degli uomini che hanno visto il loro contributo ai lavori domestici salire fino a una media di due ore e mezza al giorno. Un aumento decisamente rilevante si riscontra nel gruppo delle madri, per le quali il tempo dedicato ai lavori domestici è salito da due ore e mezza a circa quattro ore e mezza al giorno. Il lavoro domestico è aumentato anche per i padri intervistati (circa un’ora e mezza in più al giorno), seppure in modo meno sensibile delle madri. 

L’aumento più importante nel tempo dedicato a lavoro non retribuito si registra nella cura dei minori, a seguito della chiusura delle scuole e degli asili nido, e dell’impossibilità di usufruire di aiuto da parte di babysitter e nonne/i. La variazione più rilevante si registra nel caso di bambini in età compresa tra 3-5 anni, per i quali le madri intervistate hanno dichiarato di dedicare poco meno di 5 ore al giorno prima del Covid19 e circa 7 ore e mezza durante il lockdown. Un simile aumento del tempo di cura per i bambini di questa fascia di età è stato riportato anche dai padri, che sono passati dal dedicare a questo scopo 3 ore al giorno a 5 ore e mezza durante la fase acuta dell’emergenza sanitaria.

I risultati della nostra indagine, come quelli di ricerche svolte in altri paesi europei,[2] suggeriscono la possibilità di una vera rivoluzione, che parta dall’interno delle nostre case, attraverso la definizione di una nuova divisione del lavoro di cura. Fondamentale in tale direzione sarebbe l’introduzione di congedi di paternità obbligatori sulla base di quanto fissato dalla Direttiva europea sul work-life balance. Il congedo di paternità retribuito in occasione della nascita di un figlio rafforza il legame tra padre e neonato, contribuisce a un migliore sviluppo cognitivo del bambino, diminuisce il livello di stress del padre legato alla nascita e offre un maggiore sostegno alla madre.

La fase economica che sta per aprirsi potrebbe essere davvero l’occasione per investire le risorse in arrivo in modo da sanare disuguaglianze croniche nel nostro paese. Disuguaglianze di genere, provenienza, età che in Italia si sommano a un problema di disparità geografica, e che il contagio da Covid19 ha messo pienamente in luce. Ma senza un nuovo paradigma economico, e un conseguente progetto di società, ogni intervento, anche di grande portata finanziaria, rischia di diventare solo un tampone provvisorio.

I fondi messi a disposizione con il recovery fund sono paragonabili alle risorse messe a disposizione con il piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale. Investire questi fondi per una reale ripresa della nostra economia implica, in primis, puntare sulle infrastrutture sociali, che devono essere potenziate anche attraverso investimenti in tecnologie digitali.

Bisogna dare priorità a quei servizi che permettono di soddisfare interessi e bisogni collettivi e liberare il tempo delle donne: scuole a tempo pieno, asili, strutture per anziani, assistenza sanitaria domiciliare. Portare fuori dall’ambito domestico parte del lavoro di cura crea occupazione (femminile, ma non solo), migliora la qualità della vita di chi già lavora e rende possibile accettare un lavoro per chi lo desidera, migliorando la qualità della vita delle persone che ricevono questi servizi (bambini, anziani, malati, persone con disabilità).

Una versione più lunga di questa relazione è in uscita sui Quaderni della Fondazione Zaninoni

Note

[1] Vedi anche l’articolo Non torneremo a essere ancelle, pubblicato su inGenere

[4] Vedi gli articoli Vite da quarantena Come la pandemia ha messo alla prova le famiglie, pubblicati su inGenere

Questo articolo è stato pubblicato su InGenere il 2 Ottobre 2020

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