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Se Google si occupa della nostra salute

Senza troppo clamore la Verily, azienda della Alphabet dedicata alla sanità, ha lanciato Coefficient Insurance. Era solo questione di tempo prima che il gruppo a cui fa capo Google facesse il suo ingresso nel settore dell’assicurazione sanitaria, tanto che viene da chiedersi perché abbia aspettato così a lungo. Grazie all’intima conoscenza della nostra vita quotidiana, dei nostri contatti e dei nostri sogni messa a disposizione da Google, da anni la Alphabet può valutare la nostra esposizione al rischio meglio di qualsiasi compagnia assicurativa.

Inizialmente la Coefficient si concentrerà su un settore relativamente secondario, quello delle polizze con cui i datori di lavoro si proteggono dalla volatilità dei costi sanitari, ma coltiva un piano più ambizioso che prevede la conquista del resto del settore. Secondo i dirigenti della Verily, l’azienda potrebbe cominciare presto a seguire i dipendenti attraverso gli smartphone e addirittura indirizzarli verso uno stile di vita più salutare.

Non è la prima volta che una grande azienda tecnologica cerca di rivoluzionare il settore dell’assistenza sanitaria. Di recente sia Alexa (Amazon) sia DeepMind (Alphabet) hanno conquistato i titoli dei giornali grazie ai discussi contratti firmati con il servizio sanitario nazionale del Regno Unito. La Apple ha collaborato con la compagnia assicurativa Aetna, un’app che usa i dati degli Apple Watch per premiare gli utenti che hanno stili di vita più salutari. Alla fine del 2019 Facebook ha lanciato Preventive Health, uno strumento che consiglia agli utenti di sottoporsi a controlli regolari in base all’età e al sesso. Tutto questo succedeva prima che arrivasse il covid-19, che ha reso i sistemi operativi gestiti da Google e Apple essenziali per il tracciamento digitale.

Non ci sono solo aspetti negativi. In alcuni casi – come il tracciamento di contatti per contenere la pandemia, in cui i colossi della tecnologia hanno seguito le istruzioni degli esperti di privacy – può perfino essere un intervento lodevole. Ma è probabile che l’ultima mossa della Alphabet, circondata dalla promessa retorica di ridurre il carico sui sistemi sanitari regalando agli utenti un’analisi approfondita del loro stile di vita, si rivelerà piuttosto discutibile. Come succede con molti servizi forniti dalla Silicon valley, in pochi riflettono sulle probabili riconfigurazioni di potere tra i gruppi sociali – i malati e i sani, gli assicurati e i non assicurati, i dipendenti e i datori di lavoro – che con ogni probabilità saranno innescate una volta esaurito il clamore iniziale della notizia. Bisogna essere molto ingenui per credere che un sistema di sorveglianza digitale più esteso – sul luogo di lavoro ma anche a casa, in auto e ovunque ci porti il nostro smartphone – possa favorire i più deboli. Certo, potrebbero esserci effetti positivi (un ambiente di lavoro più salutare, forse), ma dovremmo chiederci chi pagherà il prezzo di questa utopia digitale.

Purtroppo gli attuali strumenti dell’antitrust non sono efficaci con l’economia digitale. Lo dimostra la recente inchiesta dell’Unione europea sull’acquisizione della Fitbit, un’azienda che produce dispositivi per la rilevazione dell’attività fisica, da parte di Google: Bruxelles temeva che il flusso di dati provenienti da dispositivi Fitbit potesse rafforzare ulteriormente la posizione già dominante di Google nel mercato della pubblicità online; in realtà dovremmo preoccuparci anche del flusso opposto, cioè dei dati che dai server di Google arrivano ai dispositivi di Fitbit, soprattutto ora che la Alphabet punta sulle assicurazioni sanitarie. Vogliamo davvero che i dati sulle ricerche online o la geolocalizzazione influiscano sul prezzo della copertura sanitaria stabilito dalle aziende o dalle compagnie assicurative?

Anche le leggi sulla privacy sono inadeguate. A causa della pressione dei datori di lavoro, infatti, molti dipendenti accettano di essere sorvegliati. Questo fenomeno era già evidente prima che la Alphabet entrasse nel mondo delle assicurazioni, quando molte compagnie proponevano alle aziende sofisticati sistemi di sorveglianza per ridurre i costi della copertura sanitaria. Il settore delle assicurazioni sanitarie è una parte di un problema più ampio. Mentre la digitalizzazione prosegue inesorabile, i politici non riescono a ridistribuire l’enorme potere che si crea quando processi un tempo analogici e sconnessi tra loro diventano digitali e collegati.

Nell’iniqua società digitale di oggi il potere finisce regolarmente nelle mani di chi ne ha già troppo, alimentando il risentimento popolare verso le élite e favorendo la nascita di teorie del complotto sull’onnipotenza della Silicon valley. Invece di creare istituzioni che possano aiutare i più deboli, i politici continuano ad affidare la responsabilità di contrastare i giganti della tecnologia ad autorità che usano metodi obsoleti. Solo adottando una soluzione politica e non tecnica potremo risolvere la disuguaglianza radicata nella moderna economia digitale.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 20 settembre 2020

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